Evoluzione o morte. Darwin e il Teatro Sotterraneo

Adattarsi all’ambiente simbolico. È l’imperativo per non morire, anzi per non estinguersi, esposto in una delle scene chiave del nuovo spettacolo di Teatro Sotterraneo dal titolo «L’origine delle specie» da Charles Darwin – che con il precedente «Dies Irae» forma un “Dittico sulla specie” – di recente in scena al Fabbricane di Prato. A spiegarlo ad uno sconsolato ultimo Panda sulla faccia della terra (che, proprio per questa sua condizione, cerca la morte) è niente meno che Mickey Mouse, Topolino, che fa vedere come la sua figura di topo dal 1928 a oggi si sia modificata, andando ad assomigliare sempre di più a un bambino umano. «Evolviti!» è l’imperativo di Mickey Mouse, e con lui quello del mondo circostante a cui tutti sembriamo aderire: individui, gruppi sociali, partiti politici, occupati in questi tempi di confusione e atrofia della capacità di immaginare altri mondi possibili a replicare se stessi nella versione più socialmente accettabile. È questa la potente metafora di uno spettacolo che ruota ironicamente attorno alla figura di Darwin e alla sua proiezione nel presente. Tra scene asettiche di dottori in camice e proiezioni computerizzate dell’evoluzione del mondo dalle eruzioni primordiali alle città contemporanee (prese dai videogiochi di fondazione modello Sin City, dove chiunque può giocare ad essere Dio), Darwin viene apostrofato da filosofie, religioni e ideologie a seconda delle rispettive necessità. Hitler, Marx, Freud, Mendel, il Dalai Lama, e persino un pretestuoso Super Mario che dalla prospettiva dell’immaginario collettivo contesta i limiti della biologia reale – il tutto interpretato da due performer che indossano di volta in volta delle magliette con una scritta identificativa – tutti tirano la giacca di Darwin ringraziandolo o contestandolo, fino alla finale e riconciliativa foto che Wojtyla si fa fare con lui… Ma fatta la tara dell’ironia, cifra abituale degli spettacoli del Teatro Sotterraneo, ciò che ne esce è un panorama da umanità sull’orlo del collasso, dove il picco dell’evoluzione coincide con il picco dell’adattamento ma anche dello snaturamento della specie; un affresco che per certi versi ricorda una visione da romanzo di Houellebecq, ma fortemente depurata della riflessione che lo scrittore francese fa sulla decadenza del tempo presente. Il collasso di cui parla «L’origine delle specie» – realizzato da Sara Bonaventura, Iacopo Braga e Claudio Cirri in scena, Daniele Villa ai testi – è piuttosto connaturato alla teoria dei sistemi complessi, dove a un massimo di complessità si accompagna un minor margine di errore che però, quando si verifica, assume le proporzioni del disastro. È la parabola del treno in corsa che nessuno sa più fermare –come ne «La freccia gialla» di Viktor Pelevin, dove col passare del tempo neppure ci si ricorda di essere su un treno lanciato a tutta velocità verso la rovina – ma senza toni apocalittici. La prospettiva è accanto a noi, consustanziale al nostro presente, e forse si può attivare all’improvviso con un semplice comando, come l’opzione del videogioco che, con un singolo colpo di mouse, permette di distruggere l’intera città.

[da Carta n°13/2010]

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