Che fine ha fatto la realtà?

Questo testo è uscito come editoriale di Nero su Bianco n°3/2010, la fanzine dell’osservatorio critico di Santarcangelo 40.

illustrazione di Valeria Prosperi

Il rapporto con la realtà è stato da sempre al centro della riflessione del teatro. Di volta in volta gli artisti hanno concentrato la loro attenzione sull’aspetto funzionale di questa arte, oppure ne hanno rivendicato e ricercato i margini di realtà e unicità, o altrimenti hanno inventato visioni sconnesse da qualunque referenza per poter rivendicare la creazione di un piano ulteriore di realtà. Non è un cruccio esclusivo della ricerca che trova interessante riflettere su se stessa e sui limiti semantici del mezzo, perché anche la drammaturgia, e da tempo, si è abbandonata volentieri a giochi metateatrali. E il perché di questa insistenza, che dura ben oltre la stagione pittorica delle pipe di Magritte, è facile da intuire: il teatro e la performance sono arti che si danno quasi sempre in presenza di un corpo vivo, e sono gli esseri viventi, in definitiva, con la loro capacità di interpretazione che crea senso, a costituire il vettore della realtà. È in questo senso che il teatro è da sempre lo specchio della realtà e della società.
Gli anni che viviamo, tuttavia, hanno reso il concetto di realtà ancora più complesso. Oggi realtà e finzione non sono più in netta opposizione, ma sono concetti che viaggiano in parallelo e che contribuiscono a costruire la nostra idea del mondo. Quasi tutto quello che sappiamo del mondo lo apprendiamo attraverso un medium, che sceneggia la realtà per potercela raccontare; portiamo avanti una parte importante dei nostri rapporti privati attraverso le reti, cioè a distanza, attraverso una mediazione tecnologica; spesso il nostro modo di stare nel mondo cambia se c’è o meno la possibilità che ciò che facciamo finisca ad esempio in tv (basta pensare a quanti attentati vengono ideati più per la loro eco mediatica che per un effetto sulla realtà). Le dinamiche della società dello spettacolo hanno fatto in modo che la realtà, per affermare se stessa, abbia cominciato a usare i linguaggi dell’arte. La modalità principe del Novecento, secolo di avanguardie e sperimentazioni, è la provocazione. Oggi la realtà è in grado di lanciare provocazioni assai più incisive dell’arte. E all’arte cosa resta da fare?
È questo l’interrogativo che attraversa questo numero di Nero su bianco, a partire dalla rubrica “live” che riporta il dialogo della redazione con il Teatro Sotterraneo, che si è cimentato nel non facile compito di confrontarsi con l’evento mediatico dell’anno, la finale dei mondiali, attuando in diretta un radiodramma in contemporanea alla fine della partita, ambientato proprio nello stadio di Johannesbourg. Sarà un interrogativo che attraversa in parte anche le recensioni, che in questo numero avranno uno spazio doppio per raccontare il primo week-end del festival. E non mancherà un affondo sull’arte che oggi sembra maneggiare la realtà con maggior sicurezza e incisività, il cinema documentario, dove la visione lucida di Marco Bertozzi ci spiega perché il documentario si configura come un antido alla mistificazione della realtà, oggi ai suoi vertici. Mentre la rubrica delle biografie si occuperà della formazione israeliana Pubblic Movement, che coniuga coreografia e arte urbana, la sezione dedicata ai laboratori racconterà i due percorsi che lavorano sull’immagine fotografica – Fanny& Alexandere e Stefano Ricci – formato che per decenni è stato sinonimo di “prova documentale” di quanto avvenuto nella realtà. Il tutto per chiederci che fine ha fatto la realtà, e che ruolo ha l’arte nel formulare questa domanda.

[da Nero su bianco n°03/2010]

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