Le quinte di Teheran

piazza khomeini

«Benvenuto nel più grande spettacolo di teatro dell’assurdo del mondo: Teheran». A parlare è un uomo sulla sessantina, dai capelli bianchissimi e gli occhi azzurri penetranti e opachi come una pietra di turchese. Visto che siamo al Cafè Godot, un locale interamente dedicato a Samuel Beckett e al suo teatro – accanto al bancone c’è un albero spoglio, con sopra due bombette – la metafora, oltre che essere calzante, si rivela decisamente appropriata.
A Teheran, città senza un vero e proprio centro – piazza Khomeini non è altro che uno svincolo per le auto e un immenso parcheggio per i taxi – la gente si incontra principalmente nei caffè. È in questi posti che studenti, artisti ma anche gente normale passa il tempo, discute, si incontra. Sono soprattutto giovani, perché la popolazione dell’Iran è costituita in buona parte da persone sotto i trent’anni. Non è raro ascoltare qualcuno che si lamenta di Ahmadinejad e del suo governo, e si domanda quando finirà il regime dei mullah. In modo tanto esplicito? Sì. «Quello che si dice non importa a nessuno. Devi stare attento a quello che fai», mi confida un ragazzo, e fa riferimento alle proteste della fine del 2009. Diverse persone sono state prelevate direttamente nelle loro case, e spesso non si ha più traccia di loro per giorni interi.
Il mio interlocutore dagli occhi turchesi si chiama F., e di mestiere legge la fortuna. Nelle linee della mano, attraverso un sistema cromatico, facendo oscillare un pendaglio apparentemente di antica fattura. Si aggira per i tavoli in cerca di clienti. «Sono tutte stronzate – mi dice sorridendo – ma le ragazze ne vanno matte». È un modo come un altro di sbarcare il lunario, ma gli permette di osservare la gente, le domande che si fanno, le loro reazioni, i loro desideri. E tra quello che passa per la testa della gente e lo stile di vita che il regime vorrebbe imporre c’è un divario piuttosto vistoso.
Le ragazze, ad esempio, costrette per legge a portare l’hijab, il velo, hanno lanciato la loro sfida proprio a partire dalla quotidianità, dal piano estetico. Molte sono truccate alla moda, portano il velo molto indietro, a coprire solo una crocchia di capelli raccolti, e spesso scelgono tessuti colorati che si avvolgono in ampie volute, e danno l’idea più di un accessorio d’abbigliamento più che dell’osservanza di un precetto islamico. A Teheran, in particolare per le donne, la frase “il privato è politico” assume una sfumatura particolare e profonda. «Sono loro le più agguerrite durante le dimostrazioni, spesso sono in prima fila e sono quelle che rischiano di più – mi raccontano due ragazzi – Quando vengono arrestate molte di loro subiscono abusi sessuali».
Il chiromante mi spiega la sua teoria: la gente vive una vita schizofrenica, deve tenere certi comportamenti in pubblico, e poi in privato fa esattamente l’opposto. E in effetti, girando per le strade di Teheran, si ha l’impressione che l’impronta islamica che grava sugli stili di vita sia un’imposizione più utile a tenere le redini del potere che un vero e proprio sentimento diffuso. Una griglia ideologica su cui fare leva per giustificare i provvedimenti repressivi e illiberali del regime. Insomma, una rappresentazione dai risvolti, per l’appunto, grotteschi e surreali. Ma con effetti realissimi sul vissuto della gente.
Quando era giovane F. aveva studiato sociologia all’estero, in Inghilterra. Tornò poco prima della rivoluzione per lavorare all’università. La sua impostazione marxista gli fu d’ostacolo per fare carriera, e dopo la presa del potere da parte di Khomeini e diversi tentativi di emarginazione da parte dell’ambiente accademico decise di lasciare. Strano destino per un sociologo marxista finire a leggere il destino della gente tra le pieghe di una mano. «Me lo insegnò mia madre, per questo so farlo. Ma è solo un modo per vivere». E il marxismo? «È un’idea che andava bene per il Novecento. Ora il Novecento è finito, il mondo è diverso il marxismo non ha più senso. La politica stessa non ha più senso. È finita, è una farsa, non funziona più. Da noi come da voi».

murales

La gran parte dei caffè alla moda di Teheran si concentra in una zona di Valiasr avenue, un lungo viale che taglia tutta la città da nord a sud e che gli iraniani dicono che sia una delle strade cittadine più lunghe al mondo, per la precisione la seconda. Dire “vivo a Valiasr” senza specificare a che altezza non significa nulla, mi spiegano, è come dire vivo a Teheran. È lungo questo viale che, come forma di protesta, gli universitari hanno dato vita a un lunghissimo cordone umano che attraversava la città.
All’incrocio con Enquelab avenue c’è un piccolo parco dove troneggia una struttura rotonda in cemento armato che ospita il teatro municipale. A fine gennaio il festival Fadjr, la principale manifestazione di teatro dell’Iran, è in pieno svolgimento e il teatro municipale funziona da centro festival. Attorno al teatro la sera si radunano molti giovani, ci sono performance in strada, e la gente fa la coda per accaparrarsi un biglietto. Quest’anno si sono susseguiti  dei “rumori” su un tentativo di boicottaggio della manifestazione, che era alla sua ventottesima edizione. Visto che si tratta di un festival interamente statale, come ogni manifestazione culturale in Iran, c’è chi ha deciso di non partecipare, come tacito segno di protesta per la dura repressione dello scorso dicembre, quando l’onda verde è scesa nuovamente in piazza per contestare Ahmadinejad e il suo governo. Sul fronte internazionale la defezione più vistosa è quella di Peter Brook, la cui ultima tappa iraniana risale a prima della rivoluzione islamica.
Il festival del cinema, invece, ha polarizzato le proteste registrando molte defezioni di artisti che erano previsti. A differenza della manifestazione teatrale, che è un momento di incontro soprattutto tra artisti iraniani, la kermesse cinematografica è una vetrina con una vasta eco internazionale. Si tratta di un modo silenzioso di protestare che è palpabile tra la gente che segue gli appuntamenti culturali, e capita spesso che gli ospiti internazionali vengano ringraziati furtivamente quando indossano una maglia o qualche altro capo di abbigliamento di colore verde, il colore dell’onda.

un palazzo storico

A differenza di molte altre città mediorientali, la capitale della repubblica islamica esteriormente non sembra affatto “islamica”. Poche le moschee visibili, e il canto che tradizionalmente chiama a raccolta i fedeli più volte al giorno non si sente per le strade di Teheran come invece accade, ad esempio, nella laica Istanbul. «Qui non si è mai usato più di tanto. Dopo la rivoluzione hanno provato a imporlo, ma senza successo», mi spiega una signora a cui rivolgo questa osservazione. «Il fatto è che oggi l’ideale islamico in politica, più che corrispondere a un sentimento religioso, ha a che vedere con il desiderio di esercitare un’egemonia nella regione. La classe politica pensa di poter presentare l’Iran come baluardo dell’islam, e così diventare un faro per gli altri paesi islamici».
Sicuramente uno dei motivi per cui Teheran non presenta molti simboli islamici sta anche nel suo passato. Della città antica resta assai poco: qualche palazzo in mattoni e legno di oltre un secolo fa si affaccia ancora tra gli edifici in cemento, ma è una rarità. Oggi la capitale dell’Iran, che assieme alle sue zone suburbane accoglie quasi 15 milioni di abitanti, è un’immensa distesa di palazzi che sale verso nord, costruzioni il più delle volte anonime, attraversate da enormi svincoli e circonvallazioni. Oltre la città ci sono le montagne, con gli impianti sciistici e tutto il corollario del turismo invernale, ma anche zone residenziali. Sono invitato a cena in una di queste zone, fuori città: anche se la temperatura a Teheran non è così rigida qui è tutto ricoperto di neve. La proprietaria dell’appartamento mi indica la finestra da dove si vede la capitale in tutta la sua estensione. «La mia famiglia ha comprato questa casa durante il conflitto con l’Iraq – mi racconta – quando bombardavano Teheran ci rifugiavamo qui e dalla finestra vedevamo le luci delle bombe che esplodevano».
La parte alta della città è quella più ricca, abitata da ceti medio-alti, che hanno uno stile di vita cosmopolita. In questa zona si trovano gallerie d’arte e caffè dal design moderno dove la gente si incontra, o si mette a lavorare sfruttando il wi-fi. Parlando con un gruppo di artisti, l’impressione che si ricava è di una grande energia avvolta da una cappa di depressione. «Questa città la si vive così – mi racconta uno di loro – La vera Teheran è completamente underground, si vive nelle case e nelle conversazioni della gente, e c’è veramente molta energia. Ma poi si fa i conti con quello che sta succedendo nel nostro paese». Alcune volte le conversazioni assumono un tono preoccupato, quando si parla di conoscenti e amici che sono incappati nella spirale repressiva che ha fatto seguito alle manifestazioni, e per giorni o settimane non si è saputo niente di loro.
A Teheran il sentimento antigovernativo è abbastanza palpabile, e non è un caso che siano proprio le città gli epicentri delle proteste. Qui si concentrano gli studenti, la vita culturale e le fasce più ricche della popolazione, i cui figli spesso frequentano abitualmente l’Europa e l’America. Ma nelle zone rurali la musica è un’altra. Quando, dopo le proteste post-elettorali, è stata convocata una grande manifestazione a sostegno del governo, Teheran era invasa di pullman che avevano trasportato nella capitale il popolo di Ahmadinejad.

nel bazar

La sera, quando il traffico incredibile che strozza la città nel tardo pomeriggio comincia a defluire, ci si dà appuntamento a casa di qualcuno, per cenare, parlare, passare il tempo. A volte anche per suonare. L’ambiente è disteso, le ragazze hanno il capo scoperto e si beve e si fuma in tranquillità, come nelle scene disegnate da Marjan Satrapi. Una ragazza mi racconta di essere appena tornata da un lungo viaggio, e che è felice di ritrovare gli amici e di respirare l’atmosfera di casa. Tutta la sua adolescenza è passata per questo tipo di raduni. «Alle volte capitava che ce ne andassimo per qualche giorno fuori Teheran, a suonare e a stare tra di noi, quando qualcuno poteva mettere a disposizione una casa». Le domando se è mai successo qualcosa durante queste feste. «Una volta c’è stata un’incursione nella casa dove stavamo, non si trattava della polizia ma dei basiji. Ci hanno tenuto per quasi tre giorni in un appartamento, per interrogarci. Noi ragazze venivamo apostrofate in modo estremamente volgare, e ci chiedevano quanto ci avevano pagato per partecipare a quella festa. Poi i nostri genitori sono riusciti a tirarci fuori di lì». Una brutta esperienza, ma lei ne parla sorridendo, come di qualcosa che è inevitabile e assodato a cui non si dà nemmeno troppa importanza. «A me è capitato una sola volta i tanti anni, tutto sommato sono stata fortunata».
Proseguiamo la serata in una casa che si snoda lungo più piani, ed è ingombra di mobili e oggetti in vari angoli delle scale e dei corridoi, una classica casa abitata da studenti. Scendendo in un cortile interno si arriva a una sorta di lavatoio, dove una stanza è stata adibita a sala prove, con una batteria, un pianoforte, qualche amplificatore. Su un tavolinetto c’è una tanica bianca piena di aragh, una sorta di grappa locale ovviamente illegale, che sembra essere l’alcolico più a buon mercato perché, distillato di nascosto, non deve essere contrabbandato dall’estero. Un ragazzo tira fuori il sassofono e comincia a suonare. Le note riempiono la notte di Teheran e la piccola stanza dove siamo tutti stipati ad ascoltare una versione jazzata di una melodia dal sapore mediorientale, originariamente la sigla di un programma tv della loro infanzia.

[da Carta n°12/2010]

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