«Intere generazioni saranno perdute se Berlusconi non sarà sconfitto». Intervista a Nichi Vendola

Nichi Vendola, governatore della regione Puglia, un passato nell’antimafia, è uno dei possibili sfidanti di Berlusconi alle prossime elezioni, che vista la crisi di governo in corso potrebbero tenersi ben prima della fine naturale della legislatura. Leader di Sinistra Ecologia e Libertà, partito nato dalla frammentazione di Rifondazione Comunista, Vendola sembra raccogliere consensi anche al di fuori della sua base elettorale. A livello regionale ha battuto per due volte il Partito Democratico nelle primarie della coalizione, diventando così il candidato di tutto il centro-sinistra.
Ora vuole replicare l’esperienza a livello nazionale, non senza mettere in imbarazzo la dirigenza del PD, primo partito dell’opposizione, che non riesce a esprimere candidati che incontrino il consenso popolare. I detrattori di Vendola fanno notare che una sua candidatura allontanerebbe i voti dei cattolici e dei moderati, ma il leader di SEL, gay e cattolico, crede di poter aggirare i possibili ostacoli.
In questa intervista a Opera Mundi, Vendola spiega la sua visione della crisi politica e culturale che sta attraversando l’Italia, l’impatto che ha avuto Berlusconi sulla vita politica italiana, e racconta perché per uscire da questa situazione occorre ripartire da un programma di governo che torni a occuparsi dei problemi sociali. Secondo Vendola la sinistra – che oggi sconta un calo di consensi in tutto il continente europeo – oggi deve porsi come un’alternativa concreta alla crisi mondiale.

L’Italia sta attraversando una crisi che non è solo politica, ma culturale. Qual è secondo lei l’origine di questa crisi e cosa si può fare per invertire questa tendenza?

Il berlusconismo funziona come un’autobiografia dell’Italia di oggi. Il lavoro è stato completamente estromesso dal dibattito pubblico, così come la scuola. Come non accorgersi che il berlusconismo ha cominciato a vincere quando la scuola pubblica ha cominciato a perdere e una certa tv ha cominciato ad emergere come educatore unico, vero e proprio incubatore di sogni e paure privati? Oggi ci troviamo a vivere uno stato di transizione. Occorre congedarci dal berlusconismo, invertire questa tendenza, cambiare l’immaginario diffuso, intervenire nella formazione delle idee generali di questo paese. Ciò vuol dire assumere impegni sociali fondamentali come interlocutori di lotta e di costruzione di una nuova immagine del futuro, ad esempio contribuendo all’unità a sinistra, la più ampia possibile, per dare la risposta più larga possibile alla domanda di cambiamento che c’è in questo paese.

La sinistra italiana è ossessionata da Berlusconi. Il presidente del consiglio è davvero l’origine di tutti i mali del paese?

Noi abbiamo letto il conflitto d’interessi come una peculiarità italiana, Berlusconi come un’anomalia, un fenomeno pre-politico, una transizione folcloristica e frivola, una superfetazione di qualcosa che aveva a che fare più con il Bagaglino che con la società italiana. Abbiamo sbagliato, perché non ci siamo accorti che Berlusconi aveva cominciato a vincere vent’anni prima che apparisse sulla scena pubblica, nella misura in cui si intensificava una visione sempre più subalterna della politica come amministrazione, che non può mai essere costruzione di antagonismo o di idee alternative, ossia la politica dentro il recinto di condizioni predeterminate. E poi perché in Italia si sono sfaciati i partiti di massa, delle grandi narrazioni, si è sfasciata l’Italia delle famiglie. La sinistra non ha saputo usare le lenti giuste per leggere i cambiamenti epocali e per intervenire con una proposta autorevole, di società e di sviluppo.

Ora che la parabola di Silvio Berlusconi sembra avviata alla conclusione, quale sarà l’eredità del berlusconismo?

Il berlusconismo non finirà il giorno dopo un’eventuale sconfitta alle urne di Berlusconi. La sua cultura, la sua idea di società, le pulsioni repressive e l’oltranzismo padronale e razzista che esprime dovranno essere debellate con impegno e dedizione, per mezzo della buona politica e di una profonda innovazione culturale, al fine di sradicare di quei cattivi semi dall’immaginario profondo degli italiani.

La sinistra vive una crisi di identità in Italia e più in generale in tutta Europa. Che significa nel XXI secolo essere di sinistra?

Il Partito Sinistra, Ecologia e Libertà ha un senso se ha come obiettivo la sinistra del futuro, la sinistra del ventunesimo secolo. Come il seme, per dare i propri germogli, muore, così noi dobbiamo vivere il partito come uno strumento, invece di farne un feticcio. L’obiettivo è la sinistra, l’obiettivo è l’Italia, è il cambiamento, è la trasformazione della società. Essere di sinistra significa ristabilire un nesso virtuoso tra lavoro, libertà e conoscenza; significa costruire una critica pratica di un economicismo che ingoia nel processo produttivo tanta umanità, che degrada la dignità e la vita in nome del profitto.

Si parla insistentemente di “paese bloccato” e di fuga di cervelli. L’Italia è un “paese per vecchi”? Qual è l’orizzonte per le giovani generazioni, cresciute nell’idea che non conserveranno lo standard di vita dei loro genitori?

Se non si interviene immediatamente, si profila un orizzonte opaco, qualcosa che brucerà due, forse tre generazioni. Le politiche scellerate degli ultimi anni in Italia, in un campo fondamentale come quello della formazione, hanno costituito una vera e propria mannaia per le speranze dei giovani, considerati più come un problema, che come una risorsa. La ricerca e l’università nel nostro paese vivono una crisi profonda, perché percepiti dalla classe dirigente come un lusso insostenibile e, con un atto di estrema miopia politica, subiscono il bisturi dei governo ad ogni documento di programmazione economica. Un atto miope perché non si comprende che la ricerca, il  sapere sono settori  strategici per il futuro produttivo, economico e sociale del paese. Credo sia un dato incontrovertibile e inconfutabile questo. Nonostante ciò, molti giovani sono costretti a nascondere nei loro curricula l’alto livello di formazione raggiunto, per poter accedere a posti di lavoro precari e non esattamente corrispondenti alle loro aspirazioni.
Se non assumiamo come concetto fondamentale che la formazione, la cultura, il sapere sono gli elementi chiave per il futuro dell’Italia, credo che difficilmente si potrà realizzare quel cambiamento che in molti chiedono.

In un ampio strato della popolazione si è diffusa una sensazione di impotenza, frustrazione e diffidenza verso la classe politica. Qual è il suo progetto per questo pezzo di Italia?

Partiamo da un dato fondamentale: se abbattiamo la precarietà lavorativa, si riduce anche quella esistenziale. Rimettere al centro dell’agenda politica il lavoro, questa è la ricetta. Concicliare sapere e lavoro. Se abbiamo in mente un obiettivo chiaro e lavoriamo per raggiungerlo, ci potremmo anche perdere durante il tragitto, ma poi ritroveremmo la strada che porta inevitabilmente alla tutela dei diritti e allo sviluppo economico. Se gli obiettivi sono altri, se gli interessi di pochi diventano preminenti rispetto a quelli collettivi, allora continueremo a contorcerci su noi stessi senza mai discutere della vera natura dei nostri problemi.

L’Italia esce da un ventennio di politiche che hanno messo in discussione (e di fatto smontato) lo stato sociale a destra come a sinistra. Il risultato di queste politiche, tuttavia, non ha prodotto un paese economicamente più dinamico. È possibile coniugare una visione solidaristica dello Stato a una gestione virtuosa delle finanze pubbliche?

Alla morte del welfare, voluta sottolineo, si è aggiunta la crisi che ha investito il pianeta, figlia del fallimento storico delle politiche liberiste. Il Paese non può essere dinamico da un punto di vista economico perché in Italia non ci sono regole nel mercato, perché lo Stato non è ciò che dovrebbe essere, cioè il punto di vista dell’interesse globale. È su questo che deve indirizzare i finanziamenti alle attività produttive. Il profitto non è nato per provvedere alla sorte di chi si trova in difficoltà, ma per arricchire chi è già ricco. Perciò la virtuosità dei privati, che pure esiste, non può sopperire all’assenza di uno stato sociale. Il governo taglia la spesa sociale come mai è stato fatto prima, mentre continua a crescere la spesa pubblica. È un paradosso. In Italia la politica di contenimento del debito è stata messa in atto come fuga dalla crescita, mentre c’è bisogno di ripensare il welfare, non come spesa passiva, ma come motore dello sviluppo, pensato per i giovani e per la loro formazione. Ne è prova il fatto che l’Italia è ormai uno degli ultimi paesi europei a non prevedere, ad esempio, un reddito di cittadinanza.

La crisi che stiamo vivendo è solo l’inizio di una crisi più strutturale? O è un evento in grado di aprire nuovi scenari per il futuro?

In molti paesi la crisi ha già fortemente intaccato importanti settori strutturali dell’economia, fagocitando la produzione e i redditi. In Italia ad esempio, stiamo tutt’ora assistendo ad un pericoloso smottamento sociale, per cui intere famiglie, lavoratori dipendenti e tutto il settore delle piccole e medie imprese rischiano di entrare nella fascia delle nuove povertà. Negli ultimi anni, ben dieci punti di Pil sono passati dalle tasche dei lavoratori, ai profitti e alle rendite. I dati in crescita della povertà ci dicono che questa sofferenza sociale non può essere considerata come un dato ornamentale di vacui discorsi sociologici. La povertà è un dato strutturale dell’Italia e dell’Europa, e penso che le politiche che vanno messe in campo debbano avere come priorità la lotta per la tutela delle persone, dei bambini, dei vecchi, delle famiglie. Uscire dalla crisi richiede uno sforzo deciso, e scelte politiche chiare orientate alla ristrutturazione del welfare, dei diritti e del reddito per i ceti medio-bassi. La crisi costituisce quindi una grande opportunità, se affrontata con antidoti adeguati e se si coglie il monito che ne proviene.

La crisi economica ha messo in evidenza le falle del modello di sviluppo occidentale. È possibile un modello diverso? E l’azione di governo di un singolo paese quanto può incidere su questa dinamica internazionale?

Un modello diverso è urgente, non solo possibile. La parabola del neocapitalismo ci racconta di un mondo sottomesso alle logiche predatorie di pochi, polarizzato nella distribuzione delle risorse e delle ricchezze. Un mondo in cui i valori della finanza hanno sopraffatto il valore del lavoro come elemento di coesione sociale e di produzione di ricchezza. La tecnologia è stata messa al servizio del capitale, e non del lavoro. La globalizzazione, poi, ha completato il quadro, cancellando i diritti dei lavoratori e proponendo un modello basato sullo sfruttamento selvaggio delle risorse. Abbiamo ancora negli occhi le immagini del disastro che ha colpito il Golfo del Messico, quella marea nera è stato un avvertimento chiaro al genere umano. Ebbene, bisogna ripartire da un modello in cui la tecnologia sia un elemento che aiuti ad abbattere quote di fatica fisica, piuttosto che cancellare il lavoro umano. Dobbiamo cercare un compromesso avanzato fra crescita economica ed ecologia, avendo il coraggio di impegnare su questi temi tutta la governance globale.

[da Opera Mundi – operamundi.uol.com.br]

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Leggi l’intervista su Opera Mundi in portoghese:
http://operamundi.uol.com.br/entrevistas_ver.php?idConteudo=130

Leggi l’intervista sul sito di Nichi Vendola:
http://www.nichivendola.it/sito/mcc/informazione/nichi-su-opera-mundi.html

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