Il destino della critica teatrale – dal dossier di Hystrio

Questo breve testo è stato scritto per il dossier di Hystrio sul destino della critica teatrale. Era in risposta a tre brevi quesiti: a. perché la critica è in crisi? b. chi è oggi il critico? c. quale futuro avrà questa professione? Alle domande del dossier hanno risposto critici di varie generazioni, attivi sui giornali o sul web – tra questi Franco Cordelli, Renato Palazzi, Andrea Porcheddu, Lorenzo Donati.

La critica è in crisi perché è in crisi il teatro, e il teatro è in crisi perché è un settore più che marginale nel sistema delle comunicazioni e dell’intrattenimento – dove è stato inserito nella categoria “spettacolo”. Giornali, riviste e tv hanno bisogno di presentazioni più che di approfondimenti, ammesso che si interessino al teatro – la critica chiede troppo spazio e attenzione. Il pubblico dei lettori non è disposto a concedere attenzione al teatro non solo per ignoranza o distrazione, ma perché è il teatro che ha smesso di essere uno dei centri del dibattito pubblico. Un teatro nazionale come elemento organico della vita culturale del paese non esiste più. Esiste però un teatro disorganico, anzi dei teatri, che radunano attorno a loro delle comunità di persone, lontane dalle logiche imperanti. Fuori dall’istituzione il teatro, pur in crisi, prolifica come pratica e contagia gli immaginari. In quei contesti la critica lo segue, prolificando anch’essa nel mare magnum del web. Grande effervescenza ma anche grande rischio di autoreferenzialità.
In questo contesto il critico (ma anche l’artista) se vuole che il suo lavoro torni a contare qualcosa deve non solo difendere con le unghie e con i denti ogni spazio praticabile, i suoi ma anche quelli degli altri, quelli di cui non condivide idee e pratiche; ma deve anche rigettare ogni settarismo di linguaggio, ogni lessico para-esoterico e ogni pratica da massoneria artistica. E soprattutto deve aiutare queste comunità disorganiche a non chiudersi in se stesse, a non cedere al fascino del settarismo, per entrare in contatto con altre comunità che hanno pratiche o etiche consonanti alla loro: scrittori, cineasti, cioè artisti, ma anche precari e ricercatori. E questo a partire dall’analisi degli spettacoli, cercando punti concreti di connessioni con l’esterno e con il presente, piuttosto che ripiegare sullo specialismo. Altrimenti rischiamo un futuro polarizzato tra un’amatorialità dilagante e senza parametri, e un teatro – ammesso che continuino ad esistere dei finanziamenti – che sarà visto sempre più come una sorta di affascinante pratica alchemica.

[da Hystrio n°2/2011 – aprile-giugno]

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