UNHCR: l’Italia ha bisogno di un piano per l’esodo tunisino

Sono oltre 2000 le persone che si trovano nel centro di accoglienza di Lampedusa, una struttura che potrebbe accogliere al massimo 800 persone. La fuga dalla Tunisia dopo il crollo del regime di Ben Alì sta mettendo in allarme le autorità italiane ed europee, ma per il momento si tratta di un flusso migratorio che ha interessato circa 5000 persone in tutto. Secondo Laura Boldrini, portavoce dell’UNHCR – l’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – l’Italia è in grado di affrontare la situazione, se si decide ad affrontare una politica adeguata. “Per ora la situazione è tranquilla, abbiamo parlato con i migranti e tutti si stanno comportando al meglio – racconta per telefono da Lampedusa – Ma l’isola va decongestionata, perché ci sono troppe persone e la situazione potrebbe diventare esplosiva. Lo abbiamo ribadito al ministro dell’interno Maroni, che ci aveva dato la sua assicurazione; e invece la notizia di oggi è che i trasferimenti si sono bloccati”.
I migranti arrivati sulle coste italiane in questi giorni sono quasi tutti tunisini, e a parte una minoranza che ha chiesto lo status di rifugiato perché in patria sosteneva il regime di Ben Alì, quasi tutti sono venuti in Europa in cerca di fortuna e lavoro. Per la stragrande maggioranza di loro l’Italia è solo una tappa: la meta finale è la Francia, dove hanno amici e parenti da raggiungere, nella speranza di poter essere aiutati. Ma che ne sarà di loro, nel frattempo?
“Ci auguriamo che l’Italia adotti una politica orientata all’accoglienza – afferma Filippo Miraglia, dell’ufficio immigrazione dell’Arci, associazione di promozione sociale – Ma per ora il governo dice una cosa e ne fa un’altra. Ci sarebbe la possibilità, contemplata da una direttiva europea per gli sfollati, di dare loro un permesso di soggiorno per una protezione temporanea, ma nessuno si è ancora espresso in questo senso. Anzi, ai primi arrivati è stato dato un foglio di via il giorno stesso che sono arrivati in Italia – una procedura insolita, perché di solito si aspettano almeno 15 giorni per vagliare il caso”. L’Arci, che si occupa costantemente di immigrazione, non è stata ammessa da questo governo alle consultazioni che l’esecutivo tiene con le associazioni in casi come questo.
I tunisini arrivati in questi giorni sono prevalentemente maschi giovani, tra i venti e i trent’anni, attratti dalla speranza di una nuova vita. Stando a quanto raccontano i volontari presenti sull’isola, che hanno parlato con loro, per arrivare in Europa hanno pagato tra i 1.000 e i 1.300 euro, una fortuna. Ma nella loro condizione, oggi, ci sono diverse migliaia di persone in tutto il Maghreb. Tanto che il ministro Maroni ha paragonato gli sbarchi di questi giorni alla caduta del muro di Berlino, prevedendo l’arrivo di 80mila persone nell’arco dell’anno. “Al momento non possiamo sapere se il flusso continuerà”, spiega Laura Boldrini, “Ma per ora si tratta di un numero di persone che anche l’Italia da sola potrebbe gestire senza problemi. Certo, visto che il fenomeno riguarda tutta l’Europa, perché in molti casi le mete finali di queste persone non sono l’Italia, questa potrebbe essere l’occasione giusta per una cooperazione tra paesi membri dell’Unione, per affrontare il problema finalmente in modo unitario”. Il riferimento è alla polemica dei giorni scorsi tra l’Ue, che afferma di aver offerto aiuto all’Italia per tempo, e il ministro Maroni che ha negato che fosse andata così.
Secondo diversi analisti il Maghreb è una polveriera in grado di esplodere da un momento all’altro. La politica ambigua della Libia di Gheddafi e i disordini in Algeria sono un campanello d’allarme. Ma non tutti in Italia, come l’Arci e la Caritas (l’organismo pastorale dei vescovi), parlano di politiche di accoglienza. Per questo, secondo l’UNHCR, i toni mediatici andrebbero abbassati per evitare allarmismo. “Certo – prosegue Laura Boldrini – la situazione potrebbe anche precipitare perché in Nord Africa c’è molto fermento. Ma in questo caso basterebbe dotarsi per tempo di un piano operativo di accoglienza, quelli che in gergo chiamiamo contingency plans. Questa però è una responsabilità dello Stato; l’UNHCR è pronto a collaborare mettendo a disposizione la sua esperienza ma non può prendere iniziative”.
Nel frattempo i 2000 tunisini arrivati vivono ammassati in un campo che dovrebbe contenere meno della metà delle persone che ci sono; a Bari sono state dislocate altre 800 persone e a Caltanisetta circa 400. Ma le imbarcazioni continuano a partire dal Nord Africa e già si parla di nuovi dispersi in mare, dopo i 40 dei primi giorni. Il Mar Mediterraneo rischia sempre più di diventare un grande cimitero: secondo l’associazione Medici Senza Frontiere tra il 1993 e il 2002 sono morti in mare circa 3000 migranti; Fortress Europe, una rassegna stampa che monitora le morti nei flussi migratori verso l’Europa, parla di 15.556 persone morte e disperse tra il 1988 e il 2010. E il nuovo decennio non si è certo aperto con auspici migliori.

[da Opera Mundi – operamundi.uol.com.br]

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Leggi l’articolo su Opera Mundi in portoghese:
http://operamundi.uol.com.br/noticias_ver.php?idConteudo=9758

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