La morte di Saramago e le lezioni del Novecento

I «Quaderni di Lanzarote», di recente pubblicati da Einaudi, sono una sorta di diario pubblico che José Saramago tenne tra il 1993 e il 1997 raccontando di viaggi, incontri, riflessioni sulla politica, sulla religione, sui suoi stessi romanzi, e coglie un momento assai particolare della vita e dell’opera del premio Nobel portoghese scomparso lo scorso 18 giugno. Saramago si trasferì a Lanzarote, dove resterà fino alla morte, proprio nel 1993, in seguito alle polemiche suscitate in patria da uno dei suoi romanzi più famosi e importanti, «Il vangelo secondo Gesù Cristo» (in Italia tradotto «il vangelo secondo Gesù»). È il ritratto di un Cristo umano, che sa provare una pietà assai più intensa dalla sua posizione di uomo mortale di quanto sia in grado di provarne il Dio biblico, vendicativo e iroso, e stretto a un patto scellerato a Satana, sua controparte nell’ordine costituito, suo gemello opposto se è vero che la dinamica del potere ha necessariamente bisogno di un opposto in cui specchiarsi e celebrarsi. Romanzo vibrante, scritto in una fase di apice della produzione di Saramago, il «Vangelo» – che pure attinge agli apocrifi e alla fascinazione socialista di un cristo rivoluzionario come molte altre opere – non fu mai perdonato dall’establishment della Chiesa cattolica, che il giorno dopo la sua morte ha attaccato frontalmente per mezzo del suo organo ufficiale, l’Osservatore Romano, l’autore di «Cecità» (e i «Quaderni di Lanzarote» partono proprio dal sorgere dell’idea che ha dato vita a questo che è il romanzo più conosciuto di Saramago, dove l’umanità viene colpita da un’epidemia di cecità bianca e, abbandonata a se stessa, tira fuori tutta la sua bestialità – semplice ma potentissima metafora della deriva individualista imboccata dalle società occidentali, da sempre bersaglio della prosa di Saramago). Al di là della totale assenza di stile del giornale cattolico, che senza batter ciglio passa sopra la pìetas che dovrebbe ispirare la scomparsa dell’uomo – per altro uno dei grandi scrittori del secolo scorso – per attaccare l’intellettuale anticattolico, ciò che colpisce è il tempismo della polemica (alla quale si sono accodati alcuni giornali di poco conto come Il Tempo): il giorno dopo la morte del premio Nobel. Una fretta e un livore che stanno a dire: il tempo è scaduto, non c’è più spazio per il dialogo ma solo per la restaurazione. Beh, sicuramente Saramago sorriderebbe tra sé e sé di questo articolo intitolato «L’onnipotenza (presunta) dello scrittore», contento di essere considerato una spina nel fianco del potere religioso anche da morto. E certamente i tanti lettori cattolici continueranno a leggere i suoi romanzi formandosi un giudizio per conto proprio. Ciò nonostante, e per non commettere l’errore di cadere nel gioco delle parti, è bene guardare qual è, dal punto di vista letterario e intellettuale, la critica dell’Osservatore Romano. L’accusa è quella di uno strenuo attaccamento alla visione del materialismo storico e del marxismo, e la banalizzazione della religione attraverso un assioma semplice e semplicistico: se Dio è all’origine di tutto, Lui è causa ed effetto di ogni cosa, anche delle storture del mondo. L’osservazione non è del tutto peregrina: chi scrive ha segnalato (in una recensione apparsa su Carta e Lettera22) come nell’ultima novella di Saramago, «Caino», l’assenza di spiritualità avesse trasformato i patriarchi della bibbia in rozzi fondamentalisti, tracciando un parallelo ironico e interessante col presente, sì, ma saltando a piè pari la potenza allegorica del testo sacro. Certo, l’ultima produzione del romanziere portoghese non mostrava lo stesso spessore e la stessa potenza visionaria di «Memoriale del Convento» o de «L’anno della Morte di Ricardo Reis», ma ad essere attaccato sulle pagine de L’Osservatore non è l’autore di «Caino», bensì quello del «Vangelo», un autore nel pieno della sua maturità stilistica e poetica che ne ha fatto uno dei romanzieri più grandi del secondo Novecento. Quello stesso autore che ha tratteggiato l’abnegazione della moglie dell’oculista in «Cecità», unica vedente che cerca di farsi carico delle miserie degli altri; che ha raccontato ne «Le intermittenze della morte» dell’agonia di un vecchio in punto di morte in un paese dove non si muore più, costretto ad essere trasportato nottetempo oltre frontiera dai famigliari per poter finalmente morire ed essere pianto; e che ha dato vita a personaggi dalla commovente pietà umana, come la Maddalena amante di Gesù e i personaggi femminili della famiglia contadina Mau-Tempo in «Una terra chiamata Alentejo»; quello stesso autore, cioè, che nelle sue storie ha sottolineato con una lingua potente e immaginifica che il sacro e la spiritualità esistono e hanno un luogo in questo mondo fisico, prima ancora che in quello metafisico, e quel luogo è il cuore dell’uomo. Una visione non trascendente, certo, ma profonda e certamente spirituale, che scaturisce da quella umanità a cui pure Saramago non perdona le derive bestiali, che è dunque un concentrato di dolcezza e di furia, al pari del Dio biblico. Certamente questo “ideologico populista estremistico”, come lo definisce L’Osservatore, non disdegnava di ragionare per paradossi, come quello di un Dio causa di ogni male; ma non va dimenticato, come sembra fare il quotidiano della Santa Sede, che Saramago era un ateo convinto, che in quel dio non credeva, e che dunque le accuse paradossali a Lui rivolte vanno necessariamente estese all’ideologia cattolica e alla nomeklatura che la propugna – che difatti non ha perso tempo a reagire scompostamente all’indomani della sua morte. Nel suo ancorarsi ad un materialismo tutt’altro che arido, che non si esime dal cogliere e raccontare la “magia” della vita coi suoi romanzi da realismo magico, Saramago ha esercitato una categoria non più in voga, la coerenza. José Saramago è stato un grande scrittore del Novecento, e un autentico interprete di quel secolo fatto di grandi voli idealisti e di intransigenze che non scaturivano dalla rigidità mentale, ma da imperativi morali che oggi non sappiamo quasi più pronunciare. Un secolo che ha anche prodotto crimini feroci (e le cronache dei nostri giorni cosa ci raccontano?), ma in cui il pensiero non era ancora debole e osava pensare il mondo, pensare di trasformarlo in meglio. Alla luce del nostro confuso e fluido presente, e delle polemiche tutte viscerali che animano tanto la politica quanto il dibattito intellettuale, appare chiaro che dalla radicalità di quel secolo appena concluso abbiamo tutti ancora molto da imparare.

[da http://www.carta.org]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...