Lo sciopero dei teatri

Il 25 marzo doveva esserci lo sciopero dei teatri e dei cinema, per protestare contro i tagli al Fus – il fondo unico per lo spettacolo. Ma quarantotto ore prima della mobilitazione il fondo è stato riportato alla soglia dell’anno precedente (come avviene quasi ogni anno, e c’è da chiedersi a chi o a cosa giovi davvero questo balletto). Di conseguenza lo sciopero, convocato da Agis e Anec con il sostegno di tutte le sigle sindacali, è stato revocato.
Qualche giorno fa stavo cercando un modo di commentare la mobilitazione, con l’intento però di andare un po’ al di là dell’emergenza del presente, e mi sono imbattuto in uno scritto di Antonin Artaud del 1932, che si intitola proprio “Lo sciopero dei teatri”. Non credo che lo avrei utilizzato se lo sciopero si fosse fatto, ma visto che è stato revocato ho pensato che fosse il caso di riportarne un brano, di modo che possa ricordarci quali sono alcune delle urgenze in cui l’arte vive oggi. Difatti, quando si è in emergenza a causa dei soldi, si rischia spesso di dimenticarsi del resto.

I teatri, cinema, sale da ballo e case chiuse di Parigi hanno fatto nel corso del mese scorso, un abbozzo larvato di sciopero, del resto semplicemente dimostrativo, che ci ha permesso di vedere il vantaggio che il vero teatro potrebbe trarre dalla sparizione di tutto ciò che attualmente adempie al mestiere di smerciare spettacolo e che – teatro, music hall, cabaret o casa chiusa – va messo nello stesso sacco. In ogni caso si è potuto constatare che il livello barometrico e teatrale dell’atmosfera era per qualche ora prodigiosamente salito. E tutti gli attori di Parigi rimessi in libertà e diventati se stessi hanno potuto trovare, durante quelle ore, per esprimersi, qualcosa d’altro che il grossolano linguaggio da selvaggi a cui ci avevano abituati.

Leggere queste righe così sferzanti e “scorrette” mi ha ricordato di colpo una cosa. Qualche anno fa, quando gestivo uno spazio teatrale, una giornalista mi chiamò e mi chiese in modo accorato cosa sarebbe successo a causa dei tagli al Fus – anche quell’anno si parlava di tagli disastrosi. La risposta fu “niente”. Chi li aveva mai visti i soldi del Fus? Certo, il mio era un caso estremo, si trattava di un centro sociale che praticava l’autoreddito. Ma a ben guardare tutti i luoghi che frequentavo in quegli anni, dove riuscivo a trovare quel teatro vitale che mi piaceva e convinceva, non avevano il benché minimo legame col ministero. Ancora oggi è spesso così. Il Fus, per metà assorbito dalle fondazioni liriche – che certo non vanno barbaramente chiuse ma forse riformate sì – è uno strumento che interessa quasi esclusivamente il cinema e i teatri di caratura nazionale. In altre parole le “istituzioni”, o ciò che il mondo della politica intende come tali, siano esse pubbliche o private. Ovviamente abbiamo difeso e continueremo a difendere lo strumento spuntato del Fus, perché in Italia una volta chiuso un rubinetto di finanziamento è chiuso per sempre – e l’effetto sarebbe intollerabile. Ma, allo stesso tempo, non posso certo ignorare che la mia preoccupazione va piuttosto alla sfera degli enti locali – fortemente tagliati anch’essi, e che saranno dunque costretti a far ricadere a loro volta questi tagli sulle iniziative che sostengono. E da lì, principalmente, che sono venute le risorse che hanno sostenuto il teatro contemporaneo, che ha una cronica difficoltà a dialogare con le “istituzioni” della cultura in un paese come l’Italia, cronicamente ammalato di nostalgia e quindi impossibilitato a guardare davvero al futuro. Non è nemmeno – o non solo – un problema di gerontocrazia: nel nostro paese le cose si sono talmente incancrenite che persino molti trentenni pensano in modo “polveroso”. Non c’è da stupirsi: lo fanno perché devono entrare in contatto con strutture, operatori, amministratori e burocrazie che, come istituzioni totali, impongono integralmente la loro maniera di fare, gestire e produrre cultura.

Il critico Antonio Audino tempo fa, in un incontro a Novo Critico, disse una cosa illuminante: i teatri hanno subito il destino di tutte le istituzioni in Italia, che si sono scollate completamente dal mondo reale tanto da essere diventate incapaci non solo di rappresentarlo, ma anche di dialogarci. D’altronde – anche questa è una realtà – l’Italia ha una tradizione sconfinata con cui fare i conti, un patrimonio culturale immenso spesso abbandonato a se stesso, che si sta sbriciolando nell’indifferenza come le domus di Pompei. Un altro critico e attento operatore, Andrea Nanni, ama citare una frase del compositore Gustav Mahler utile, io credo, a mettere ordine in questo pantano della cultura italiana: “La tradizione non è culto della cenere ma memoria del fuoco”. Ecco, qui sta il punto: non sempre i luoghi dell’eccellenza culturale riescono a fare questo scarto, a interpretare se stessi come bracieri anziché come colombari. Se così non fosse, la popolazione italiana si rivolterebbe in massa all’ipotesi di chiusura dei teatri, e scenderebbe in piazza per difenderli. Invece l’odio antropologico contro gli artisti parassiti teorizzato così bene dal ministro Renato Brunetta nel 2009 si sta facendo strada nella coscienza degli italiani, quantomeno sotto forma di indifferenza, se non di aperto fastidio quando – di pari passo al reintegro del Fus – si decide di sostituire la tassa di un euro sul biglietto del cinema con un aumento di due centesimi al litro sulle accise dei carburanti.
Non mi interessa mettere le istituzioni culturali in opposizione al mondo della cultura contemporanea, indipendente, dal basso o comunque la si voglia chiamare – che certo stimola molto di più il mio interesse e la mia apprensione per il penoso stato delle cose in cui ci troviamo. È il vecchio gioco di mettere una generazione contro l’altra, che il mondo del precariato conosce bene (e sa, dunque, che è un discorso che non porta da nessuna parte). Però, nel difendere la cultura sotto attacco, non posso fare a meno di continuare ad esigere che le nostre istituzioni culturali tornino a fare memoria del fuoco. A praticare un dialogo di mondi, di generazioni, in definitiva di culture che è l’unico in grado di rendere vive le cose. È un esercizio di memoria anche il mio, rispetto al mio fuoco personale, che è anche quello, credo, dei tanti artisti operatori e critici che in questi anni hanno lavorato per una scena contemporanea che oggi rischia non il ridimensionamento – come gli stabili – ma l’estinzione per assenza di spazi, risorse, attenzione. Istituzioni e teatri, tornate a praticare la memoria del fuoco, e magari a guardare al fuoco che arde in questo momento! Tornate cioè ad essere il centro della vita sociale della nostra nazione, il propulsore delle nostre coscienze. Nessuno a quel punto oserà più mettervi in discussione, semplicemente perché non sarà in grado di farlo senza al compenso coprirsi di ridicolo.

[da http://www.carta.org]

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