40 anni in rosso: parte Santarcagelo. Intervista a Enrico Casagrande

Il Festival di Santarcangelo compie quarant’anni e lo fa ritrovando la sua dimensione di festival di piazza: una vocazione che è anche un segno politico, perché recupera l’arte alla pratica del confronto, che smonta l’idea di un pubblico consumatore e recupera il teatro – l’arte della polis per antonomasia – al suo senso più profondo: il ripensare, collettivamente, cosa avviene nel mondo e dentro di noi. Dopo la direzione di Chiara Guidi della Socìetas Raffaello Sanzio, quest’anno il testimone passa a Enrico Casagrande dei Motus, nell’ambito del progetto triennale che affida alle compagnie del territorio romagnolo il compito di imprimere il proprio segno al festival (nel 2011 sarà la volta di Ermanna Montanari). Tra le compagnie di punta degli anni Novanta, i Motus hanno coniugato una forte sperimentazione tecnologica ad un gesto sempre volutamente politico. Questa impostazione si riflette nel festival voluto da Casagrande, a partire dal manifesto di questa edizione che si svolge tra il 9 e il 18 di luglio: un rosso a tutto campo.

Perché hai scelto il rosso come colore del festival?

Il rosso è stato un punto di partenza. Cercavamo un’immagine, abbiamo scelto invece una campitura in assenza di immagine: il rosso c186. Perché avevamo bisogno di un segno e di un senso immediato, e il rosso ci sembrava che comunicasse un’urgenza. È il colore della passione, un colore che è stato dimenticato dalla politica e dalle mode, ma noi lo sentiamo vicini alla nostra tradizione e alla voglia di essere sanguigni con questo festival. E poi la campitura è “a tutto campo”, appunto, è un campo comune a tutti che suggerisce l’orizzontalità dove tutti interagiscono, artisti, pubblico e critica.

Santarcangelo torna alla sua dimensione di piazza. Ed è sempre più un festival delle arti non solo di teatro. Perché è importante oggi che il teatro esca dal teatro?

Non esistono barriere tra le arti. Il teatro, tra tutti i linguaggi, ha la fortuna di essere un contenitore attraversato e contaminato costantemente dalle altre arti. Il teatro come soggetto è sempre uscito da sé per incontrare altri linguaggi. Il festival è in linea con questa caratteristica del teatro, e oltre agli spettacoli presenta documentari, performance, istallazioni. Gli stessi lavori teatrali sono sempre sul confine, guardano dove il teatro finisce e dove comincia qualcos’altro – che è un nodo centrale del mio pensare al teatro. Va ribadito tutto questo, perché è un valore non solo estetico ma anche politico del teatro, soprattutto oggi. Al di là della crisi economica, quella che stiamo vivendo è una crisi dei valori che si traduce in grande conformità e assenza del rischio.

Santarcangelo compie 40 anni, e si conferma il più longevo dei festival di teatro contemporaneo. Che effetto ti fa dirigere questa edizione?

È un onore, certamente, perché è un festival che ha attraversato tante criticità ma comunque resiste. Santarcagelo è un punto di riferimento per l’Italia ma anche per l’Europa. Per questo vogliamo mettere in evidenza la sua longevità, senza celebrarla in modo classico. Ci saranno delle iniziative particolari, come una mostra fotografica sul primo periodo degli anni Settanta. Nei bar del paese saranno proiettati dei video con i materiali delle passati edizioni, e poi realizzeremo un unico grande manifesto con le quaranta locandine del festival, che testimoniano l’evoluzione del segno grafico dagli esordi fino al rosso di quest’anno.

Tra i progetti collaterali c’è “il manifesto rosso”, che chiama a raccolta le energie creative degli artisti. Ce lo racconti?

È un campo rosso senza immani. Abbiamo chiesto agli artisti, ma anche ai non artisti, di applicarci un’immagine o una foto per creare il proprio manifesto, e dare così al festival un segno collettivo. Hanno risposto artisti famosi e gente comuni, e tutti sono egualmente importanti, perché abbiamo chiesto loro di regalarci l’originale per realizzare un’asta a sostegno del festival. I vari manifesti rossi saranno in vendita sabato 17 luglio, chiunque potrà portarsi a casa un pezzetto del festival, e questo produrrà un’economia alternativa per sostenere Santarcangelo, che ha subito dei tagli come quasi tutte le iniziative culturali del nostro paese.
Ma non è l’unico progetto speciale. Ci sono gli “orti urbani”, realizzati da alcuni architetti nelle case dei santarcangiolesi in collaborazione con loro: piantare qualcosa è un gesto simbolico, ma anche sostanziale, e alcuni di questi orti diventeranno luoghi per le performance. E poi c’è ESC, una sezione aperta di eventi di piazza, dalla musica alla performance, che farà tornare Santarcangelo ad essere un teatro a cielo aperto, invadendo le sue strade. Lo abbiamo chiamato ESC perché è il tasto del computer che rappresenta la “fuoriuscita”, dal teatro come luogo, ma anche lo stare in piazza. Saranno tutti eventi gratuiti e non saranno i soli. Abbiamo lottato molto per avere una grande fetta di gratuità in questo festival, nonostante la congiuntura economica ce lo sconsigliasse perché riduce le entrate. Ma era importante tornare a una cultura della condivisione, che coinvolgesse anche un pubblico non avvezzo al teatro.

Nel programma ci sono molti artisti internazionali, tra cui molti argentini. Cosa accade in Argentina che non accade in Italia?

L’argentina ha passato una pesantissima crisi alcuni anni fa. lì il teatro è stato uno di quei veicoli che ha riacceso il dibattito su quella crisi e ha permesso di ripensarla. Il risultato è stata l’apertura di centinaia e centinaia di piccoli teatri in tutta Buenos Aires, realizzati nei sottoscala, negli scantinati, persino nei saloni di case private. Questo ha portato a un’esplosione anche dal punto di vista drammaturgico, dando vita a molte opere nuove di grande vitalità. Noi abbiamo portato un drammaturgo conosciuto come Daniel Veronese, ma anche una performer come Tatiana Saphir che racconta il punk argentino, scoppiato molto tardi, negli anni Novanta. E poi ci sarà un documentarista come Federico León, che presenta un lavoro particolare ambientato in una bidonville di Buenos Aires, dove i ragazzi si accorgono che la loro povertà può essere un business, e realizzano un set cinematografico nel quartiere per interpretare se stessi.

Presenterete anche uno spaccato dell’ultima generazione teatrale italiana, che si è consolidata nel primo decennio del 2000, dai Babilonia Teatri al Teatro Sotterraneo. Cosa pensi di questa nuova ondata?

Hanno un segno molto diverso da noi che siamo usciti fuori negli anni Novanta, ma questo è naturale. Non sento la necessità che ci sia una divisione tra generazioni, e per questo queste compagnie sono nel programma come le altre sostanzialmente grazie al loro lavoro. Non ci sono i vivi e i morti: c’è un confronto costante, e un travaso di senso e segni orientato dalla differente esperienza. Quello che mi interessa del loro percorso è la voglia di sperimentare e di confrontarsi, perché concepisco il festival come un cantiere, un luogo del fare, non come una vetrina per lavori collaudati. Negli anni Settanta i festival erano luoghi dove si poteva costruire qualcosa insieme, e non una mostra-mercato. Vogliamo tornare ad essere quel tipo di festival, e difatti gli artisti porteranno delle opere espressamente realizzate per il festival, per i suoi luoghi e la sua poetica. È un rischio. Forse qualcuna diventerà uno spettacolo compiuto, in futuro, o forse no. Il punto è il confronto, la possibilità di rischiare, e il fatto che loro porteranno il loro segno in questa campitura collettiva.

Holderlin si chiedeva “a cosa servono i poeti in tempo di povertà. Ti rigiro la domanda: a che servono i teatranti in tempo di crisi?

La cultura e gli artisti devono riprendersi la loro fetta di parole. Dobbiamo tornare ad essere parte attiva in un dibattito ampio e comune. Non possiamo permetterci di essere considerati delle persone naif rinchiuse ostinatamente nel proprio mondo fatto di sogni. Si avverte la necessità che si riapra un dibattito pubblico. In questo dibattito, il teatro che è immediato può essere un mezzo importante e cruciale per le giovani generazioni, ma anche per le vecchie. Non è importante ragionare per categorie, è importante riuscire a tradurre questo sentimento e questa necessità. Quando il teatro riesce a far questa è una ligua potente, una scommessa vinta. Non sarà facile, soprattutto nel nostro paese, dove il teatro viene trattato come una cosa inutile al pari della ricerca. Ma questa “inutilità”, appunto, è solo l’asfittico punto di vista dei nostri governanti. Come tutti sanno che la ricerca è indispensabile per guardare al futuro, così dobbiamo far capire che la cultura lo è parimenti. In Olanda lo hanno capito, e pur trovandosi in una fase di crisi come la nostra hanno aumentato i finanziamenti alla cultura, perché si pensa che una nazione può crescere davvero solo se cresce il suo spirito.

[da Liberazione]

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