Dostoevskij re di Napoli

Solitamente esistono due modi per fare Dostoevskij a teatro: sceneggiare le sue storie, oppure trasfigurarlo secondo un qualche gusto contemporaneo. Entrambi evitano il confronto con la sua lingua, optando per la trasposizione dei suoi contenuti. Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino – di recente in scena al Napoli Teatro Festival con «Delitto e castigo» – scelgono invece una terza via, che non elude questo confronto. Anzi, lo mette al centro di uno spettacolo monumentale (sei ore divise in due episodi) che si snoda itinerante per i Quartieri Spagnoli, una delle zone più complesse e rappresentative della città. Una scelta dalla connotazione forte, perché questo spettacolo che si affida tutto all’arte dell’attore, dove i personaggi sono evocati da una certa voce o dal fatto di indossare un cappello, andando a smuovere quel nodo essenziale del teatro che è il rapporto con l’invisibile, può così calarsi in una scenografia naturale: le vie di Napoli. In pochi altri luoghi il campionario di miserie umane descritto da Dostoevskij potrebbe entrare in risonanza con l’ambiente senza evocare pietismo o al contrario estraneità.
La scelta di Ventriglia e Garbuggino è quella di restituire la lingua del romanziere russo così com’è, recitandone brani integrali che si susseguono per le varie stazioni del percorso, dall’incontro all’osteria con Marmeladov (in una vera osteria), alla casa della prostituta Sonja (in un androne di un palazzo). Il risultato è una sorta di recital, accompagnato dall’orchestrina itinerante di Ilaria Graziano e Francesco Forni, che giungono puntuali a sciogliere il nodo dell’emozione nei lunghi monologhi e a condurre la gente come in processione. Monologhi che reggono la sfida della lingua letteraria grazie alla grande interpretazione dei due interpreti principali, Ventriglia-Raskol’nikov e soprattutto Garbuggino, vera regina della prima parte dello spettacolo. Il loro teatro, a tratti cialtronesco, ben si adatta ad evocare gli sconfitti del romanzo, cogliendoli in un tratto fondamentale della loro umanità: l’incapacità di tenere insieme i pezzi della loro vita, che cela il suo lato di grandiosità – la sua goccia di splendore, per dirla con Mutis-De André – proprio quando sfiora il ridicolo.
Dopo vicoli, rifugi antiaerei e sottoscala – dove si alternano anche i personaggi minori interpretati da Luciana Zazzera, Annalisa Zoffoli e dalla piccola Arianna Boccamaiello – con estrema coerenza il lavoro si conclude sul palco, dove tutti, attori e spettatori, siedono in cerchio ad ascoltare la lettura, libro alla mano, delle ultime pagine del romanzo. È tutto davanti ai nostri occhi e non c’è nulla, è il flirt del teatro con l’invisibile, sottolineato dalla citazione di David Lynch a chiusura della prima parte, quando gli spettatori si accomodano nella platea semivuota del Teatro Nuovo (lo spettacolo è per sole 30 persone) ad ascoltare un monologo al microfono, che poi si rivela registrato. No hay banda, no hay actor.
L’universalità della storia (che “ci riguarda tutti, sempre”, scrive Ventriglia) entra in risonanza con quest’altra universalità, e allora non è più strano sentire nomi russi riecheggiare per le vie di Napoli, che si sovrappone a San Pietroburgo, ma potrebbe essere anche Paris in Texas, se ci si lascia trasportare dalla malinconia di un blues. È un aspetto tutt’altro che secondario, perché tra tanti lavori che non rinunciano a calcare sul tasto della napoletanità, «Delitto e castigo» è uno spettacolo in grado di evocare la magia di questa città senza neppure il bisogno di citarla.

[da Carta n°21/2010]

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