Il paese dei balocchi allo sfascio. Il Lucignolo di Roberto Latini

È una metafora stringente e potente quella colta da Roberto Latini con il suo «Noosfera Lucignolo», di recente in scena al Teatro Argot di Roma per poi replicare il 21 novembre a Castiglioncello, nella giornata di chiusura dell’ultimo festival firmato da Massimo Paganelli. Potente perché centra un nodo attualissimo andando a toccare un episodio di una delle narrazioni fondanti per la cultura dell’Italia unita che, allo stesso tempo, ha assunto una portata universale. Il «Pinocchio» di Collodi data 1881, ma l’intuizione del suo autore che in assenza di cultura vedeva le persone come burattini manovrati dall’alto è un’immagine che anticipa molti temi delle società a venire, quella dei regimi totalitari ma anche delle società di massa. La trasformazione in “ciuco” che tocca in sorte a Lucignolo, invece, probabilmente riecheggia nella forma le metamorfosi di Apuleio, ma nella sostanza ha certamente a che vedere con il noto moto di dire, che fa dell’asino il sinonimo di ignorante. Un gioco di parole che diventa gioco letterario. Ma che succede se il mondo si sovverte e gli ignoranti, invece di essere ripresi, vengono applauditi, esaltati, celebrati? Cosa accadrebbe se in un paese che “c’era una volta e c’è ancora…” – come attacca l’incipit di Latini – gli ignoranti cominciassero a dettare legge, e a imporre a tutti il proprio standard di vita, fatto di festa tutti i giorni e di lavoro scaricato sugli altri? Sarebbe la realizzazione del Paese dei Balocchi, certo, ma che paese sarebbe nella realtà? Latini fuga ogni dubbio: “C’era una volta e c’è ancora… un paese di merda”.
Eccola lì, lampante e spiazzate a un tempo, la metafora che tiene lo spettatore in scacco per tutto l’arco del monologo magistralmente interpretato da Roberto Latini. L’accostamento tra l’Italia del bunga-bunga, delle domus pompeiane che crollano, dell’euforia televisiva come unico collante nazionale, del successo raggiunto grazie alla prostituzione più o meno intellettuale e il Paese dei Balocchi. Un paese dove apparentemente tutto è concesso, anche se come è noto il destino di chi imbocca la sua strada per Collodi è triste e senza ritorno.
Il Lucignolo di Roberto Latini è un personaggio più ambiguo dell’originale, o meglio ambivalente. È sfrontato, ma i suoi scoppi di risa improvvisi ricordano quelli di uno sconfitto, di chi non sa più come affrontare “l’immondo mondo, lo strazio di questo spazio”. Ha i capelli alla moda, in stile brit-pop, un finto spettinato coi colpi di sole, eppure è cencioso, impolverato. Guarda con i suoi occhi inquietanti il pubblico, ma il suo essere beffardo è racchiuso in una sorta di prigione, compresso in un quadrato bianco, tra una distesa d’acqua in basso e un cappio eloquente che penzola dall’alto – ovvero la scena minimale ed efficace disegnata dalle luci di Max Mugnai e riempita dai suoni di Gianluca Misiti (l’anima “tecnica” di Fortebraccio Teatro). Insomma, è un Lucignolo che sembra cosciente del destino che lo attende, a differenza del personaggio di Collodi; un destino da bestie da soma per muovere il circo del Paese dei Balocchi. E questa sua consapevolezza suona come una chiamata in correità per la generazione dei “grandi”, dei padri, che il Paese dei Balocchi lo hanno creato. La generazione di chi è sempre giovane e sempre saldamente al posto di comando, la generazione che ha imposto la giovinezza come metro di successo e per questo impedisce a chi viene dopo di lei di crescere, di maturare, condannando le generazioni successive a un’infanzia infinita – cos’è la precarietà se non un ideale prolungamento del cordone ombelicale ancora attaccato alla famiglia d’origine? L’altra faccia del “mammismo” italiano, di una società che non svezza mai i suoi figli, sta in quello che alcuni antropologi chiamano il complesso di Laio, la paura del padre d’essere ucciso dal figlio che brama il suo posto. Un “mammismo” evocato esplicitamente da Lucignolo-Latini, tra spintoni e suoni di fanfare, seguendo la rotta dei raffinati giochi di parole che costituiscono il testo, un testo – altro elemento luminoso di questo lavoro – che evoca e non dichiara, perché preferisce ammiccare con eleganza.
Dell’interpretazione – che si chiude con una metamorfosi asinina più performativa, senza parole, e con un gusto estetico sapientemente contemporaneo – è superfluo parlare. Roberto Latini è uno dei migliori attori della sua generazione e questo «Noosfera Lucignolo» lo conferma. Ciò che va invece sottolineato è che con questo spettacolo Latini e la sua eclettica compagnia ritrovano finalmente una felice vena compositiva, fatta di senso, semplicità, eleganza.

[da http://www.carta.org]

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