Rom, il lutto e l’oblio

Il rogo che domenica 6 febbraio ha divorato la vita di quattro bambini rom si è sviluppato in un campo abusivo che era stato costruito dietro il parco dell’Appia Antica, dove si trovano alcune delle rovine più suggestive della Roma imperiale. La Roma di oggi, però, di fasti ne ha ben pochi da vantare, soprattutto in tema di accoglienza. La morte di Raul, Fernando, Patrizia e Sebastian – il più piccolo aveva quattro anni, il più grande undici – è una delle più grandi tragedie che hanno colpito la popolazione rom in Italia. Ma non è l’unica: nell’agosto del 2010, a Roma, morì un bambino di tre anni a causa di un incendio e il fratello rimase gravemente ferito; qualche mese prima, a Milano, un ragazzino di tredici anni era morto per lo stesso motivo.
La questione dei campi rom suscita clamore e indignazione, ma raramente si traduce in soluzioni concrete per integrare la popolazione rom nelle città italiane, anche a causa dell’aperta ostilità di una fetta della popolazione verso queste persone che ormai sono cittadini europei a tutti gli effetti (i quattro fratellini erano di nazionalità rumena). Il giorno dopo il rogo, il presidente della repubblica Giorgio Napolitano si è recato a rendere omaggio alle salme delle vittime, affermando che “la tragedia pesa dolorosamente su ognuno di noi” e che le autorità locali non possono non impegnarsi a risolvere un problema così grave. Il capo dello stato ha detto che bisogna pensare a ricollocare gli abitanti dei campi in “abitazioni stabili e sicure”, centrando il nodo della questione. Era con lui il sindaco di Roma Gianni Alemanno, che ha proclamato una giornata di lutto cittadino.

Alemanno è invece al centro delle polemiche a causa delle dichiarazioni che ha rilasciato sulla vicenda. Ha scaricato la colpa di quanto avvenuto sulle lungaggini burocratiche che non hanno consentito di costruire per tempo dei campi legali e sicuri. Ha detto che “urlerà” in parlamento per chiedere pieni poteri in materia di campi nomadi, e altri 30 milioni di euro da utilizzare per risolvere questa emergenza – soldi che si andrebbero ad aggiungere ai 30 milioni già stanziati e in parte spesi. Famiglia Cristiana ha replicato affermando che quelle di Alemanno sono “urla tardive”, che vengono dopo quelle di una madre e dopo un piano di emergenza – il cosiddetto Piano Nomadi – che non sta dando risultati dal punto di vista umanitario, poiché si concentra solo sull’aspetto dell’ordine pubblico.
“È questo l’errore principale: l’approccio al problema dei campi”, spiega Claudio Graziano, responsabile nazionale per le politiche sui rom dell’Arci. “L’idea che possano esistere dei campi ‘legali’ è aberrante, perché queste persone, come tutti gli altri cittadini, hanno diritto a delle abitazioni vere. Con i soldi stanziati si potevano costruire vere abitazioni, e invece si continua a parlare di campi, di container, di tendopoli. Oppure si potrebbero usare le risorse per dei programmi di ‘accompagnamento all’affitto’, perché nessuno dà in affitto la propria casa a un rom anche se questo è in grado di pagare”.
Invece le parole d’ordine del Comune di Roma sono ‘emergenza’ e ‘ordine pubblico’. Per Graziano è assurdo che Alemanno chieda più poteri, perché sono due anni e mezzo che tutto è in mano al prefetto, che risponde solo al sindaco, come previsto dal piano di emergenza. “L’emergenza perpetua fa in modo che non si parli di integrazione, perché quando si parla di rom tutti hanno paura degli effetti elettorali. Con l’amministrazione Veltroni era la stessa cosa, ma almeno si parlava di campi come soluzioni intermedie. Oggi, con Alemanno, i campi sono diventanti soluzioni definitive, dove la gente viene ammassata su base etnica: il fatto di essere rom”. Anche la solidarietà espressa dal Comune di Roma verso la famiglia, secondo l’Arci, durerà solo il tempo delle celebrazioni funebri: già si parla di rimpatrio per i genitori e di incriminazione per abbandono di minore.

C’è una gran confusione in materia di rom, una confusione su cui le amministrazioni locali e le forze politiche giocano per sostenere le proprie tesi. Lo sostiene, tra gli altri, Massimo Converso, presidente nazionale di Opera Nomadi, ente nazionale per l’integrazione dei rom, che spiega: “La grande maggioranza dei rom sono diventati stanziali già da dopo la seconda guerra mondiale. In Puglia i rom bulgari sono andati a vivere direttamente nelle case e si sono dichiarati di nazionalità bulgara anziché rom; in Calabria alcune comunità hanno restaurato le case abbandonate dei villaggi che si stavano spopolando, accordandosi coi proprietari per un affitto di favore in cambio dei lavori”. Secondo Converso, i rom in Italia sarebbero oltre 180mila, di cui 70mila italiani, 30mila provenienti dalla ex Jugoslavia e 80mila da Bulgaria e Romania. Ma di questi solo una piccola parte sono realmente “nomadi”. Oggi invece si tende a generalizzare, identificando il popolo rom con le baraccopoli. Il Piano Nomadi, dunque, sarebbe un errore già a partire dal nome.
Nazzareno Guarnieri, della Federazione Romanì, è un rom italiano che si occupa di mediazione culturale. In Abruzzo, dove vive, si è occupato dell’inserimento dei rom bulgari e rumeni nelle case. “Oggi – racconta – tutti vivono in abitazioni normali e sicure, come qualunque altro cittadino. E questo grazie a progetti di autogestione e senza spendere i soldi pubblico. Anche a Roma si potrebbe farlo, ma l’unico sistema è coinvolgere i rom nello smantellamento dei campi e nella costruzione o nel recupero di vere abitazioni. Certo, a Roma il problema è più grande, si stima che ci siano 10.000 persone che ancora vivono in accampamenti. E poi c’è il tema degli affitti; il problema dei campi rom nasconde anche un altro problema che tocca tutta la città: i prezzi degli affitti e la speculazione che c’è sopra. Un vero piano di edilizia sociale risolverebbe il problema non solo per i rom, ma anche per tanti cittadini romani”. Nel frattempo però, secondo Guarnieri, si potrebbe cercare di copiare il modello abruzzese nei paesi vicino Roma, dove i prezzi sono più bassi. A patto però che si coinvolgano anche i rom nelle decisioni. “Il giorno dopo la morte dei quattro bambini ho visto in tv uno spettacolo indecente: i politici di destra e di sinistra si scaricavano le responsabilità reciprocamente, ma in studio non c’era nemmeno un rom. Tutti si sentivano in diritto di dire cosa è meglio per il nostro popolo, ma nessuno ha pensato a interpellarci”. Per Guarnieri qualunque soluzione che voglia davvero risolvere il problema deve essere partecipata, meglio ancora se autogestita. “Da qualche anno a questa parte le associazioni che si occupano di inserimento dei rom in Italia sono raddoppiate, triplicate. Tutti vogliono una fetta dei soldi stanziati per questa emergenza, che non sono pochi. Ma proprio per questo, pochi vogliono davvero risolverla”.

In effetti, dopo ogni tragedia, la politica promette di risolvere la situazione, stanzia soldi per farlo, ma poi si torna a parlare di morti e disperazione. Emil Costache, un rom della Romania, si ricorda bene le promesse fatte lo scorso agosto, quando suo nipote Marcus, di soli tre anni, morì in un incendio nel campo nomadi dell’Eur, a Roma. Emil è venuto dalla Romania dopo il crollo del regime di Nicolae Ceauşescu, perché le condizioni di vita erano peggiorate e cercava un futuro migliore per i suoi sei figli. In Romania lui e la sua famiglia vivevano in un’abitazione normale, in un edificio, e lo stesso vale per la sua famiglia di origine. “Io sono nato e cresciuto in una casa, come tutti. I campi nomadi li ho conosciuti solo qui in Italia. Ho provato ad affittare una casa, perché lavoro e guadagno dei soldi, ma non è stato possibile. Se sanno che sei rom non ti vogliono. Una volta ho trovato una persona disposta ad affittarmi casa, ma i condomini del palazzi si sono opposti: ufficialmente perché ho sei bambini, e dicevano che sono troppi in un appartamento; ma anche perché non vogliono rom nel palazzo”.
Quella di Emil è una storia difficile, come quella di tanti rom costretti a vivere nei campi, o in un prossimo futuro nelle tende, visto che il sindaco Alemanno per risolvere il problema ha pensato di rivolgersi anche alla Croce Rossa e alla Protezione Civile. Ma a guardarla da vicino rivela molte più cose della condizione di vita nei campi nomadi e degli effetti delle politiche del Piano Nomadi. Oltre ad aver perso un nipote di tre anni, anche Emil si è trovato nel mezzo di un incendio nel campo dove viveva, nel 2009. Nessun è morto, per fortuna, ma molte persone hanno rischiato di restare coinvolte. Il campo di Emil, però, era un campo ‘legale’, di quelli con cui il sindaco Alemanno pensa di risolvere il problema dei campi abusivi.
Ma al di là del problema della sicurezza, c’è anche quello della qualità della vita. In un campo i bambini si trovano a vivere in condizioni precarie, e per di più in stato di sorveglianza. “Come credi che cresceranno i miei figli – chiede Emil – tra guardie armate, telecamere di controllo e tende della Croce Rossa come se fossimo in guerra? Se si spendono soldi per costruire altri campi, per sicuri che siano, il popolo rom resterà sempre più ghettizzato”.

Il sindaco Alemanno sullo sgombero dei campi nomadi ha vinto le elezioni, ma ora rischia un effetto boomerang. Lo sgombero di un anno fa del Casilino 900, un campo che ospitava oltre cinquanta famiglie, senza una soluzione abitativa immediata, ha fatto sì che sorgessero altri microcampi abusivi. Oggi sono in molti a pensare che in fondo quel campo offriva condizioni più sicure di quelle dei campi abusivi. E poi c’è il tema di come sono state destinate le risorse del Piano Nomadi. Secondo il consigliere della Provincia di Roma Gianluca Peciola (Sinistra Ecologia e Libertà) i venti milioni di euro che sono stato spesi finora sono serviti per l’istallazione di telecamere di sicurezza, vigilanza armata e sgomberi di campi. Non un euro sarebbe stato utilizzato per soluzioni abitative. Tanto che sulla questione è intervenuta anche Amnesty International, che ha chiesto di sospendere l’attuale Piano Nomadi e di rivederlo, perché produrrebbe una vera e propria “segregazione abitativa”.
Susi Fantino, la presidente del Municipio XI, il dipartimento amministrativo di Roma dove è avvenuta la tragedia del 6 febbraio, polemizza con il sindaco Alemanno sulla richiesta di nuovi soldi e poteri. “Alemanno chiede più soldi per nascondere il fatto che quelli che ha avuto sono stati spesi per distruggere alcuni campi – con un ritorno mediatico per la sua amministrazione – per poi accorpare le famiglie in altri campi preesistenti. Quindi non ha risolto il problema, anzi la situazione nei campi si è esasperata. Alemanno vinse le elezioni nel 2008 anche grazie all’ondata di indignazione che seguì l’omicidio di Giovanna Reggiani, ad opera di un giovane rumeno (ma i giornali italiani parlarono di un rom, ndr.): all’epoca disse che avrebbe risolto il problema alla radice. Oggi la sua è una posizione scivolosa, perché non è stato in grado di realizzare le sue promesse – che io non condivido – ma solo di soffiare sul fuoco del risentimento verso la popolazione rom”.
La soluzione per dare abitazioni stabili e sicure a quelle diecimila persone che, a Roma, ancora vivono in abitazioni di fortuna, sembra lontana, almeno quanto una politica per la casa che renda il diritto all’abitare qualcosa di più di un buon proposito. Oggi, 9 febbraio, giorno del lutto cittadino, tutti si stringono attorno al ricordo di Raul, Fernando, Patrizia e Sebastian. Ma presto il Piano Nomadi tornerà a suscitare polemiche. Nel frattempo si spera che gli abitanti dei campi non piombino di nuovo, come sempre avviene dopo che il circo mediatico si assopisce, nell’indifferenza e nell’ostilità generali.

[da http://www.lettera22.it]

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