FaiFai. Il kitsch che viene da Tokyo

Il collettivo giapponese Fai Fai era una delle proposte internazionali di Santarcagelo 40, festival che si è concluso lo scorso 18 luglio. Il loro «My name is I love you» forse non è lo spettacolo più interessante del programma, ma certamente tra i più radicali, e il suo linguaggio in bilico tra pop, kitsch e grottesco non ha mancato di spiazzare e divertire il pubblico. Nel vortice dei Fai Fai finiscono stereotipi e ossessioni della società giapponese contemporanea, che suonano allo stesso tempo alieni e familiari, perché non ci appartengono ma fanno parte della cultura di manga e film che hanno contagiato l’immaginario di più di una generazione di europei. In mezzo a due Hachiko giganti – la statua del cane fedele che per tutta la vita tornò ad aspettare il padrone morto, mitico luogo di appuntamenti a Shibuya – si snocciola il mito romantico su cui fa perno l’industria culturale di un paese dove i rapporti umani sembrano condizionati da un forte senso di isolamento e solitudine. Il tutto in chiave demenziale. Una donna del futuro si innamora di un uomo del presente, ma non vuole fare sesso con lui perché nel futuro è una pratica estinta, mentre gli uomini si esercitano su robot sessuali perché non sanno come far l’amore con le ragazze, che a loro volta si offrono al primo che passa per sentirsi accettate. Tutto è così grottescamente deflagrante, ma anche assurdamente disperato, che si resta a fiato sospeso indecisi se ridere o piangere. Perché in questi sketch demenziali ciò che si delinea con forza è il totale abbandono alla propria solitudine, il cui unico antidoto è l’acquisto di surrogati e sostitutivi – cose per cui il Giappone, paese delle case del sonno, dei robot e della tecnologia virtuale, è tristemente famoso. Ma siamo proprio sicuri che, grattato via il kitsch, questa compravendita di melò come cura alla solitudine sia poi così distante da noi?

[da Carta n°25/2010]

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