«Sopprimere l’Eti? Siamo Allibiti». Intervista a Ninni Cutaia

I tagli previsti dalla manovra finanziaria colpisco nuovamente il mondo culturale, già messo a dura prova dal taglio del Fus, il fondo unico per lo spettacolo (circa il 25% in meno). Nel decreto figurava una lista di 232 enti “inutili”, stralciata all’ultimo momento su consiglio del Quirinale, che ha mandato su tutte le furie persino il ministro Bondi, che si è sentito esautorato. Ora quella lista verrà riconsiderata assieme al ministero. Ma ce n’è un’altra, che conta 24 agenzie pubbliche, tra le quali figura l’Ente Teatrale Italiano, il cui destino non è chiaro. Resterà nel decreto? Sarà revisionata dal ministero anch’essa?
La polemica montata in questi giorni ha messo in evidenza i casi più visibili, come il Centro sperimentale , anch’esso colpito dalla manovra. Il teatro è meno visibile, eppure il caso dell’Eti è emblematico, perché riguarda un ente che ha messo in atto una strategia di ristrutturazione. Il mondo della cultura, in effetti, è spesso diviso davanti alle manovre di taglio che interessano meccanismi come il Fus, spesso accusato di essere un fondo di cui gode un sistema bloccato e sterile, gestito dai soliti nomi, incapace di rinnovarsi e di sostenere la creatività contemporanea. Eppure tutti sanno che in Italia chiudere un capitolo di spesa significa perderlo per sempre, e perciò ci si mobilita costantemente. Una soluzione reale sarebbe riformare i meccanismi con cui viene speso il denaro pubblico. Eppure proprio l’esperimento dell’Eti, che in questi anni ha alleggerito il suo intervento come gestore di teatri per puntare sul sostegno alla creatività giovanile e sulla promozione del teatro italiano all’estero – come fanno istituzioni omologhe in Francia – rischia di essere soppresso. Perché? Ne abbiamo parlato con il direttore dell’Eti, Ninni Cutaia, che tre anni fa ha dato il via a questa riforma dell’ente teatrale.

Che reazione avete avuto nell’apprendere di essere un ente “inutile”?

Siamo rimasti allibiti, non trovo un altro termine, anche perché lo abbiamo appreso dai giornali. Abbiamo presentato da poco il progetto del Valle, che nell’ultima stagione è al primo posto per pubblico pagante tra i teatri sotto i 600 posti, nonostante abbia proposto una programmazione complessa e innovativa per un teatro pubblico. Veniamo da un periodo molto importante e fortunato dal punto di vista delle relazioni internazionali: grazie a Eti oggi molto teatro italiano è presente nelle principali piazze europee. Per questo non ce lo aspettavamo, perché la parola “inutilità” non riguarda la realtà dell’Eti. Forse lo riguardava qualche anno fa, ma da almeno tre anni a questa parte l’Eti ha cambiato faccia: c’è una ristrutturazione in corso molto interessante, che ha già prodotto risultati notevoli.

Che tipo di politica sta mettendo in atto il governo tagliando in questo modo?

Io comprendo la difficoltà finanziaria. I soldi pubblici sono sempre meno. Ma una manovra fatta per tagli indiscriminati non credo che sia logica e neppure remunerativa. Certamente sarebbe positivo ristrutturare le modalità dell’intervento pubblico, cioè il “come” viene speso il denaro, “come” viene assegnato. È doveroso che le istituzioni pubbliche siano efficienti, e noi siamo in prima linea su questo piano. La nostra azione di ristrutturazione è stata riconosciuta a livello bipartisan, sia dal punto di vista della linea editoriale, incentrata sulla danza, le giovani generazioni e le relazioni internazionali, sia dal punto di vista manageriale. Sulla Capitale l’Eti ha messo a bando in maniera trasparente la gestione del Teatro Quirino, dimettendolo. Oggi quel teatro ha una gestione privata che ha salvaguardato i lavoratori impiegati e non pesa sulle casse dell’ente. L’identità dell’Eti si è riversata su un un’unica sala, il Teatro Valle, che ha fatto una programmazione di approfondimento – grazie alle monografie dedicate ad alcuni artisti – che è inedito per un teatro pubblico. Nonostante questo progetto che non è “di consumo”, il Valle è il primo teatro d’Italia della sua categoria per sbigliettamento. Intendiamoci, il teatro commerciale è legittimo, ma i soldi pubblici servono a supportare un altro tipo di teatro; se poi questo riesce a vincere la sfida del mercato, è una vittoria, non certo una cosa inutile.

Tra i critici e gli artisti c’è stupore, perché questo è un momento in cui l’Eti è l’unica istituzione pubblica a supportare strategicamente certi settori: su tutti la danza, il cui accesso ai teatri stabili è limitata al 5 % del cartellone dal ministero, e il teatro delle giovani generazioni. L’accusa di “inutilità” sembra fotografare una situazione di un decennio fa.

Mi fa piacere che ci siano reazioni, perché vuol dire che abbiamo lavorato nella direzione giusta. Noi ce la stiamo facendo tutta per trasformare l’Eti da un “carrozzone pubblico”, quale era qualche anno fa, a un’istituzione di questo secolo. Si tratta di un atto di coscienza istituzionale, da un lato; ma più banalmente si tratta di essere a contatto con le esigenze delle pratiche teatrali contemporanee, che non è impossibile intercettare se si mette il naso fuori dagli uffici. Mi sembra che tutto questo sia sfuggito al governo. Per altro persino il ministro Bondi ha dichiarato di sentirsi “esautorato”, e questo è grave, perché noi come ente facciamo capo al ministero dei beni culturali. Se ciò è vero vuol dire che chi ha operato il taglio non ha cognizione di causa. Fa parte di una cultura che considera la spesa culturale un costo e non un investimento. Dobbiamo tornare con forza a parlare di investimento, perché è lì che si misura la crescita culturale e civile di una popolazione. Se poi questo intervento si unisce a un gestione virtuosa delle casse, allora parlare di spreco è davvero pretestuoso. Per questo mi auguro che l’Eti venga tolto da quella lista, dove per altro sono presenti altri istituti di cui so per certo il valore culturale insostituibile.

I soldi che spende l’Eti creano anche un indotto, di cui vivono diversi professionisti del settore. Che fine faranno quei lavoratori e quelle professionalità?

Questo è uno dei nodi più spinosi. I dipendenti pubblici dell’Eti sono solo 28; questi verrebbero riassorbiti dal ministero. Ci sono altri 144 lavoratori che sono inquadrati con contratti privatistici, perché debbono svolgere funzioni specifiche, ad esempio i dipendenti dei teatri Valle, la Pergola, Duse. Questi verrebbero licenziati in tronco, disperdendo la loro professionalità ma soprattutto rimanendo, loro e le loro famiglie, senza stipendio in un momento di crisi estrema. Si è detto che anche queste figure potrebbero essere riassorbite altrove; ma se ciò è vero, allora che senso ha eliminare l’Eti? Il risparmio che ne verrebbe a quel punto è minimo. Ciò nondimeno, se anche il risparmio ci fosse, sarebbe un atto inqualificabile per l’importanza che l’Eti ricopre nel mondo del teatro non commerciale.

L’indotto dell’investimento culturale, quindi anche dell’Eti, tocca anche tutti quegli artisti, non inquadrati come lavoratori dipendenti. Si tratta di artisti che non riuscirebbero a stare sul mercato, perché portano avanti una ricerca artistica e non lavorano sull’intrattenimento. Che destino li aspetta?

Guardiamo un momento al passato. “La dolce vita” di Fellini quando uscì nelle sale ha avuto un’accoglienza tiepidissima e degli incassi scarsissimi ai suoi esordi. Eppure quel film è considerato oggi un capolavoro della cinematografia mondiale. Cosa significa? Che ci sono dei prodotto artistici che hanno una capacità di penetrazione non immediata, ma che quando la esprimono cambiano radicalmente la nostra cultura. Questo è un investimento reale, e un investimento che compete la sfera pubblica, al quale il settore pubblico non può sottrarsi.

Sembra che una parte delle maggioranza di governo abbia un intento punitivo rispetto a un certo settore dell’arte e della cultura, quella non commerciale. È così?

Io mi auguro che non sia così, anche se in questo momento sembra che sia così. È una situazione molto strana, perché una parte della maggioranza ha preso le distanze da questa azione, compreso il ministro Bondi. Però se il taglio verrà confermato, non potremo fare a meno di pensare che esista davvero un intento punitivo verso una parte ben precisa di questa società, portatrice di una visione differente della vita sociale.
Per altro i soldi investiti nella cultura creano un circuito economico immediate, impiegando delle persone. Perché questi posti di lavoro, spesso più precari di altri, vengono considerati superflui? Sono d’accordo sul fatto che la spesa pubblica vada riformata, il che permetterebbe di investire ancora di più. Ma non è certo l’Eti, che ha investito da almeno tre anni nella sua ristrutturazione, a poter essere considerato un esempio negativo. Forse lo è stato un tempo, ma non lo è più.

I lavoratori come hanno reagito?

I lavoratori sono entrati in assemblea permanente. Legittimamente. Credo che stiano prospettando delle azioni dimostrative, come è nel loro diritto. Non so dirlo di per certo, perché esiste una giusta e sana distinzione tra la direzione e i lavoratori. Di certo so che il clima è di preoccupazione, una preoccupazione fondata. Da un lato si prova un senso di mortificazione nell’apprendere di essere inclusi in una lista di enti da sopprimere, perché molti dei lavoratori dell’Eti hanno lavorato in questi anni con grande passione e spirito di servizio; dall’altro c’è il problema del posto di lavoro, un problema concreto.

Ci sono state reazioni dai vostri partner all’estero rispetto a quello che sta succedendo alla cultura in Italia?

Certo, i tanti istituti italiani di cultura con cui lavoriamo sono in apprensione. E poi ci sono i teatri internazionali con cui lavoriamo, da Berlino a Parigi a Madrid, che sono molto preoccupati. Sapere che dall’oggi al domani un loro partner istituzionale italiano potrebbe essere chiuso di punto in bianco li mette in una situazione di forte imbarazzo per i progetti che stiamo portando avanti, e anche noi rischiamo di perdere credibilità dall’oggi al domani.

[da Lettera22.it]

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