Delude «Se non ci sono altre domande» di Paolo Virzì

La tradizione greca, diversamente da quella cristiana, aveva una concezione dell’aldilà piuttosto plumbea: nel regno delle ombre le anime dei morti si struggevano ricordando la vita terrena. Paolo Virzì, nel suo «Se non ci sono altre domande» – in scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 15 maggio, per ben due mesi di programmazione – ne propone una persino più angosciante: un talk show televisivo. Lo spettacolo si apre con l’anonimo impiegato Michele Cozzolino [Silvio Orlando] che viene portato di peso in uno strano studio televisivo dove tutti – giornalisti, conduttori, pubblico da casa che invia messaggi a ripetizione – sembrano conoscere ogni particolare della sua vita privata, e ansiosamente ne chiede conto all’ignaro protagonista.
Non ce ne vorranno i lettori se raccontiamo il dispositivo narrativo che il regista livornese, autore anche del testo, usa nella sua pièce: il meccanismo è svelato dopo appena venti minuti. Il resto delle due ore e quaranta dello spettacolo è dedicato a ricostruire la vita esplicitamente mediocre di Cozzolino, impiegato di medio livello frustrato, che ancora si porta dietro i rimpianti per un amore mai realizzato, che ha sposato una donna che non ama ma il cui padre lo ha fatto sistemare, che ha una relazione extraconiugale piuttosto bizzarra e – poiché è bene non farsi mancare nulla – persino un romanzo incompiuto nel cassetto.
L’aldilà o la premorte – troveremo alla fine Cozzolino su un letto di ospedale, come a dire che forse il talk show è tutto un parto della sua mente – sono un cliché del teatro non impossibile da raccontare, come ci ricordano le atmosfere sospese di «Vecchi tempi» di Pinter o il film – assai teatrale, perché rispetta le unità aristoteliche – di Tornatore «Una pura formalità». Ma Virzì vira tutto sul linguaggio televisivo e qualcosa si inceppa. Certo, la sua di fondo è una commedia. Ma il processo mediatico, in sostituzione di quello celeste, dovrebbe essere un cortocircuito che fa ridere, e invece si sorride appena. Può darsi che l’autore volesse suggerirci come la tv sia entrata così radicalmente nelle nostre menti, nelle nostre anime, da sostituire nella costruzione onirica la classica luce alla fine del tunnel. Ma si tratta di qualcosa di appena accennato, e che comunque rispetto alla vicenda di Cozzolino fa da sfondo: ciò che conta è l’uomo, meschino sì, ma in fondo un uomo come tutti noi.
Ecco, qui sta il problema di drammaturgia. La vita di Cozzolino è banale, e fin qui d’accordo: portare in scena la banalità del quotidiano può essere un intento lodevole. Tuttavia le sue vicende non sono un discorso sulla banalità, sono davvero banali, luoghi comuni conditi di trito sentimentalismo – che nella parte finale dello spettacolo ha il suo trionfo. La scelta di scandagliarle nel dettaglio, anziché renderle credibili, dilata uno spettacolo già statico e finisce per annoiare. Mentre il linguaggio televisivo si fa omnipervasivo tanto che una sua critica, che pure è presente nei tratti grotteschi dei personaggi, finisce per esserne sopraffatta, come dimostra il balletto di chiusura – il più volte evocato «commento musicale», una sorta di premio finale da meritarsi – posto a esplicita richiesta degli applausi del pubblico.
Il cadavere in scena dunque c’è, ma è il testo. E non basta la bravura di Silvio Orlando, né quella di altri attori della compagnia – tra cui spicca Sergio Albelli con una pregevole macchietta rompiscatole – a rianimarlo.

[da http://www.carta.org]

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