La lingua del potere. Intervista a Moni Ovadia

Moni Ovadia è in giro con il suo spettacolo «Senza Confini – Ebrei e Zingari», che racconta i razzismi di ieri e di oggi. Lo abbiamo incontrato al festival Metamorfosi di Cascina, dedicato al teatro politico. Di certo il teatro di Moni è un teatro che prende di petto i temi della nostra società e li racconta, svelando le ipocrisie e le assurdità dei luoghi comuni del linguaggio della politica, come avviene nel suo ultimo recital. L’arte, però, sa essere politica anche quando non tratta esplicitamente di temi sociali, e il taglio indiscriminato alla cultura che sta mettendo in ginocchio le istituzioni culturali di questo paese lo testimonia. Ma la cultura è davvero uno “spreco”? E fare arte è sempre e comunque un atto politico? Abbiamo chiesto a Moni Ovadia il suo parere.

Fare teatro oggi è un atto politico?

I teatranti oggi sono gli unici che fanno politica. Nessun altro lo fa. Per questo fa impressione questa ritorsione contro quegli uomini che hanno il coraggio di esporsi. Perché il taglio indiscriminato alla cultura è una forma di vendetta nei confronti di chi ha il coraggio di pensare e di dirlo. Si tratta di un taglio assolutamente non necessario. È bene che noi cominciamo a cambiare linguaggio. Non facciamoci incantare. Non dobbiamo farci incantare dalla lingua del potere. Per quando articolata e astrusa è una lingua primitiva. Mente, è questo il suo scopo. Non è vero che non  ci sono i soldi. Di soldi ce ne sono anche troppi, ma li rubano. Non ci sono soldi con 200 miliardi di euro di evasione fiscale? Con 60 miliardi di corruzione? Con forse il triplo di questa somma destinata agli sprechi? Con quei soldi di manovre finanziarie come questa, che costa 25 miliardi, potrebbero farne venti.
Mentono sapendo di mentire. Difendono i privilegi. Colpiscono il lavoro. Odiano la cultura perché sono ometti piccoli piccoli che non si confrontano con la cultura. Non è una questione di schieramento politico. Io sono schierato come tutte le persone per bene – su chi non è schierato Dante ha già detto tutto: «Non ti curare di loro ma guarda e passa». Ecco, secondo questi signori, secondo la loro logica da ominicchi, si colpisce la cultura perché è schierata. Se fossimo ai tempi dei guelfi e dei ghibellini, una parte colpirebbe Dante dicendo che fa schifo soltanto perché schierato. Ma la cultura è di tutti. Mai un esponente del centrodestra europeo si comporterebbe così. Sarkozy è un uomo di destra, io sarei suo fierissimo avversario se vivessi in Francia. Ma non si sognerebbe mai di tagliare la cultura. Tutti investono sulla cultura. Angela Merkel ha fatto un bellissimo discorso in occasione del cinquantenario della morte di Bertolt Brecht che culminava dicendo: «Sia chiaro a tutti i tedeschi: Brecht è un patrimonio della nostra cultura nazionale».
Conosco qualche politico italiano di centrodestra, perché lo frequentavo da ragazzino, quando ancora non era chiaro cosa sarebbe diventato. Quando ne ho incontrato uno gli ho detto: «Siccome Picasso era un maledetto comunista, se buttate via tutti i quadri ditemelo che me li prendo io». Ma si può essere così idioti?

Ma a che serve l’arte in tempo di crisi?

Quando c’è una crisi la prima cosa da fare è investire sulla cultura. Perché la cultura dà energia e dignità. Se sono con le pezze al culo ma la mia città ospita iniziative culturali cui posso accedere gratuitamente, mi sento un signore. Perché sento parlare le migliori menti, visito mostre straordinarie, ascolto buona musica e vedo del buon teatro. Gli spagnoli, che hanno problemi economici forse peggiori dei nostri, hanno aumentato i fondi per la cultura. Ma i nostri governanti sono vendicativi, rozzi e incolti.
Persino la signora Irene Pivetti, non certo un’esponente della cultura progressista, ha affermato che le parodie che le faceva Sabina Guzzanti erano straordinarie. Un politico quelle parodie le deve incassare e basta, anche questo fa parte del processo democratico. I politici statunitensi vanno in televisione da David Letterman a farsi fare a pezzi. Un grande politico incassa. Ridere di se stessi dà forza, è questo che i nostri politici non capiscono. Come si fa ad essere così minuscoli?
Oggi il teatro ha il coraggio di esporsi, e chi lo fa sa che rischia di essere penalizzato. Non parlo tanto di me, ma c’è gente straordinaria che fa un lavoro incredibile, come Marco Paolini o il grande Ascanio Celestini. E non solo gli artisti di teatro civile: il teatro è schierato anche quando non affronta esplicitamente temi politici. Gli artisti scendono in piazza, perché sanno che l’arte è interamente un atto politico. Quelli che dicono che l’arte non deve essere politica sono dei cretini che non hanno capito cos’è l’arte.

Ascanio Celestini, interpellato a Radio Zolfo, sottolineava che gli artisti fanno politica non perché seguono questo o quel partito, ma perché mostrano uno sguardo etico sul mondo.

Giustamente. Non dobbiamo confondere il partitico con il politico. Il partitico serve solo a riempire le tasche di chi ne ha fatto un mestiere. La politica si fa fuori dai partiti, a volte persino contro i partiti. Ovviamente ci sono anche dei politici che sono galantuomini, che provano a cambiar ele cose dall’interno; ma la vera politica oggi è altrove. Perché che cos’è la politica? È l’arte nobile di costruire la polis, la città.
La demolizione della cultura politica del nostro paese è partita dal linguaggio. Parlando agli operai della Cgil, ho detto questo: se fossi stato uno di voi, quando hanno cominciato a chiamarvi “risorse umane” mi sarei presentato agitando una chiave del 38. Non per chiedere aumenti salariali o miglioramenti delle condizioni di lavoro, ma per dire: state molto attenti a come parlate. Perché si comincia così. Il cittadino è diventato “utente”, l’operaio è diventato “risorsa umana”. Si è sempre cominciato dal linguaggio, anche i nazisti hanno cominciato da lì. Ma poi inevitabilmente si passa ai fatti. Il linguaggio sono il motore della trasformazione delle società
Io ribadisco sempre la mia condizione di essere umano, di cittadino e di uomo di teatro: queste sono condizioni minime di dignità.
Il ruolo della cultura e dell’arte è proprio fare politica. Il novecento è lì a dircelo. Chi afferma che la cultura dovrebbe parlare di altro non sa cosa dice: non si occupa dell’uomo, l’arte? E l’uomo non è un animale politico?

Di «Senza Confini – Ebrei e Zingari» dici che è un appassionato contributo contro ogni razzismo. Qual è il razzismo del 2010?

Il mio spettacolo parte dagli ebrei per lasciarli subito. Io sono ebreo, ma oggi gli ebrei sono entrati nel salotto buono dei vincitori. Sono coccolati dagli stessi che perseguitano i rom, i sinti, gli arabi e i musulmani. Una parte importante del mondo ebraico ha imboccato non la scelta nazionale, ma nazionalista. Proprio in questi giorni, con l’attacco alla Freedom Flottiglia, abbiamo visto dove porta il nazionalismo: alla devastazione. Non tutti sono così in Israele, grazie al cielo. Ma i governi che si sono succeduti dopo Rabin – tutti, nessuno escluso – sono stati ambigui, non hanno cavalcato la carta del dialogo ma la logica della forza. Così anche l’establishment militare. E purtroppo anche una parte delle comunità della diaspora si sono appiattite su questa logica, guidate da un’ossessione nazionalista. Ovviamente l’ossessione ha le sue ragioni: non è toccato a molti popoli di rischiare l’estinzione fino all’ultimo embrione, è toccato solo ai rom e agli ebrei. Tuttavia, quando una legittima rivendicazione invece di costruire giustizia per tutti e di significare la fine del razzismo si trasforma in ossessione nazionalista e delirio del confine, allora c’è qualcosa che non va. Quando al dio della sicurezza si paga il tributo di tenere in una prigione a cielo aperto un intero popolo, vuol dire che c’è una deriva. Naturalmente non faccio di tutta le erbe un fascio, proprio perché non sono razzista: nel mondo ebraico ci sono molte forze che si confrontano e che si contrappongono. Però in questo momento fare i carini con gli ebrei è una delle cose più convenienti, nel mondo occidentale in particolare. Tutti vanno a fare il pellegrinaggio indossando lo zucchetto a la désinvolte. Un esponente delle nostre istituzioni, uscendo da Auschwitz, ha fatto un’affermazione da mascalzoni: ha detto “Io mi sento israeliano”. Ma guarda guarda. Non dicono mi sento ebreo, mi sento rom, sinti, antifascista, omosessuale, slavo, menomato, testimone di Geova. Io, proprio perché sono ebreo, ricordo che gli sterminati nei campi di concentramento furono 13 milioni; di questi, 7 milioni erano non ebrei. Molti ebrei sono andati in Israele, dopo la catastrofe, a ricostruirsi un’esistenza, e quindi certamente una parte della titolarità di questa tragedia spetta anche alla società di Israele, ma certamente non tutta la titolarità di tutti gli ebrei, e tanto meno la titolarità di tutti gli altri, che anno sofferto atrocemente e che vanno rispettati e onorati.
Il razzismo di oggi fa questi giochini. Durante una trasmissione televisiva ho sentito un politico fare questa affermazione: “Io non sono razzista, perché sono iscritto all’associazione Italia-Israele dall’età di 18 anni”. Io sono scoppiato a ridere. Capisci l’argomentazione? Sembra che una parte degli ebrei siano diventi il parroco che ti dà il certificato di buona condotta. Io oggi, proprio come ebreo, voglio vedere come trattano gli africani, i musulmani, i plestinesi: è lì che vedo quali sono i veri sentimenti nei confronti dell’ebreo. Quello che si cerca di fare oggi è intorbidare le acque.
Io ho deciso di alzare la mia voce. A me hanno detto di tutto: ebreo antisemita, nemico del popolo ebraico… Non mi interessa. Oggi il razzismo ha delle forme insinuanti, alle quali occorre prestare molta attenzione. Oggi, con il presidente degli Stati Uniti afro-americano, i neri d’America vivono una stagione di maggior riconoscimento; già Condoleeza Rice è stata un personaggio chiave dell’amministrazione americana, pur stando dalla parte della reazione più bieca (è nel suo pieno diritto, perché la democrazia è anche questo). Ciò nonostante i neri d’Africa vengono respinti ogni giorno alle frontiere, rimandati indietro a morire nei deserti, oppure trattati come schiavi nei nostri campi. E lo stesso vale per i rom e i sinti, sui quali si vomitano ogni tipo di falsità – per altro le stesse calunnie che si sentivano dire contro gli ebrei prima della seconda guerra mondiale.
Io ho scelto di fare teatro per mantener alta l’attenzione. È un modo di fare politica che si fa in ogni momento della vita, e non solo nei giorni feriali. La politica, la lotta, si fa ogni secondo che sei vivo. Chi crede di aver fatto abbastanza perché ha fatto il ’68 non ha capito nulla. Dobbiamo passare il testimone di generazione in generazione, perché il cammino verso la giustizia sociale è molto lungo. Io non vedrò l’alba, lo so già, ma non mi importa; sono iscritto nel cammino e tanto mi basta.
Il teatro serve a questo: è un modo di metter a disposizione della lotta le sue fibre più intime. Se la lotta non è carne e sangue non serve a niente. Abbiamo visto che fine hanno fatto i super-rivoluzionari di un tempo, molti dei quali all’epoca mi dicevano che ero troppo moderato: sono tutti diventati portaborse di Berlusconi. Il teatro è un modo di lottare. Karl Marx, che oltre ad essere un grande genio filosofico era un uomo vero, faceva un gioco con le sue figlie, che gli ponevano delle domande. Una di queste era “Papà, cos’è per te la felicità”. Lui rispondeva immancabilmente: “La felicità per me è lottare”.

[da Zona22 n°0/2010 – intervista realizzata a Radio Zolfo il 5 giugno 2010]

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