Pane ai circensi. La cultura menomata secondo Andrea Cosentino e Francesco Picciotti

Il ministro Brunetta nel 2009 lo aveva detto chiaro e tondo: gli artisti sono parassiti. Andrea Cosentino lo ha messo in scena senza mezzi termini. In «Pane ai circensi», breve performance realizzata con Francesco Picciotti, torna uno dei suoi più famosi burattini, quello di Artaud, in versione barbone che, seduto in strada fuori dal teatro, chiede al pubblico (borghese?) di dargli dei soldi. È tutta qui la scena del «progetto di accattonaggio teatrale ai margini della cultura sovvenzionata»: un’idea tanto semplice e luminosa da rivelarsi geniale. Perché sarà anche vero che Brunetta tuonava contro gli enti lirici – contro la cui opulenza, di quando in quando, si scaglia volentieri anche il cosiddetto teatro di ricerca. Ma altrettanto vero è che quando si chiudono i rubinetti i primi artisti a restare a secco non sono quelli che bevono a garganella, ma gli altri che tirano a campare succhiando le sparute goccioline che sfuggono dal flusso e schizzano disordinatamente a terra. E allora il senso di essere “accattoni”, di avere o meno il diritto di reclamare denaro – l’elemosina pubblica o quella privata del pubblico – assumono, per la ricerca, un valore più che politico, quasi ontologico. Cosentino e Picciotti snocciolando quest’ontologia in un serie di domande che Artaud – il grande teorico dell’assoluto a teatro, dell’arte senza mezzi termini – rivolge direttamente al pubblico, con la sua voce distorta diffusa da un mangiacassette. Mi dai dei soldi? Ti faccio pena? Mi dai dei soldi perché ti faccio pena?

Le domande di Cosentino-Artaud proseguono per assonanza, squadernando tutti i sensi possibili che si annidano dietro le parole d’ordine dell’arte contemporanea – il teatro deve provocare? Mi daresti dei soldi perché ti provoco? Se vieni qui con l’intento di farti provocare come posso provocarti? – ma anche dietro ai sensi di colpa del ricco passante che si trova di fronte al questuante, un rapporto drammaticamente simile (in Italia) a quello tra artisti e istituzioni. Non vedi le mie mutilazioni? Ti fanno pena? E se ti dicessi che mi sono mutilato da solo per avere dei soldi? Ti farei meno pena? Non dovrei fartene di più?

L’arte «tagliata» e la sua retorica di sopravvivenza diventa un altro spunto di riflessione, perché i discorsi sui tagli alla cultura vanno avanti da decenni e suscitano nella comunità artistica sentimenti contrastanti e impossibili da conciliare: rabbia e impotenza, voglia di ribellarsi e voglia di mollare (e di andarsene magari all’estero, dove “le cose funzionano meglio che da noi”). Il messaggio si fa complesso, e Artaud-Cosentino prosegue impietoso, giocando sul teatro e il suo doppio, sulla realtà e la sua rappresentazione. Chi sono io? Chi sta dicendo «io» quando io dico «io»? Mi dai dei soldi perché il messaggio è complesso?

La spirale a cui danno vita Picciotti e Cosentino è potenzialmente infinita, ma i due scelgono saggiamente un tempo ridotto, quindici minuti di performance, giusto il tempo che si può dedicare a una stramberia che si incontra per la strada, a un caso umano che ci fa pena quando scuote con insistenza il barattolo con gli spiccioli, ma che una volta girato l’angolo non ci riguarda più. Ciò rende «Pane ai circensi» – titolo che attualizza, distorcendola con ironia, la famosa locuzione latina – un piccolo gioiello. Un lavoro di grande lucidità e ironia, che ha la compiutezza di un’opera a tutto tondo (la performance nasceva come incipit del precedente lavoro «Esercizi di rianimazione») e che ci auguriamo possa girare il più possibile per le piazze italiane. Perché con la sua evocazione dell’unica arte davvero indipendente, che è l’arte di strada – cos’altro è la richiesta del burattino se non un «andare a cappello»? – e il cartello da questuante che, invece del classico “ho fame”, riporta un’esortazione del vero Artaud per un teatro che per esista senza dipendere da nulla, «Pane ai circensi» è un’esortazione a reagire per tutti quelli che il dissesto della cultura italiana lo stanno vivendo drammaticamente sulla propria pelle.

:: «Pane ai circensi» è stato presentato il 12 marzo 2011 nella rassegna Ubu Rex, al Teatro Arvalia di Roma

[da http://www.carta.org]

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