Dietro il volto del figlio di Dio. Il nuovo lavoro della Socìetas Raffaello Sanzio

foto di Piero Tauro

C’è uno scarto evidente tra la prima e la seconda parte di uno spettacolo pur breve come «Sul concetto di volto nel figlio di Dio, vol. II» della Socìetas Raffaello Sanzio, andato in scena alle Officine Marconi per il Romaeuropa Festival. Se all’inizio il regista Romeo Castellucci ci mette di fronte a una scena minimale, recitata, con un padre anziano e malato e un figlio – probabilmente in  carriera – che lo accudisce; nel finale invece ci troviamo di fronte a una scena decisamente allegorica, tutta virata sulla visione, e incentrata sul volto di Cristo ritratto da Antonello da Messina, che campeggia enorme sul fondo della scena. La prima parte ci mette davanti al rimosso della malattia, colto nel suo aspetto più degradante: un anziano incontinente che imbratta la casa del figlio, morendo di vergogna, mentre questi cerca di rinfrancarlo e di pulirlo. L’osceno – ciò che non si può o non si vuole vedere – è sulla scena, impossibile evitarlo, perché anche nell’odore pungente la parte escrementizia della vita (e dei rapporti sociali) che cerchiamo di occultare raggiunge le narici dello spettatore, che può quindi al massimo distogliere lo sguardo. Se c’è un che di tragico a cui, pur in uno spettacolo respingente come questo, viene da aderire, è proprio questo velo squarciato – così come squarciata sarà l’immagine-velo su cui è impresso il volto del Cristo – su uno dei rimossi più dolenti dell’occidente opulento: la morte, certo, ma soprattutto la malattia e la corruzione dei corpi, scandalo assoluto per una società edonista dove il massimo della pietà che si riesce a esercitare è l’esilio, più o meno dorato a seconda delle condizioni economiche e sociali, in apposite strutture sanitarie. Ma la sua rappresentazione estetica, tuttavia, ci pone davanti a una scena che si presenta come minimale ed è in realtà iperbolica: l’uomo anziano è colto da diverse scariche di diarrea che neppure il pannolone riesce a contenere, ma anziché ricorrere a un bagno o chiamare un medico, l’azione è tarata per farci vedere l’uomo in giacca e cravatta che pulisce la marda del padre, e il sedere nudo e imbrattato di questi. A questo punto la realtà dell’osceno diventa rarefatta, in favore di uno dei meccanismi classici dell’arte del Novecento, la provocazione. Certo, bisogna considerare che l’obiettivo di Castellucci non è la denuncia, e la scelta di rappresentare un rapporto padre-figlio di questo tipo di fronte al volto del figlio di Dio – oggetto di lacerazione e imbrattamento, anche se solo apparente, nel finale dello spettacolo – lo dice in modo inequivocabile. Ma è proprio il cambio di registro di questa allegoria, dove entra in scena il contributo sonoro di Scott Gibbons e la teca su cui poggia il volto di Cristo si rivela una struttura percorribile dove i performer praticano la loro executio in effigie, a spiazzare. Tutto viene svolto secondo i crismi dell’estetica del contemporaneo, e così anche un concetto forte come la dissoluzione del volto di Cristo (e, con il suo sguardo carico d’amore, la dissoluzione della pietà umana), diventa oggetto d’arte concettuale e non più, come permette il teatro, emozione da vivere. Non a caso la scritta che appare al posto del volto di Cristo, “tu sei il mio pastore”, è in inglese – una lingua distante dalla dimensione religiosa, la cui unica funzione liturgica (lo fa notare Attilio Scarpellini in un saggio di prossima uscita per Nuovi Argomenti) se c’è si esprime oggi nell’ambito della celebrazione dell’estetica contemporanea, e del mercato dell’arte che la tiene in vita.

[da Carta n°34/2010]

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