Fare arte a Tehran. Intervista ad Amirali Navaee

un fotograma da "Saba in the wind"

Amirali Navaee è un ragazzo alto e spigliato, con una perenne espressione sorridente sul volto. Inconfondibile con il suo cappello modello borsalino in testa, nei giorni del festival Fadjr di Teheran, la più grande manifestazione di teatro e di cinema della capitale iraniana, lo si incontra come tanti altri artisti nei caffè della capitale, a discutere dell’opera dei suoi coetanei e dei maestri più affermarti. Anche Amirali è un artista, per la precisione un filmaker. Ha realizzato diverse opere video e alcuni cortometraggi che sono stati proiettati anche in Europa, alla Biennale di Venezia e più di recente alla Berlinale. In Italia è stato ospite del festival Es.Terni, in Umbria, dove ha realizzato una videoistallazione intitolata «Saba in the wind», ispirata alla tradizione sufi, e ha presentato un cortometraggio dal titolo «My atomic beloved». Ambientato in una Teheran deserta dodici ore prima che una bomba atomica distrugga la città, il film racconta di un ragazzo che si aggira per la capitale iraniana in cerca della sua ex fidanzata, mentre tutto a torno la gente cerca di mettersi in salvo. Una volta raggiunta, i due ragazzi, un tempo coreografi nella stessa compagnia, ricordano un momento felice, quando danzavano insieme in uno scantinato. Anche in questo caso torna con irruenza il tema della danza, una delle discipline che hanno più difficoltà a esprimersi nel regime dei mullah, perché strettamente connessa al corpo e al movimento. La danza è anche la forma espressiva con cui Amirali si è avvicinato al mondo dell’arte, successivamente abbandonata a causa delle difficoltà che incontra in questo paese. Anche «My atomic beloved» ha avuto problemi con la censura a causa di una scena dove si vede un carillon a forma di corano; il fatto che una ballerina fuoriuscisse dal libro e danzasse non è stato ben visto.
Durante il festival Fadjir ci capita di assistere ad alcuni lavori di teatro-danza, dove lo sconfinamento nel teatro è quasi una forma di tutela del movimento corporale, inserito in una coreografia giustificata da un testo. Tuttavia, anche nei classici shakesperiani, le danzatrici sono costrette a compiere le evoluzioni infagottate in costumi che le coprono fino ai polsi e alle caviglie. Accanto a me un signore dalla barba lunga osserva e prende appunti metodico. Un critico? No, un funzionario del ministero che controlla (quello che noi chiameremmo un “ufficio censura”), e che alla fine del festival presenterà la sua relazione.
A Teheran il fermento culturale non manca, gli spettacoli del festival sono sempre pieni, spesso c’è gente che resta fuori. Eppure è palpabile un forte sentimento di depressione che ha colpito la città all’indomani degli scontri di piazza avvenuti dopo la rielezione di Ahmadinejad, e l’ondata di repressione che li ha seguiti fino a questo inverno. Eppure l’Iran è un paese che vanta una produzione culturale di livello internazionale, dal cinema alla letteratura al teatro, e nella sterminata capitale ci si può imbattere in tante gallerie d’arte e luoghi dove si tengono incontri letterari e dibattiti.
Cosa significa, nel 2010, essere un giovane artista a Teheran? L’esperienza personale di Amirali e la sua biografia artistica possono raccontarlo meglio di tanti giri di parole. Difatti, prima di cominciare a lavorare con il video, Amirali era un danzatore, ma lo scoglio della censura lo ha convinto a cambiare strada. «È difficile che uno spettacolo di danza passi la censura – mi spiega – La danza è la disciplina più controllata, ci sono molti movimenti che non vengono consentiti, e questo rendeva il mio tutto molto difficile nel mio lavoro. Con il video, almeno posso portare a termine il mio lavoro, fare un prodotto finito, poi quello che succede succede. Anche nel campo dei video c’è censura, ma i tempi di intervento sono diversi».
La danza però resta un cardine nella vita artistica di Amirali, tanto che in diverse sue opere cinematografiche viene evocata o rappresentata. «Il fatto è che io amo la danza, continuerò sempre ad amarla. E la colpa è tutta di Michael Jackson». Che c’entra il re del pop con un giovane artista di Teheran? La risposta è la stessa che potrebbe dare chi è stato bambino negli anni Ottanta in qualunque parte del mondo. «Mi ha influenzato molto quando ero piccolo, come è successo a tanta gente restavo affascinato dai suoi movimenti. Poi, crescendo, ho svolto delle ricerche come danzatore e ho approfondito la disciplina di Gurdjieff [danzatore, mistico e maestro di danze armeno, che attinge alla tradizione del sufismo, Ndr.]. Beh, c’è da non crederci, ma il modo che aveva Jackson di muoversi, di camminare all’indietro, di cadere, è tutto fortemente connesso alla tecnica di Gurdjieff».
La morte di Michael Jackson ha avuto un’eco anche a Teheran, anche se è avvenuta in un momento particolare per la capitale iraniana, mobilitata contro la rielezione di Ahmadinejad. «Erano i giorni delle manifestazioni – spiega Amirali – Si parlava di quello che stava succedendo qui da noi. Eravamo molto spaventati. Quel giorno erano quindici ore che stavamo parlando, coi miei amici, dei disordini e di tutto il resto, perciò a un certo punto ci siamo detti: ok, cambiamo discorso. Io stavo guardando internet, e di colpo le notizie sull’Iran sono scese al secondo posto. Al primo c’era la morte di Michael Jackson. Mi è venuto da pensare che tutte le cose brutte si stavano verificando nello stesso giorno».

Ma la danza è davvero qualcosa di proibito per il mondo islamico? Ovviamente no. La danza è un elemento importante delle culture islamiche non solo come espressione artistica, ma perfino come elemento mistico. Basta pensare alla tradizione sufi. Amirali racconta che nella sua formazione la tradizione islamica in fatto di danza ha avuto un ruolo assai più fondante di tanta danza contemporanea. Per questo è convinto che islam e danza siano tutt’altro che incompatibili. «Per me è stata fondamentale la concezione di Ahmad ibn ’Ajiba, che ha ispirato il sufismo Darqawa, il quale diceva: “Quando fai samah (giri su te stesso) ogni molecola del tuo corpo è in contatto con ogni molecola del cosmo”. Non c’è nulla di più bello di questa frase per un danzatore, e viene dalla tradizione islamica».
In Iran il problema è un altro, è la censura, che però è un’espressione della politica, non della religione. Amirali racconta che in tempi recenti da esponenti del governo è stata pronunciata un’affermazione incredibile del tipo: “danzare è come stuprarsi a vicenda stando in piedi”. «Ma non c’è nulla nella tradizione religiosa che affermi qualcosa del genere. D’altronde la tradizione islamica ha sempre cercato un equilibrio, fin dai tempi antichi. Quando l’Islam è arrivato in Iran anche il mitraismo ha avuto una sorta di riscossa, e di colpo sono fioriti moltissimi poeti e artisti, è stato un momento culturalmente molto ricco».
Secondo quale interpretazione, allora, alcuni politici ritengono che la danza contemporanea possa essere bandita in nome di Allah? «Esiste nella tradizione islamica un principio chiamato ghena, che significa “perdere il controllo” – mi spiega Amirali – Questo è considerato peccato per la religione. Per questo motivo subito dopo la rivoluzione fu proibita la musica, ad eccezione di quella tradizionale. Ma anche in quel caso si trattava di un’interpretazione politica. C’erano degli artisti formidabili in quel periodo, come i percussionisti della filarmonica di Teheran, che furono cacciati perché si rifiutarono di suonare nascosti da una tenda, affinché non fossero visti. Perché ti racconto questa storia? Perché molte tragedie sono accadute per via di questa interpretazione del ghena. Molta gente è scappata, qualcuno è morto, la maggior parte degli artisti semplicemente si è ritirata dalle scene e ha ripiegato nella vita privata, entrando in depressione. Così un’intera generazione di artisti è stata bandita, è diventata di colpo underground, e le giovani generazioni non sapevano nulla della loro esistenza. È un po’ come nel film di Wenders “Buena Vista Social Club”: quando l’ho visto ho pensato che si trattava di una cosa molto più ridotta e meno violenta di quello che è successo da noi, ma simile nella sostanza.
Ma oggi qual è la situazione, ci sono delle restrizioni che interessano la musica? «Ci sono, sì, ma in modo diverso. La situazione è cambiata quando alcuni importanti musicisti parlarono direttamente con Khomeini del problema, e uno di loro in particolare riuscì a convincerlo che si trattava di un grave errore. Così dopo alcuni anni le restrizioni diminuirono. A quel punto la musica underground ha cominciato a trovare la sua strada.
Ancora adesso la musica straniera sarebbe proibita, anche se in quasi tutti i caffè la si può ascoltare [anche in quello dove siamo seduti a fare l’intervista, Ndr]. Tecnicamente potrebbero chiudere quei posti, ma di fatto non succede. È come se non ci fosse più una giurisdizione chiara per certe cose, o meglio, è come se esistessero due realtà: quella vera e quella sulla carta. È così anche con l’alcol.
Cosa è successo in questi anni? Si è sviluppata una cultura del ghena alterata tra gli islamici, e su quella base viene indirizzata l’azione del Ershad office. Ershad significa “guida”, ma di fatto la sua è un’azione di censura. Hanno cominciato a porre restrizioni su vari settori dell’arte, libri, cinema, teatro, in accordo con dei principi non del tutto chiari che sono connessi con questa cultura del ghena. Per la danza tutto questo è ancora più esasperato.
Quando ho cominciato a danzare avevo 15 anni e sognavo di esprimermi attraverso la danza. Poco dopo divenni disilluso. Ho pensato di lasciare perché tutta una serie di brutti pensieri di colpo si legano alla stessa idea della danza, e questo mette lo stop ai tuoi sogni. L’ultima volta che ho ballato in uno spettacolo è stato sei anni fa, quando avevo 22 anni».

Che a Teheran esista una realtà sotterranea che ha ben poco a che vedere con la realtà ufficiale è qualcosa di palpabile, che si percepisce in ogni momento dagli sguardi delle persone, dalla vitalità della scena artistica, dalla voglia di partecipazione che attraversa questa città dove la maggior parte della vita sociale è costretta a svolgersi tra le mura domestiche. Ma come dialoga questa Teheran underground con quella ufficiale? «È un rapporto molto confuso – spiega Amirali – Se non hai una visione chiara della cose e della vita rischi di diventare una persona molto depressa in questa società. Non c’è una mappa che tu possa fare, perché non si posso abbattere i muri, devi aggirarli. Il sistema che io uso per farlo è fare il clown, cioè soffrire e ridere allo stesso tempo. Per me questo è il modo di affrontare le cose, e trovare la via per farlo perfettamente è il mio obiettivo. A volte, per ottenere questo, devi sacrificare il tuo desiderio di essere un professionista riconosciuto (e comunque penso che questo sia vero non solo in Iran, ma ovunque nel mondo).
In realtà questo è il più grande dono che ho ricevuto dall’essere nato a Teheran, perché fa cambiare il tuo punto di vista e il tuo spirito. Molte volte in Europa ho sentito la gente usare la parola “odio” nel proprio ambito lavorativo: odio questo, odio quello… Se in Iran vai avanti seguendo questa filosofia, cominci a odiare tutto e finisci depresso. Perciò devi trovare un’altra strada, un’alchimia delle cose che ti premette di arrivare comunque al tuo obiettivo e di vivere la tua vita. È davvero drammatico e glorioso vivere la vita così».
Già, l’Europa. I toni che utilizza l’occidente non sempre sono adatti a comprendere realtà come quella iraniana, e non solo dal punto di vista degli stati d’animo, ma anche riguardo a come paesi come l’Iran vengono raccontati sui nostri giornali. Insistere su certi temi ci fa dimenticare la complessità delle cose, e con essa la prima cosa a scomparire dalla nostra vista è la vita quotidiana di migliaia di persone in un paese molto giovane e con un elevato tasso di alfabetizzazione, e che dunque per diversi aspetti è del simile a quella di tanti paesi occidentali. «I pregiudizi che gli europei nutrono verso l’Iran sono palpabili e influenzano anche noi artisti, che in Europa portiamo le nostre opere – racconta Amirali – Quando vai all’estero, tutti ti chiedono come ti senti. Ma pensa se un cineasta italiano venisse considerato all’estero non per il suo lavoro ma solo perché risponde a delle domande su Berlusconi. Sarebbe riduttivo. E poi non è detto che, siccome sono iraniano, sono per forza informato su tutti i problemi politici del Medio Oriente».
La strategia adottata da Amirali è quella di riderci su. Anche perché quando si parla, si attiva un dialogo, spesso quello che resta dei pregiudizi è il loro lato ridicolo. A tal proposito Amirali mi ha raccontato una storia esemplare: «Una volta ero a un concerto di PJ Harvey a Berlino, e un ragazzo israeliano mi ha chiesto se la gente ascolta PJ Haervey in Iran. Un mio amico, iraniano come me, gli ha risposto: “Dipende, qualcuno sì, qualcun altro no”. Al ché il ragazzo israeliano ha riso e ha capito che aveva fatto una domanda stupida. È così che va. Ci ho fatto l’abitudine a questa cosa: è come avere un’aurea diversa, ma può essere anche una cosa affascinante. Comunque dipende da chi sei: se sei una persona intelligente sei comunque un buon rappresentante del tuo popolo, dei suoi pregi e dei suoi problemi; se sei una persona stupida, no.
E poi c’è il fatto di essere un artista. Essere un artista è una decisione che ha a che vedere con la tua esistenza personale, e non necessariamente con il posto in cui sei nato. Questa è la cosa più forte dell’essere artista, il fatto che ti mette immediatamente in comunione con le altre persone che hanno fatto una scelta simile alla tua, indipendentemente da dove sono nate a dalla parte di mondo in cui vi trovate. Tuttavia, nonostante sia una cosa così personale, prendere la decisione di essere artista cambia di un poco le cose attorno a te. Soltanto per il fatto che sei ciò che sei. Questo è fondamentale, e va tenuto sempre bene in mente».

[da Gli Asini n°2/2010 – settembre-ottobre]

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