Animare l’inanimato. Il nuovo lavoro di Pathosformel

C’è un tratto che sembra ritornare nel lavoro dei Pathosformel, migrando con modalità differenti di spettacolo in spettacolo. È il tentativo di animare l’inanimato. Ne «La prima periferia», nuova produzione di recente in scena al Teatro Palladium di Roma, questo tratto è reso esplicito da un fattore che, al contrario, compare per la prima volta in un lavoro della compagnia diretta da Daniel Blanga-Gubbay e Paola Villani: la presenza umana. Nei precedenti lavori i performer, pure presenti, erano occultati alla vista dello spettatore, che si trovava davanti a macchinari da loro azionati e visioni di forme in mutamento senza percepire le loro manovre. In questo lavoro invece tre scheletri umani a dimensione naturale, realizzati con lamine di metallo che ne disegnano le linee di astrazione e tubi e giunti a richiamare le articolazioni, sono mossi da altrettanti performer in jeans e felpa grigia, che ricordano – anche loro in una sorta di astrazione – le giovani generazioni che animano le periferie delle città. Inizia una danza ipotetica (che in parte ricorda il video di Bjork “All is full of love”, diretto da Chris Cunnigham, ma senza le derive sensuali) dove le figure umane sostengono, accompagnano, sorreggono e sembrano prendersi cura dei tre scheletri come di un bimbo in fasce – immagine che porta con sé un forte contrasto, vista l’associazione spontanea tra lo scheletro e la morte. Ma subito queste figure in movimento, così stappate alla stasi della morte, si tramutano in figure moribonde, inermi esattamente come può esserlo un infante, e di colpo assumono un’aura “filiale” che rimanda istintivamente al tema artistico della “pietà”, figura cardine della storia dell’arte occidentale (e non a caso citato sulla locandina dello spettacolo). Come nel precedente «La più piccola distanza» è la musica a creare la drammaturgia di questo spettacolo, a segnare lo spessore e l’intensità delle azioni, a disegnarne la temperatura; è una musica avvolgente e inclusiva, a tratti persino sentimentale, anch’essa tesa a pizzicare le corde dell’emotività per rendere vivo ciò che non è vivo, visibile ciò che non lo è. Questo flirt con l’invisibile, la capacità di plasmare in scena ciò che non c’è, resta una delle essenze più profonde del teatro, che i Pathosformel ci restituiscono con la loro cifra personale.

[da Carta n°16/2010]

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