Dentro il “Sogno” di Massimiliano Civica

Shakespeare in teatro è allo stesso tempo un mostro sacro e una zona franca. Proprio perché universalmente noto, rappresentato e osannato, le sue opere sono spesso il terreno dove registi e attori – affrancati dal confronto con l’autoralità, perché tanto più gigante è il nome dell’autore e tanto più la sua statura può renderlo di fatto invisibile, poiché incontestabile – possono fare il bello e il cattivo tempo. Per questo l’operazione di Massimiliano Civica, che ha ritradotto il «Sogno di una notte di mezza estate» basandosi sulla versione più tarda – quella del 1623, cioè la meno letteraria, probabilmente modificata dopo anni di confronto con il pubblico – è qualcosa di inedito e salutare nel panorama nostrano, in grado di smarcarsi da una visione esclusivamente letteraria del drammaturgo inglese, ma senza ricorrere ad artificiose attualizzazioni. Anzi, la lettura rigorosa che ne fa il regista reatino – come già nel «Mercante di Venezia» – ci ricorda che l’universalità del genio poetico (vale per Shakespeare ma potremmo dire la stessa cosa per altri grandi del passato) risulta molto più comprensibile quando viene colto nel suo contesto, nel rapporto con la sua contemporaneità.
«Un sogno nella notte dell’estate» – questo il titolo scelto da Massimiliano Civica – dà una lettura complessa e per certi versi spiazzante del testo shakespeariano, che siamo abituati a considerare come un’allegra commedia fantastica. Scritto in occasione di un matrimonio, questo testo più che celebrarne le gioie mette in luce le fratture, le tensioni, le complessità del rapporto di coppia (e del rapporto di questa verso i figli). Civica si sofferma proprio su questo aspetto, mettendo in evidenza come il lavoro di Shakespeare il più delle volte si confrontava con una forma (in questo caso la committenza di una commedia per un matrimonio) per poi stravolgerla, o meglio superarla tramite una complessa stratificazione di possibili letture. Nel tentativo di esplicitare questo aspetto risiede, probabilmente, il senso di un “Sogno” che rigetta i toni da commedia degli equivoci, recitato in modo serrato e affilato (così come accadeva nel “Mercante”), e che addirittura si conclude con un finale stridente, persino freddo, dove la famosa “excusatio” del diavolo Puck – qui chiamato semplicemente “diavolo” – viene data in un controluce che abbaglia e disturba lo spettatore. Una visione netta, accentuata dalla scelta di marcare i piani della realtà (Tebe e il matrimonio di Teseo e Ippolita) e quello della fantasia (il mondo delle fate di Titania e Oberon) con due opposte assenze di colore, in bianco la prima e in nero la seconda, come il giorno e la notte – in quella che solitamente siamo abituati a pensare come la più “colorata” delle commedie shakespeariane.
Ma la scelta netta di Civica non è un’amputazione della volontà shakespeariana, che doveva anche intrattenere il pubblico con toni divertenti, alternando la tessitura della storia principale con momenti di autentica comicità. Così il terzo piano di realtà, quella del teatro, ovvero la storia degli artigiani che vanno a rendere omaggio al re con la loro commedia, si sviluppa in completa antitesi al resto dello spettacolo. Affidata a un ensamble eterogeneo, che mette insieme elementi di due gruppi della scena indipendente – Nicola Danesi di Tony Clifton Circus e Riccardo Goretti, Francesco Rotelli e Luca Zacchini de Gli Omini – dalla componente comica esplosiva e debordante, con un caratterista dalla spiccata verve comica come Alfonso Postiglioni, la vicenda degli artigiani si sviluppa come uno spettacolo nello spettacolo, estremamente comico e burlesco, contemporaneo nei toni e nel linguaggio, ed esplosivo anche dal punto di vista cromatico, perché a ogni attore è assegnato un colore.
L’alternarsi delle scene dà a volte l’impressione di trovarsi di fronte a una forma teatrale di “varietà” – cosa peraltro non troppo distante da quello che era teatro elisabettiano dell’epoca. Questo cambio di registro, certamente spiazzante, non manca però di coinvolgere il pubblico, divertire e di creare un ritmo che giova a uno spettacolo di oltre due ore di durata. Anche perché alla comicità fa da contraltare nel resto dello spettacolo una recitazione di alto livello, dove spicca su tutti uno straordinario Mirko Feliziani, che indossa con maestria le maschere e le voci del diovolo gentile (Puck) e di Egeo, seguito da un ottimo Oscar De Summa, che con Valentina Curatoli incarna le due opposte coppie di Teseo-Ippolita e Oberon-Titania. Chiudono il cast gli “innamorati” Francesca Sarteanesi (sempre de Gli Omini) e Armando Iovino con Elena Borgogni e Mauro Pescio, rispettivamente Ermia-Lisandro e Elena-Demetrio.
A ben vedere Civica dà vita a suo modo a qualcosa di raro per il teatro italiano, e cioè a un lavoro che è allo stesso tempo uno spettacolo popolare e una raffinata operazione intellettuale, dove la radicalità delle scelte si traduce in una presa di posizione, e non al gusto per la provocazione a cui ricorre anche troppo facilmente quel teatro “di trovate” che è diventato il nostro teatro di regia, quando non si rassegna a fare elaborati esercizi di “art decò”.
Il “Sogno” di Civica è una complessa stratificazione di generi così come la realtà è una complessa stratificazione di mondi. Al teatro non serve replicare tout court questa stratificazione – come cerca di fare l’arte contemporanea – perché ha dalla sua l’arma della rappresentazione, che è in grado di parlare tanto più lucidamente della realtà evocandone implicazioni e profondità. Nel “Sogno” i piani di realtà si incastrano l’uno con l’altro: il giorno con la notte, la fantasia con la realtà, e il teatro su tutto che le rappresenta e le comprende – come suggerisce la scelta di Civica di farci vedere, nella scena della rappresentazione, il punto di vista degli attori, mettendo il pubblico davanti al suo doppio, cioè al pubblico dei regali di Atene che assiste alla commedia. Come in un altro paradigma onirico della letteratura, il “Doppio sogno” di Schnitzler, i confini dei piani di realtà si fanno evanescenti e si compenetrano, suggerendo possibili letture ulteriori ¬¬– la più ficcante, in questa versione di Civica del “Sogno” shakespeariano, sta proprio nella facoltà che ha il teatro di “sognare” la realtà non per renderla evanescente, ma per farla intelligibile oltre le coordinate della logica.

Dopo il debutto al Teatro Vascello di Roma, nell’ambito del Romeuropa Festival, lo spettacolo sarà al Teatro della Tosse di Genova il 19 e 20 novembre.

[da http://www.carta.org]

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2 pensieri su “Dentro il “Sogno” di Massimiliano Civica”

  1. Io ho visto il lavoro di Massimo Civica ” Sogno di una notte di mezza estate, era un obbrobrio. Ha rovinato il testo , gli attori sembravano morti viventi appena usciti dal cimitero. Ma che cos’è ? Battute volgari e di facile risata. Non sono moralista apprezzo più un porno ben fatto che un lavoro così insignificante. La morte del teatro…si l’ho avvertita uscendo dalla sala del Teatro della Tosse…

    1. Il porno è una categoria dell’intrattenimento di massa per altro ormai abbastanza glamour, come molti sociologi contemporanei affermano. Qui siamo di fronte a una lettura di shakespeare alla quale si può aderire o meno, ma che ha delle sue fondamenta e che quindi – come sempre è nel caso dell’arte, e non dell’intrattenimento – potrà anche sbagliare, nel giudizio di qualcuno, ma non gli si può certo negare il diritto ad esistere. Anche perché, va da sé, esistono tanti pubblici e non uno solo: le “battute volgari” sono state accolte senza tanto scandalo nelle repliche romane (alle quali ho assistito), mentre la recitazione da morti viventi è stessa di quel “Mercante di Venezia” precedente a questo lavoro che è valso a Civica un premio ubu per la migliore regia.

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