Muri sognanti. Intervista a Dem, Hitnes, Run, Allegra Corbo

L’edizione numero 40 del Festival di Santarcangelo, che si è svolta a luglio, ha dedicato uno spazio di tutto rilievo alla cosiddetta “street art”, l’arte di chi dipinge sui muri cittadini modificando la visione e l’ambiente circostante. Oggi il lavoro di alcuni degli artisti che si esprimo sui muri delle città è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, come quello di Blu o di Ericailcane (quest’ultimo tra il gruppo di artisti invitati). A Santarcangelo, che non è una metropoli ma un paese, la presenza di questi artisti invitati dal festival a riempire gli spazi del panorama urbano ha avuto un grande impatto ed è stata accolta con entusiasmo dalla gente. Giocando sul nome di Santarcngelo, gli artisti presenti al festival hanno realizzato immagini che si confrontano con tematiche del repertorio religioso, ovviamente alla loro maniera. Abbiamo raggiunto e parlato con alcuni di loro – Run, Dem, Hitnes e Allegra Corbo – per farci raccontare come è cambiata la street art e come si confronta oggi con lo spazio urbano.

Qual è il rapporto tra lo spazio urbano e l’arte, secondo voi?

Run: l’arte comunica qualcosa, anche non di preciso, ma che semplicemente facendosi esprime l’idea che si possano cambiare le cose, anche solo con la pittura.

Dem: per me è più emozionare la gente. I muri in italia sono spesso desolati, neanche “grigi” come si dice, ma piuttosto anonimi. Metterci su delle forme e dei colori cambia la percezione. Poi noi mischiamo forme e soggetti e la gente che si imbatte in un dipinto è costretta a chiedersi “cosa sto guardando?”. Entra in relazione col paesaggio. Poi ognuno si fa la propria idea personale. È questo il ruolo dell’arte in uno spazio pubblico, deve stimolare e cambiare l’ambiente circostante.

Hitnes: La domanda più frequente che ci fanno è “cosa significa?”. La risposta, semplicemente, è “quello che vedi”. Prova a trarre tu qualcosa da ciò che vedi, entra in relazione con quello che ti circonda in modo attivo. Certo, farlo con un quadro è una cosa, farlo su un muro è tutt’altro: le dimensioni contano, ma è quello che stimola questo ruolo attivo.

Run: Noi mettiamo il nostro significato, che più essere più o meno personale o addirittura casuale. La gente, invece, ci mette quello che si immagina.

AC: Io invece lavoro molto raramente in esterno, sono qui perché mi ha invitata Ericailcane. Al di là del luogo, dello spazio urbano, a me piace molto l’idea di essere tramite di visioni. Trasmettere cose che la gente non vede comunemente. Queste cose possono essere figure fantastiche, immagini filosofiche, creazioni realizzate col mezzo pittorico. Il fatto di farlo per strada, dove la gente si imbatte per caso nei dipinti, è particolare: magari passa della gente che non andrebbe mai in una galleria.


Una caratteristica della vostra arte è la “sorpresa”, la casualità della fruizione. Come vi ci rapportate?

Run: Spesso giochiamo con l’architettura, cerchiamo di schiacciarla a favore dei disegni, per far sì che siano i disegni a risaltare.

Dem: Oppure l’inverso, cerchiamo di elaborare una figura che stia bene in quello spazio lì, che magari non è una parete neutra ma ci passano tubature, ci sono finestre e così via.

Hitnes: È un po’ confrontarsi con il limite. Sul foglio bianco per realizzare un effetto usi gli strumenti e i colori in un certo modo, qui magari sfrutti delle irregolarità dell’architettura per un certo effetto, o magari sono proprio queste irregolarità che te le ispirano a priori. In fondo è una questione di tecnica, e le tecniche si inventano.

Run: Il muro ha già una sua storia, e noi interagiamo con questa. alle volte ci chiedono perché non copriamo delle scritte che ci sono sotto, cosa che può succedere; perché anche quella è la storia di quel muro, e il nostro lavoro cerca di confrontarsi con essa.

Dem: Non è che imbianchiamo lo spazio del muro per avere una tela bianca sul muro. Cerchiamo di sfruttare quello che abbiamo, perché l’effetto che ne esce è molto più bello.

AC: A me colpisce molto l’effetto meraviglia tra il prima e il dopo, il fatto che gli edifici vengono come trasfigurati. Certe architetture con o senza disegno cambiano completamente, è un impatto forte e positivo che mi fa sempre molto effetto.

Spesso dipingete figure organiche, animali ibridi, tutte immagini che fanno pensare ai bestiari fantastici del medioevo. Perché?

Dem: La scelta delle figure è sempre molto soggettiva. Ognuno ha i suoi spunti, che spesso attingono alla mitologia, alla filosofia, all’arte primitiva, alla religione e a molti altri sistemi complessi di simbologia. C’è da dire che, come i bestiari medievali rispondevano all’esigenza di dare una forma a ciò che non si conosce, di cui si è sentito parlare, così le nostre figure cercano di dare forma a immagini inedite o sensazioni particolari che non hanno una definizione specifica.

AC: Alcuni di noi hanno una passione per la mitologia, ma c’è anche il filone che segue e che studia le tavole anatomiche ad esempio. Si tratta di un’esigenza, quella di studiare le forme, ma a volte ci si imbatte in rappresentazioni, magari antiche, che hanno una loro estetica in sé e che ci influenza. Lo stesso vale per l’alchimia e i suoi simboli. Anche capire perché certi disegnatori del passato hanno dato vita a delle forme fantastiche, quali erano le loro esigenze e i loro intenti, è qualcosa di molto stimolante.

Hitnes: Se vuoi c’è anche la dimensione dello scherzo infantile: per disegnare un mostro o un drago spesso unisci delle forme più familiari di animali esistenti, o addirittura di oggetti. Dalla fusione delle forme conosciute escono fuori delle forme non conosciute, ma che appunto sono in realtà degli ibridi. Si tratta di un procedimento ideativo antichissimo, ma se vuoi proprio oggi l’ibrido è una dimensione particolarmente suggestiva.

Dem: Poi alle volte capita che siamo in due o tre a comporre un’immagine, e ognuno ci mette il suo bagaglio personale, le proprie suggestioni. Ma il risultato finale non è mio, né dell’altro, ma di tutti quanti insieme. E siccome questi lavori non si progettano a tavolino, questo ti fa capire come sia difficile rispondere a chi ci pone la domanda: “ma cosa vuole significare?”. Perché spesso quello che esce è la sommatoria di una serie di intenzioni e suggestioni, che entrano in realzione e si influenzano, si modificano.

AC: Un’altra cosa interessante è quello che io chiamo l’effetto rebus. In certe composizioni hai tante cose  messe insieme, figure e oggetti che a volte sembrano non avere relazione alcuna tra loro, e invece alla fine escono fuori delle vere e proprie narrazioni.

Dem: Comunque sia dietro c’è uno studio del colore e del bilanciamento delle forme. Questo è l’unico aspetto fatto a tavolino, c’è un momento in cui tutti insieme si decide una scelta cromatica e l’andamento di una certa figura nello spazio.

Run: Però anche questo non è un elemento che puoi decidere del tutto. Anzi, il più delle volte si lavora per così dire sulla fiducia, cioè basandosi su quello che è il modo di dipingere di uno e sullo stile che ha l’altro, riempiendo un certo spazio o una certa architettura su questa base. Insomma, bisogna anche un po’ conoscersi, “sentire” il lavoro dell’altro e dargli fiducia.

Rispetto all’arte murale degli anni Ottanta, che cercava un’estetica metropolitana e caotica, oggi il vostro modo di dipingere sembra più libero e più organico. Perché?

AC: Oggi il tema principale del nostro lavoro è la possibilità di esprimersi liberamente. All’epoca dei graffiti invece c’era un bisogno ben preciso che andava espresso, e cioè l’esigenza di tirarsi fuori dalla propria realtà, far venire fuori tutta la rabbia possibile, persino vandalizzare lo spazio, un’esigenza così forte che presupponeva anche l’idea di non farsi capire da chi non era l’arte murale. Oggi la situazione è completamente diversa.

Di solito chi si impadronisce dei muri è la cartellonistica, che lo fa per fini politici o commerciali. Voi come vi rapportate con questa realtà, che è diametralmente opposta alla vostra, ma che fa parte del panorama urbana?

Hitnes: Tante volte possiamo anche interagire con queste cose, c’è chi lo fa. Intervenire su un segno per modificarne il messaggio. Dal mio punto di vista la cartellonistica è uguale a un muro grigio, il più delle volte crea degrado. Nel caso della cartellonistica politica, sotto elezioni, è addirittura una violenza. Per il mio lavoro, comunque, quei segni fanno parte di quel contesto urbano che può essere riqualificato dall’intervento artistico urbano.

Run: Basta pensare che quello che facciamo noi sono opere uniche, il cui obiettivo è attirare l’attenzione della gente per dirigerla altrove, verso di maniche e tempi che non siano quelli della produzione e del consumo dove è proiettato il loro quotidiano. La cartellonistica è l’esatto opposto: chiede attenzione per poter vendere, per accelerare quel processo.

AC: A me piace pensare che il nostro lavoro sia una sorta di antidoto a tutto questo, che porti via il passante dalla dimensione mercificata della città, che è ormai parte del contesto urbano e della comunicazione, per restituirgli un’altra dimensione, fatta di emozioni impreviste che non chiedono nulla in cambio né promettono chimere. Mi piace pensare che queste immagini recuperano la possibilità del perdersi, del sentirsi proiettati in un luogo inaspettato.

Dem: Anche se il nostro lavoro è a due dimensioni, influisce sulla qualità della vita come fa l’archiettura. È inevitabile che sia così, perché la gente si nutre di quello che vede, e il fatto di vivere in un certo ambiente cambia la sua percezione ma anche la sua testa, le sue emozioni. Il nostro lavoro è come quello dell’architettura che modifica in meglio l’ambiente in cui viviamo, la comunicazione pubblicitaria è invece come l’architettura che degrada il mondo circostante.


Qual è oggi il vostro rapporto con le amministrazioni cittadine?

Run: Oggi ci si mette d’accordo con le istituzioni, perché viene riconosciuta la qualità del lavoro e il suo valore. Anche perché il nostro lavoro si indirizza a tutti e non a una nicchia, come è per altre arti che invece sono sostenute anche economicamente.

AC: Chi ha lavorato in strada lo ha sempre fatto, anche rischiando problemi con la polizia. Oggi però la sensibilità è cambiata, il nostro lavoro forse è più leggibile di prima, e si può persino dire che “serve”, perché la gente lo apprezza.

Dem: Le istituzioni si sono accorte del potenziale che questa arte ha a livello di riqualificazione urbana. Ci sono luoghi della città che hanno uno squallore particolare e con la pittura murale cambiano di segno completamente. Per sistemarli, dunque, a volte basta chiamare un gruppi di artisti – che a volte costa anche meno di un servizio comunale per ripulire i muri. Questo rende certi luoghi meno tristi, e le istituzioni hanno cominciato a puntarci. Certo, questo non è sufficiente: se le istituzioni non riqualificano i quartieri anche a livello sociale la vita resta sempre difficile. Un disegno può migliorare un ambiente ma non può risolvere i problemi.

[da Carta n°29/2010]

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