«La decisione della Fiat di modificare il contratto minaccia i diritti dei lavoratori». Intervista a Susanna Camusso

Il 14 gennaio i lavoratori dello stabilimento Fiat di Mirafiori, luogo simbolo della fabbrica italiana, hanno votato un referendum per accettare o rigettare la proposta del’Ad Sergio Marchionne sul nuovo contratto di lavoro, che prevede differenti regole e orari soprattutto per chi si trova in catena di montaggio. L’affluenza, altissima, ha registrato il 96 per cento degli aventi diritto. I sostenitori dell’accordo, accettato da tutti i sindacati eccetto la Fiom (il sindacato metalmeccanici della Cgil), hanno vinto con uno scarto minimo, il 54,05 per cento contro il 45,95 che si è espresso per il No. La composizione del voto ha rivelato delle posizioni molto diverse degli operai rispetto alla rappresentanza sindacale, e non è un caso: il referendum è stato vissuto dalle parti avverse come un vero e proprio braccio di ferro. Secondo una parte degli operai si tratta di un crollo drammatico nei sistema che tutela i diritti dei lavoratori. Secondo Marchionne – che in caso di rigetto della sua proposta aveva minacciato che la Fiat avrebbe abbandonato Torino, chiudendo lo stabilimento – si tratta di un’innovazione sostanziale che permetterà di aumentare gli stipendi, portandoli ai livelli di altri paesi europei come la Germania. Ad ogni modo, il referendum ha mostrato una fabbrica spaccata in due, così come l’opinione pubblica torinese, divisa tra chi vedeva nell’ipotesi di chiusura della fabbrica un trauma insopportabile per Torino, e chi solidarizzava con gli operai contrari, sostenendo che l’accordo rappresenta il primo passo verso la messa in discussione delle conquiste sindacali degli anni passati, in un contesto di crisi economica tutt’altro che favorevole per gli operai.
Abbiamo chiesto a Susanna Camusso, segretario generale della Cgil – primo sindacato italiano per numero di iscritti – di commentare il voto per Opera Mundi. Eletta da pochi mesi come successore di Guglielmo Epifai, Susanna Camusso è la prima leader donna del sindacato in oltre cento anni di storia, e il referendum è stata la sua prima grande battaglia, persa di misura. Quella di Camusso è stata in pratica l’unica voce a sostegno del “No”, poiché l’accordo proposto da Marchionne ha incassato l’appoggio di Confindustrai, di tutti gli altri sindacati, del presidente del consiglio Berlusconi e ha registrato anche diversi sostenitori all’interno del Partito Democratico.

Il fronte del No ha perso con uno scarto minimo, del 4 per cento. Sostanzialmente lo stabilimento di Mirafiori è spaccato a metà. Qual è il significato di questo voto?

Il fronte del SI ha vinto con uno scarto minimo. Determinante è stato il voto dei circa 400 impiegati di Mirafiori. Noi riconosciamo quel voto, ma riconoscerlo significa anche guardare come è composto. Perché tra gli operai la distanza tra il SI e il NO è stata di soli nove voti. E se si guarda al voto degli operai, quelli del montaggio e delle lastrature, che direttamente vedranno cambiare le loro condizioni di lavoro a causa dell’accordo, si vede che lì il NO prevale. Questo vuol dire che il voto è determinato dalla condizione personale e che il progetto della Fiat non ha raccolto il consenso degli operai direttamente interessati dall’accordo.

Secondo Marchionne (intervistato da Repubblica) lo scarto minimo di voti è dovuto a un “capolavoro mediatico” della Fiom, che avrebbe mistificato la realtà, a fronte di una scarsa capacità di comunicazione di Fiat. Come risponde a questa analisi?

Il che spiega come l’aria del dissenso nei confronti dell’accordo abbia travalicato il numero dei lavoratori che si ritrovano di norma sotto la sigla e le posizioni della FIOM, coinvolgendo un numero di lavoratori – mi riferisco soprattutto agli operai – enorme e pari a circa la metà di quelli impegnati sulle linee. Un risultato straordinario che non credo si possa liquidare dicendo semplicemente che è dovuto a un “capolavoro mediatico” della Fiom.  A Marchionne vorrei dire di riflettere. Ora non è più solamente un sindacato che non condivide il suo progetto, ora sono i lavoratori che gli hanno detto che non si può andare avanti così. E nessuno potrà mai convincermi che l´autoritarismo è più efficiente a produrre qualità nel processo e nei prodotti di quanto possa esserlo una condizione consensuale.

Marchionne afferma che le condizioni per il lavoro dell’azienda in Italia sono pessime, mentre in paesi come il Brasile – dove Fiat ha aperto di recente uno stabilimento – sono vantaggiose. Come risponde?

Se Marchionne si riferisce a una mancanza di politiche industriali nel nostro paese e a misure atte a favorire una crescita della produttività di sistema possiamo essere d’accordo; se invece si riferisce alle condizioni e al costo del lavoro nel settore auto gli consiglierei di prendere a riferimento gli altri paesi europei e di guardare, per esempio, alla Francia e alla Germania.

Come giudica la posizione tenuta dall’opposizione, il principale partito di opposizione, in merito al referendum? Ad esempio il sindaco di Firenze, Matteo Renzi del PD, un “giovane” considerato da tanti un possibile futuro leader del partito, si è schierato apertamente dalla parte di Marchionne.

Da parte dei partiti di opposizione ho visto una enorme invasione di campo e una mancanza di idee. Alla politica non spetta schierarsi con l’una o l’altra posizione sindacale. La politica dovrebbe dire qual è l’idea di paese che propone. Anche per i lavoratori di Mirafiori. Ed è evidente che questo vale soprattutto per la maggioranza e il governo. Per quanto riguarda il Pd vedo come faccia ancora fatica a raggiungere una sintesi tra le tante voci che animano il dibattito politico. Io invito però la politica a mettere sullo stesso piano la soggettività del lavoro con quella del capitale ed evitare una lettura subalterna dei processi che investono il mondo del lavoro.

Come giudica la scelta del Presidente del consiglio di schierarsi a favore della linea Marchionne anziché svolgere un ruolo di mediazione?

Il presidente del consiglio, al pari del ministro del lavoro, ha rinunciato a svolgere il suo ruolo istituzionale. Si è comportato da tifoso, arrivando addirittura ad affermare che in caso di affermazione dei NO Marchionne avrebbe fatto bene a portare gli investimenti all’estero. Ma in quale altro paese del mondo il premier avrebbe detto le cose che ha detto Berlusconi?

Con l’accordo in funzione, come cambierà concretamente la vita in fabbrica? Marchionne afferma che alzerà i salari.

L’accordo tocca diritti inderogabili come lo sciopero e la malattia. Esclude, inoltre, le organizzazioni sindacali non firmatarie, togliendo ai lavoratori il diritto di eleggere i propri rappresentanti. Non penso, quindi, che si possa subire l’accordo così com’è. Abbiamo un anno di tempo per trovare una soluzione.

Il nuovo contratto sarà esteso a Melfi e Cassino. Cosa faranno ora i sindacati? Si continuerà a lavorare su fronti diversi?

Senza un vero piano industriale Marchionne sembra deciso a procedere a strappi. Se riproporrà le stesse condizioni di Mirafiori per gli stabilimenti di Melfi e Cassino vedremo il da farsi. Spero però che Marchionne comprenda il messaggio arrivato dal voto degli operai di Mirafiori e che decida di fermarsi. Ma quello che ha determinato la Fiat sui rapporti industriali chiama in causa anche le altre organizzazioni sindacali. Per questo, per reagire al rischio di distruzione del sistema di relazioni, abbiamo avanzato una proposta sui temi della democrazia e della rappresentanza, e cioè in estrema sintesi su come validare gli accordi e su chi è titolato a contrattare in fabbrica, agli altri sindacati e alle stesse organizzazioni di impresa.

Crede che il modello inaugurato da Marchionne si estenderà anche fuori dalla Fiat, contagiando il sistema lavorativo italiano nel suo complesso?

Il rischio che il modello inaugurato da Marchionne possa estendersi anche fuori dalla Fiat, contagiando il sistema lavorativo italiano, è un rischio fondato. Così infatti leggiamo la proposta avanzata da Federmeccanica di rendere alternativo il contratto aziendale a quello nazionale. C’è da dire che ciò che è permesso a Fiat va letto in funzione del fatto che la casa automobilistica torinese agisce nel nostro paese da soggetto produttore unico. E da qui trae la forza per poter determinare a suo piacimento le relazioni industriali. La domanda che mi fa andrebbe in realtà rivolta a Confindustria nella consapevolezza però che il contratto nazionale è sì un regolatore di tutele e diritti per quanto riguarda i lavoratori ma è anche uno strumento indispensabile per una corretta competizione tra aziende e per evitare pratiche di concorrenza sleale.

[da Opera Mundi – operamundi.uol.com.br]

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Leggi l’intervista su Opera Mundi in portoghese:
http://operamundi.uol.com.br/entrevistas_ver.php?idConteudo=146

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