I mistici della musica. Intervista ai Baustelle

A oltre due anni di distanza da «Amen», vincitore della targa Tenco come miglior album, tornano i Baustelle con un disco di inediti intitolato «I mistici dell’occidente», che per certi tratti musicali e di contenuto si situa sullo stesso solco. Nell’ultima intervista a Carta Francesco Bianconi, voce e autore dei testi del gruppo, spiegava come a fronte della perdita della sacralità della civiltà contadina descritta da Pasolini – a cui il disco era dedicato – oggi si è perduta anche quella sacralità legata al mondo del lavoro che, dal punto di vista laico, manteneva in vita una serie di valori. Oggi quei valori sono dissolti e la nostra società occidentale si sta avvitando su se stessa. Perché intitolare un disco «I mistici dell’occidente» appena due anni dopo?
«Siamo ancora lì, se non peggio – dice Francesco –. Abbiamo scelto questo titolo perché era un tema che usciva fuori anche in ‘Amen’, il sacro e la sacralità. Stavolta è utilizzato in maniera attiva, perché ci troviamo davanti a una società che non solo si avvita su se stessa, ma è sempre più monotematica e monoculturale, non ti lascia alternative, hai dei modelli che sono quelli e non puoi trasgredire. Di fronte a tutto questo ciò che si può fare, da novelli mistici, è prendere coscienza che tutta questa offerta monoculturale non è l’unica via possibile, o che comunque ha un valore che va preso per quello che è. Non è importante, non è la vita. C’è qualche altra cosa. Che sia qualcosa, come intendono i religiosi, di natura divina e trascendente, oppure che si tratti più semplicemente di un altro modo di pensare all’organizzazione della società, quello dipende da te. Il disco non dà soluzioni, ma se lancia un messaggio è ‘prova a pensare in maniera diversa da quello che vedi’. Quello che vedi polvere è e polvere ritornerà, è questo il senso dell’atteggiamento mistico».

La mistica richiama l’ascetismo, l’abbandono dell’edonismo e della vanità. Dai vostri testi sembra che comunque parliate di questa prospettiva con una dose di ironia.

Sì, c’è una dosa di ironia a cominciare dal titolo. Però c’è anche molta serietà. Non pretendo che tutti si diventi dei San Francesco o degli asceti, ma che si provi a pensare nella loro modalità di pensiero, che è una modalità di pensiero coraggiosa ed estremamente attiva. L’ascetismo è una conseguenza del misticismo, perfino dispregiativa se la prendiamo come una fuga. Il misticismo in sé, tuttavia, non fugge da nulla, ma propone una visione differente, che è molto coraggiosa nelle società che danno molto valore ai beni materiali. Lungi da me fare il predicatore: penso solo che per come è organizzato oggi il mondo, ci farebbe bene soffermarsi a pensare alla condizione della povertà. Anche come fonte di valore, a cui la nostra cultura, incentrata sul cristianesimo, è fortemente legata. Nelle nostre radici ci sono cose di grande valore, se ne può ricavare del buono se le si spoglia dal conservatorismo o dall’uso politico che ne viene fatto: non c’è bisogno di andare a cercare le religioni orientali, che pure partono dalla stessa radice. La domanda attorno a cui ruota questo disco è perché non provare a cercare altre verità, immaginare altri mondi possibili.

A San Francesco avete dedicato un brano. La sua figura è emblematica del confine tra misticismo ed eresia, e del rapporto con il potere.

A me affascina della sua figura il momento dell’abbandono, del passaggio alla vita dedicata al Signore. Trovo che sia una figura moderna, anche in senso laico, che ha resistito al tempo. È stato un personaggio materialista, edonista, guerrafondaio che a un certo punto decide di pensare in maniera diversa. Questo passaggio, al di là del valore religioso, è un atto eroico. Forse di atti eroici come questo ne abbiamo bisogno anche oggi, ma a provare ad affermare una cosa del genere puoi essere preso per pazzo. Perché viviamo una condizione statica di antieroismo, dove le cose sono come sono e non si possono cambiare. Un’esortazione ad accontentarsi di ciò che c’è; ma è troppo tempo che ci stiamo accontentando.

Elémire Zolla, che ha passato l’ultima parte della sua vita proprio a Montepulciano, parlava del misticismo come elemento attorno a cui si sviluppano nuove comunità ai margini dello Stato e dell’ordine imperante. Nel vostro disco, invece, l’aspetto comunitario non compare.

No, infatti. È senz’altro interessante vedere come il misticismo, vissuto nella pratica, ricada poi nella realtà dando vita a degli agglomerati umani, talvolta delle sette. Ma non è questo che ci interessa. Non è la fondazione di gruppi, comunità, associazioni che volevamo osservare, ma una spinta individuale al superamento del materialismo.

Tornando al Montepulciano, c’è molto del vostro territorio in questo disco: una canzone dedicata a Follonica, e le «Rane» sulla Val di Chiana.

È vero. «Le Rane» è una canzone che parla del tempo che passa, del ricordo. Crescendo, invecchiando, si tende a ricordare la parte più bella di quello che si è vissuto, anche perché il ricordo è selettivo, e così confrontato con il presente dà spesso un senso di perdita. Ma in questo non c’è un giudizio morale; nella canzone il narratore racconta di un agriturismo che ha sostituito lo stagno dove pescava le rane, ma questo non vuol dire che io sia contro gli agriturismi – anzi, adesso magari la campagna dove sono nato è più curata di un tempo, più bella a vedersi. Ma non è questo il punto. Il ricordo trasfigura la realtà.

Ci sono anche canzoni più intimiste, che rimandano a certe atmosfere che avete trattato maggiormente nei dischi precedenti. Soprattutto la prima e l’ultima, che formano una sorta di parentesi che racchiude un tentativo di spostamento verso altrove.

«L’ultima notte felice del mondo» è una canzone d’amore, di quelle che non spieghi, che senti e basta. «L’Indaco» è una specie di canzone di aiuto, una torcia nell’oscurità. A volte le canzoni hanno un potere terapeutico, che ti dicono non buttarti giù. C’è un vero e proprio filone, a cui appartiene ad esempio il bellissimo pezzo dei R.E.M. «Everybody hurts». A noi è capitato diverse  volte di lavorare su questo filone.

Un brano si intitola «La canzone della rivoluzione». Di quale rivoluzione si può parlare nel 2010?

Quella di cui parlavamo prima, che non è una rivoluzione armata. Ci sono dei riferimenti alla rivoluzione messicana, ma non vanno presi in senso letterale. La rivoluzione di cui si parla è un misticismo “armato”, per così dire, ma non in senso letterale: un misticismo attivo.

Il riferimento non è solo tematico, ma anche musicale. In diverse canzoni si coglie un eco delle colonne sonore di Morricone, una sorta di omaggio allo Spaghetti-western.

È voluto. Nei riferimenti musicali questo disco è più omogeneo, più mirato, e certamente molto spaghetti western, tanto per i suoni quanto per gli arrangiamenti. È un’atmosfera che ci è sempre piaciuta e a cui abbiamo fatto riferimento più volte, ma in questo disco mi sembrava che portasse con sé una coincidenza con i contenuti. Mi piace l’immagine di questi folli mistici anche armati, messicani, rivoluzionari. È venuto naturale pensare a «Giù la testa» di Sergio Leone o «Vamos a matar, compañeros» di Sergio Corbucci. Se ci pensi, quel cinema lì, che più o meno coincideva con il ’68 italiano, ha prodotto dei film di genere che avevano una forte presa sul pubblico ma ha anche intercettato un sentimento di ribellione largamente diffuso. Ci piaceva citare questa sorta di “legante universale” tra il popolare e il sentimento di ribellione teorizzato a livello intellettuale. Ci sembra ci stia bene in questo disco.

Non è la prima volta che la canzone d’autore affronta il misticismo come forma di azione e reazione rispetto alle derive della contemporaneità. Basta penare a Battiato o a Lindo Ferretti.

Sono due figure che hanno parlato molto più “a ragione” di noi di questo tema. Il nostro è più un avvicinamento da profani. Io non sono credente, né pratico alcuna forma di meditazione. Sono solo curioso, e questa del misticismo mi sembrava una buona metafora per dire ciò che volevo dire, ragionare attorno a questo tempo che viviamo. Loro sono molto più di noi “mistici dell’occidente”.

È un disco che avete composto molto in fretta, con la collaborazione di Pat McCarthy, che ha lavorato con R.E.M.

Ci siamo divertiti molto a suonarlo, e l’esperienza con Pat è stata bella non solo dal punto di vista professionale, ma anche umano. Avevamo un po’ paura del fatto di esprimerci in inglese, perché anche se sai la lingua far capire certe sfumature non è semplice, specie in ambito creativo. Invece non c’è stato alcun problema. Una volta è arrivato da Dublino, dove era andato a trovare la madre – perché lui è irlandese, anche se vive a Los Angeles da anni – e ci ha portato un salmone affumicato e del whisky. È un grande conoscitore di cucina, e ci ha raccontato che voleva fare un libro da pubblicare in America con le ricette di una band italiana. Per questo fotografava tutti i piatti che mangiavamo. Con noi si è trovato bene, lo abbiamo coccolato un po’, cucinando sia piatti elaborati sia cose più quotidiane come la pasta e fagioli.

[da Carta n°13/2010]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...