Il fortunato matrimonio tra fumetto e teatro. Gipi e i Sacchi di Sabbia

Nel suo romanzo a fumetti «S» Gipi, uno tra i più talentuosi disegnatori italiani, racconta una storia personale, la vicenda di suo padre e il suo rapporto con la scomparsa di questi. Il disegnatore pisano trasforma una storia privata in un materiale che diventa universale e che parla a tutti. Proprio per questo l’idea di una trasposizione teatrale di questa grafic novel appariva un azzardo. Invece «Essedice» della compagnia I Sacchi di Sabbia, formazione anch’essa pisana diretta da Giovanni Guerrieri, è uno spettacolo di grande sapienza e sensibilità, e soprattutto con una sua cifra personale che ne fa un lavoro a sé stante, e non una semplice trasposizione a teatro di un’opera a fumetti. La voce narrante – doppio azzardo – è lo stesso Gipi, al secolo Gian Alfonso Pacinotti, che si è prestato al gioco di Guerrieri. Eppure, da non attore, la sua presenza riesce ad essere non solo convincente, ma carica di un’elettricità speciale. In scena gli altri personaggi, tutti tratti dal passato evocato da Gipi attingendo ai propri ricordi di infanzia e a quelli del padre sulla seconda guerra mondiale, indossano le belle maschere realizzate da Ferdinando Falossi, e si aggirano come fantasmi della memoria, che non spaventano, ma hanno una consistenza particolare, una differente grana di realtà. Perché di realtà comunque si tratta, dato che a volte S. è in grado di rivolgersi tanto al figlio piccolo quanto a Gipi adulto e narratore, fuori dall’azione, e questi a sua volta è in grado di rispondergli. Un compenetrarsi dei piani di realtà che si rifà alla concezione del tempo dei trafalmadoriani, gli alieni inventati da Kurt Vonnegut in «Mattatoio 5», per cui il tempo non è lineare, ma ogni momento continua a esistere, e per questo la morte è un concetto privo di significato. Mirabilmente evocata nell’incipit e nella chiusura dello spettacolo, dove una coppia di alieni si esprime il primo nella lingua madre (pericolosamente simile al napoletano stretto…) e il secondo traducendo nella nostra lingua, l’idea del tempo trafalmadoriana imprime ai ricordi una grana di realtà tangibile e addolcisce l’amarezza dell’ineluttabilità. Quel che ne esce è uno spettacolo di grande poesia, con elementi di paradossale comicità e una rara capacità di mantenere la tristezza in oscillazione, lasciando che si sciolga nella capacità evocativa del teatro, di modo che al suo evaporare ciò che resta, anziché una sensazione d’amaro, è un pungente senso di dolcezza.

[da Carta n°20/2010]

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