Saramago rilegge il mito di Caino

José Saramago torna, vent’anni dopo il «Vangelo secondo Gesù», a confrontarsi con la religione e gli archetipi che stanno alla base della cultura occidentale, stavolta affrontando la parte più arcaica del mito biblico, quella comune alle tre grandi religioni monoteiste, l’antico testamento. «Caino», racconto lungo di recente pubblicato da Feltrinelli, non è certamente a livello del suo predecessore, ma rispetto all’ultima produzione del nobel portoghese segna un momento di grande invenzione letteraria e di potenza allegorica. Sì, perché se l’approccio di Saramago è fortemente ateo e polemico, nel raccontare di un dio violento e “maligno” che non si fa problemi a chiedere in sacrificio ad Abramo il figlio Isacco, o che stermina con noncuranza le popolazioni di Sodoma e Gomorra, dove pure dovevano esserci dei bambini, dunque innocenti; tuttavia lo scrittore portoghese non rinuncia a fare ciò in chiave allegorica, riferendosi alla religione fuori dal mito e dalla spiritualità per inserirla nel quadro, più secolarizzato, del suo rapporto con il potere. Il risultato è un racconto dalle tinte quasi fantastiche, ma ammantate del nero della ferocia di quei tempi primordiali. Caino, condannato per il suo crimine a vagare sulla terra come l’ebreo errante, compie un viaggio attraverso gli eterni presenti della bibbia, dalla torre di babele al viaggio di Mosé, “reietto” rispetto alle leggi del dio iroso dell’antico testamento, ma proprio per questo portatore di un punto di vista diverso, decentrato, governato non da leggi scritte sulla pietra ma dall’unico principio della pìetas umana.
Se questo aspetto è la parte più convincente, ciò che lascia perplessi nella novella di Saramago è che la prospettiva “atea” nega qualunque tipo di spiritualità. Visti esclusivamente dal punto di vista odierno, i patriarchi della Bibbia sembrano dei sempliciotti o al più degli invasati, e non di rado il nobel portoghese estende i suoi commenti al popolo giudaico tutto, generalizzando come Dio a Sodoma. Appiattiti sulle coordinate delle contemporaneità – questo eterno presente in cui siamo confinati, che sembra mangiarsi il passato e negare il futuro – gli episodi dell’antico testamento perdono necessariamente di senso; e così epopee come il diluvio, che affondano le loro radici nelle mitologie mesopotamiche e indiane, in qualche modo connettendoci per via simbolica a quella sapienza perduta, si trasformano in semplici storielle di pura sofferenza e crudeltà.

[da Carta n°15/2010 e Lettera22]

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