Il bestiario fantastico della street art

Fare dello spazio urbano un teatro naturale della creatività. Questo è uno dei presupposti dell’arte urbana in genere, e certamente anche della street art. Le città globali si trasformano in luoghi utopici (e distopici) dove si schiudono mondi, visioni da un altrove che parla anche del nostro presente. Così Santarcangelo, che si fa teatro diffuso per il festival, della metropoli globale assume il segno pur non avendone la vocazione, grazie alla presenza degli artisti nazionali e internazionali e alle loro tracce sparse sul territorio.
Un segno che è a metà strada tra il futuro e l’antico, tra una cartografia medievale e una visione prospettica d’architettura moderna. Perché lo spaesamento che la seconda può provocare si intreccia perfettamente con le suggestioni della prima, e come in un bestiario fantastico il percorso urbano può trasformarsi in un viaggio in cui ci si imbatte in figure mai viste, animali mitologici, mostri nel senso etimologico del termine, apparizioni, il manifestarsi di un segno divino che è rivelazione ma allo stesso tempo monito.
Questa è un’estate in cui si narra di polpi divinatori, e ci si muove lungo un festival attraversato da porci dimezzati e da uomini con la faccia di coniglio o la testa di cavallo, come moderne divinità egizie (già avvistate, per altro, da un oracolo contemporaneo come Google street view). E perdendosi per le strade è facile imbattersi in figure ibride che prendono forma, topi dimezzati con la testa di conchiglia, orsi siamesi, pipistrelli giganti ed enormi bambini blu. Uno scorcio urbano che prima passava inosservato diventa vertigine, finestra su un altrove che le figure inquiete plasmano davanti ai nostri occhi, attingendo alle inquietudini degli improvvisati flâneurs che si fermano a guardare.
Lo sanno bene gli artisti che stanno popolando i muri di Santarcangelo di bestie immaginarie – Dem, Run, Hitnes, Ericailcane – che con la letteratura fantastica medievale hanno più di un punto di contatto, perché come quella fanno leva sui fantasmi, dandogli forma e anima attraverso linee e macchie di colore. Mutazioni, figure ibride, animali giganti sono le tracce zoomorfe delle inquietudini e dei rimossi del nostro presente che quando si manifestano non provocano necessariamente spavento, ma a volte perfino esaltazione per il fatto di avere finalmente davanti agli occhi qualcosa che non aveva forma, non aveva nome. Nominare il mondo significa crearlo, pensarlo, poter interagire con esso; è il compito che Dio assegna ad Adamo nel giardino dell’Eden, quando gli dice di dare un nome a tutti gli animali. Senza usare le parole a volte l’arte è in grado di nominare il mondo che ancora non è stato nominato.

[da Nero su bianco n°02/2010]

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