Il teatro e lo stupore. Bustric e il Moby Dick di Roberto Abbiati animano Castiglioncello

«Non sono piccolo, sono lontano». Con queste parole di incredibile leggerezza e auto-ironia Bustric saluta il suo pubblico che lo ringrazia con un’ovazione. Non poteva essere diversamente per uno spettacolo che ripercorre tanti passaggi di una carriera eccezionale, quella di prestigiatore, mago, comico e impareggiabile intrattenitore che è Bustric. «Bustric presenta Bustric» è stata una delle perle di questa edizione del Festival Inequilibrio di Castiglioncello, ridotta e fuori stagione per le difficoltà di carattere economico e politico che ha dovuto affrontare una realtà importante nel panorama del teatro italiano come è Armunia – un raro esempio di “mecenatismo” nel teatro contemporaneo italiano, grazie alla direzione di Massimo Paganelli che con questa edizione lascia e saluta il suo pubblico e i tanti attori che sono passati per il festival, che hanno contraccambiato calorosamente.
Quello che colpisce di Bustric è la leggerezza. Leggerezza dei toni, certo, ma anche fisica, perché questo folletto di un’età indefinita sa stare sul palcoscenico con un’agilità rara. E leggerezza, Bustric ce lo ricorda con maestria e grazia, non vuol dire superficialità. Così i suoi esercizi di magia sono in grado di parlarci anche dell’attualità; ad esempio, quando chiede a un signore del pubblico di prestargli un biglietto da venti euro, che magicamente sparisce nelle mani di Bustric. Lui si scusa, dice che si è affezionato, che glieli darà indietro, ma che ora non può perché i venti euro sono spariti. Poi li tira fuori dalla tasca della giacca e li riconsegna al proprietari. “Tante volte quando qualcuno vi dice che i vostri soldi sono spariti se li è semplicemente messi in tasca”, chiosa Bustric.
La grande rivendicazione di Bustric – si può parlare di rivendicazione in uno spettacolo di magia e comicità? Ebbene si direbbe di sì – è quella di sottrarre al tempo del mondo, che è quello della fretta, della produzione e dell’intrattenimento preconfezionato, il tempo per meravigliarsi delle cose. Per stupirsi. E se lui si definisce uno “stupido”, perché stupidi sono i suoi giochi e le sue storielle, Bustric ci ricorda che in fondo la radice di stupido è la stessa di stupore. Di chi cioè si prende il tempo per restare incantato a guardare il mondo. Di stupidi così l’Italia contemporanea – che è invece abbonda di cretini – ne avrebbe sicuramente bisogno.

Un altro spettacolo che gioca con lo stupore è «Una tazza di mare in tempesta» di Roberto Abbiati, piccolo grande gioiello che in dodici minuti racconta l’intera vicenda di Moby Dick a un pubblico di appena una quindicina di persone, grazie a un misto di parole, suoni, istallazioni, visioni, e soprattutto grazie alla suggestione che la sua scatola magica sa innescare. Il pubblico è infatti invitato a sedere su panche e sgabelli dentro una piccola stanza di legno, che ricorda l’interno di una nave. Alle pareti quadri, credenze, fori nel muro si animano, si aprono e lasciano intravedere profili di navi realizzati con le pipe, panni appesi a stampelle che diventano le vele spiegate di un trialbero, e il profilo di Ismaele, la voce narrante, che ha le sembianze e i folti baffi di Roberto Abbiati. Spettacolo per bambini che stupisce anche i grandi (perché da “grandi” tratta i piccoli spettatori), «Una tazza di mare in tempesta» è un concentrato di incanto, un raro esempio di vero teatro, quello in grado di iniettare emozioni improvvise e scuotere sottopelle come se si fosse di fronte alla più sofisticata delle visioni – e di fatti è questo che avviene, anche se la visione non è esattamente davanti agli occhi, ma si trova in quell’intersezione che scaturisce dall’incontro tra l’immaginazione del pubblico e la fantasticazione dell’artista, dove luci, voci, spruzzi d’acqua e pipe marine non sono che la detonazione di questa deflagrante esplosione immaginativa. Sono cioè un segno che rimanda altrove. Così come altrove – non sul palcoscenico, nelle parole degli artisti, ma nemmeno esclusivamente nello sguardo dello spettatore – si verifica il teatro. E altrove, con grazia e maestria, è in gradi di trascinarci Abbiati con la sua «Tazza di mare in tempesta», pur lasciandoci chiusi in una scatola di oggetti magici, animati, quasi che non fossimo altro anche noi.

Degna conclusione del festival è stato il concerto di Bobo Rondelli, accompagnato dalla parole di Franco Loi, un momento di poesia che ha chiuso un’edizione anomala ma certamente emozionante di Inequilibrio, che ha ospitato spettacoli come «Sembra ma non soffro» dei Quotidiana.com, «Delitto e Castigo» di Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino, «Primi passi sulla luna» di Andrea Cosentino e «Noosfera Lucignolo» di Roberto Latini, di cui questa rubrica ha già parlato e per i quali si rimanda ai rispettivi articoli.

[da http://www.carta.org]

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