Orchestra per voci “di Fuori”

Aurelio Fuori è un ventriloquo, animatore di pupazzi, teatrante solitario che mette in scena il suo solipsismo sceneggiandolo attraverso le voci dei suoi personaggi. Ed è il protagonista del nuovo spettacolo di Teatro Forsennato, «Le voci di Fuori», di recente in scena al Teatro Colosseo di Roma, monologo ideato e interpretato da Dario Aggioli, che si è avvalso dell’aiuto di Sergio Lo Gatto per la realizzazione di scene e pupazzi. Che il fulcro dello spettacolo sia tutto nel gioco di parole enunciato dal titolo e nei suoi rivoli immaginifici si capisce dall’inizio di questo lavoro, che è un vero e proprio one-man-show, dato che Aggioli manovra in scena le luci e gli effetti vocali dei pupazzi, nonché i loro movimenti, grazie a una pedaliera, un software, dei fili e vari altri meccanismi – una vera orchestrazione di suoni e luci. Le voci che sentiamo sono infatti quelle di Aggioli, ovvero Aurelio Fuori, campionate e rimodulate; ma sono “fuori” anche dalla scatola in cui Aurelio si nasconde per manovrare i suoi pupazzi, luogo occulto del teatro ma anche nascondiglio mentale per un uomo che, rinchiudendosi sempre di più nella sua ossessione solipsistica e schizoide, perde contatto con la realtà, col mondo, persino con l’amore della sua vita. Ma il centro dello spettacolo non è la storia dal finale guignolesco, dove l’ossessione per la costruzione del pupazzo perfetto sfiora i temi del doppio – con il pupazzo Aurelio Fuori sulla scena e l’esperienza del ventriloquo in tivù costretto a sua volta ad essere il pupazzo di autori commerciali – e dell’assemblaggio frankesteiniano; quanto la macchina ideata e gestita da Dario Aggioli, che tiene lo spettatore incollato al nulla, a guardare i fremiti sempre uguali dei pupazzi – dal pennuto romanesco che ricorda un personaggio di Andrea Cosentino, a una madre-bambola di pezza mezzo seppellita in una scatola-bara, a un delizioso calzino parlante. In questo stimolo dell’immaginazione, in questo flirt con l’invisibile, «Le voci di Fuori» centra magistralmente una delle essenze più profonde del teatro, nonostante una drammaturgia un po’ esile e venata di un gusto cialtronesco (che è tuttavia la cifra di questa compagnia). Forse questo spettacolo poteva dirci qualcosa di più sulle inquietudini dell’animo umano. Forse. O forse voleva solo mostrarci i vicoli ciechi, picareschi e pierrotteschi, di quello stesso animo inquieto, senza però spiegarceli più di tanto. Certo però è che la macchina spettacolare di Aurelio Fuori ci lascia incollati a guardare l’invisibile, orchestrando i nostri dubbi assieme alle luci, alle voci e ai sentimenti, e non è cosa da poco.

[da Carta n°15/2010]

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