Un triennio di partecipazione: considerazioni e prospettive per Santarcangelo dei Teatri

L’edizione di Santarcangelo 2010 può essere considerata come un punto di passaggio importante per quello che è il più longevo dei festival italiani dedicati al teatro e alle arti contemporanee.
Da un punto di vista simbolico lo è stata eccome, non solo perché Santarcangelo dei Teatri festeggiava i suoi primi quarant’anni, ma anche perché questa estate ha segnato il giro di boa di una triennalità molto particolare, in cui la direzione del Festival è stata affidata ad alcuni degli artisti romagnoli più rappresentativi della scena italiana: Chiara Guidi (Socìetas Raffaello Sanzio), Enrico Casagrande (Motus) ed Ermanna Montanari (Teatro delle Albe), accompagnati da un trio di critici-organizzatori come Silvia Bottiroli, Rodolfo Sacchettini e Cristina Ventrucci. 
Questo progetto di direzione seguiva a un periodo particolare attraversato dal Festival, culminato nell’abbandono della direzione artistica da parte di Olivier Bouin che ha portato all’edizione “acefala” del 2008. Dopo due edizioni è possibile avanzare non un bilancio, ma qualche considerazione su questa formula nata per recuperare un Festival in crisi e tanto voluta dagli artisti del territorio.
Innanzitutto la piazza. Santarcangelo è tornato ad essere una festa di piazza, complice la scelta di raggruppare tutti o quasi tutti gli spettacoli nel comune romagnolo e di spargerli per il territorio. L’apertura di una sezione fringe, declinata in modo diverso da Guidi e Casagrande ma comunque tesa a massimizzare l’idea di Santarcangelo come palco totale, ha fatto il resto. L’atmosfera del Festival è notevolmente cambiata.
Da un punto di vista artistico forse l’edizione 2010 ha segnato una varietà maggiore e anche una qualità generale più alta di quella del 2009. Premetto che non ha senso comparare le scelte per il gusto sterile di tirare le somme, e che un festival che sia veramente tale deve contemplare la possibilità di rischiare, il che comporta anche un certo margine di cose meno riuscite. Tuttavia confrontare come può declinarsi un’idea di “curatela” – perché questa è la particolarità di queste direzioni artistiche e del triennio in corso – ci può dire alcune cose sul ruolo dei festival in un momento come questo, particolarmente difficile per il teatro. 
Nel caso della direzione di Chiara Guidi la scelta di un filo conduttore molto netto – il suono – ha fatto sì che gli spettacoli elaborati dalle compagnie di teatro (il più delle volte su commissione per il Festival) fossero meno incisivi di quelli provenienti dall’arte contemporanea, la cui progettazione aveva origini diverse e più metabolizzate, ma le cui dinamiche erano più legate alla performing art che al teatro vero e proprio. 
Il tema più vasto scelto da Casagrande – passione e politica – ha accompagnato un Festival che ha proposto molto teatro, ma anche altri tipi di arte, come la street art che ha avuto un ruolo privilegiato, mutando il panorama del Festival stesso mentre era in corso. Anche in questo caso diversi spettacoli sono stati progettati appositamente per il Festival, uno scarto che era visibile soprattutto rispetto alle proposte internazionali, che anche questa volta avevano una gestazione diversa.
L’edizione 2011, affidata a Ermanna Montanari, sarà probabilmente più legata all’attore, e chiuderà questa parabola triennale con un ritorno al teatro su cui c’è molta curiosità.
La scelta di trattare un Festival come un’opera in sé, tramite una direzione–curatela che dà ragione dell’idea che sono gli artisti a riprendere in mano il festival, ha prodotto certamente un risultato importante. Quello di recuperare un’atmosfera di partecipazione che sembrava andare verso l’esaurimento, tanto nei confronti del pubblico, che torna a vivere il Festival in una dimensione di piazza, quanto nei confronti della comunità artistica, invitata non a presentare il proprio lavoro ma a pensare il Festival assieme ai suoi ideatori.
Ciò non vuol dire che questa sia l’unica formula praticabile per un festival dei nostri tempi. Anzi, il ruolo che queste manifestazioni hanno assunto negli ultimi anni a livello produttivo e di sostegno reale rispetto alla scena del contemporaneo, suggerisce che in quest’epoca di forti tagli e di risorse compresse non sia la commissione il meccanismo più utile a sostenere le compagnie (soprattutto quelle più giovani), quanto l’articolazione di percorsi più lunghi e di reale sostegno ai progetti che possono avere una concreta possibilità di circuitazione. 
Esistono però momenti storici precisi e con esigenze specifiche. Considerando quello che ha attraversato Santarcangelo tra il 2008 e oggi, la risposta data da questa triennalità è stata un segno importante e vivificatore. E se mai nell’immediato futuro si troveranno delle risposte adeguate alle nebbie che si stanno addensando sulla produzione contemporanea nel nostro paese, sicuramente sarà anche grazie alla sperimentazione condotta a Santarcangelo dei teatri.

[da Stratagemmi – settembre 2010]

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