Cartoline dall’inferno

Sotto una calotta che evoca una sorta di sottomondo, una famiglia dalla composizione bizzarra si trova a vivere una vita non vita, sospesa davanti alla tivù e saltuariamente interrotta da scatti di violenza e cinismo che sembrano essere gli unici binari su cui scorrono le relazioni tra le persone. Lo strano agglomerato umano che Fibre Parallele porta sulla scena parla un dialetto tagliente e ringhiato, unico modo per affermare rabbiosamente il proprio posto nel mondo. Il capofamiglia panciuto e violento (Corrado Lagrasta), la zia arcigna dal naso gobbuto (Sara Bevilacqua) sempre pronta a bestemmiare sulla nascita del nipote Vito, figlio spilungone e ottuso, ingobbito e con le orecchie troppo grandi, incapace di smettere di mangiarsi le unghie o di frugarsi furiosamente nei pantaloni (Riccardo Spagnulo); e infine lei, Felicetta (Licia Lanera), portata a forza a rompere e ristabilire l’ordine familiare attorno a una nuova unione, che fa la sua comparsa dentro un sacco dell’immondizia, intenta a masticare bubble gum rosa come la sua improbabile mise, top e pants rosa shocking strizzati all’inverosimile.
La “famiglia disfuzionale” a cui la giovane compagnia pugliese dà corpo in questo «Furie de sanghe» – loro terza produzione – non è di quelle che lasciano intravedere le crepe all’interno di una struttura sociale che resta salda più che altro nella sua enunciazione retorica e nelle statistiche Istat; la famiglia di Fibre Parallele appartiene piuttosto all’universo tratteggiato mirabilmente da Ettore Scola nel suo film «Brutti, sporchi e cattivi», quello di un sottoproletariato incancrenito nella propria miseria. Se lì l’ambientazione era nelle baraccopoli romane degli anni Settanta (e comunque il Giacinto Mazzatella reso indimenticabile da Nino Manfredi sfoggiava uno sguaiato ma inconfondibile accento pugliese), qui i “mostri” – anche fisicamente, grazie a un attento lavoro di protesi che cambia i connotati agli attori – abitano un tipo di ipotetica periferia post-moderna, quella che caratterizza un Meridione in cui il consumo diffuso e vorace del territorio rende “suburbio”, da un punto di vista antropologico, una vasta e indistinta porzione di mondo che si trova tanto in città, accanto agli scempi dell’industrializzazione, quanto nelle zone rurali invisibili allo Stato, abbandonate alla barbarie caporalesca dello sfruttamento dei clandestini in transito o impiegati nei campi e lungo le arterie regionali.
Ci si potrebbe domandare se ha senso continuare a parlare oggi di questo sottomondo che, a più riprese, è stato tratteggiato da film, libri e spettacoli. Di sicuro si tratta di una condizione che, lungi dall’aver rappresentato solamente la dolorosa macerazione di una civiltà contadina ingabbiata nella prigione della modernità e condannata marcirvi, oggi si caratterizza come un possibile contagio – aspetto più triviale di una recrudescenza sociale che trova sfogo in una condizione di isolamento “onanista”, e che riguarda in differenti modalità strati diversi della popolazione, anche quando in tasca, al posto dei gratta-e-vinci per cui Vito litiga col padre e pesta i piedi, ci si ritrova fasci ben pasciuti di banconote. Il merito di «Furie de saghe» non è di squarciare il velo su una verità misconosciuta, quanto di tratteggiarla con un grottesco che si rivolta contro il pubblico come un boomerang: i mostri che vediamo sul palcoscenico possono apparirci come una specie aliena (e le orecchie alla “dottor Spok” di Vito ce lo dicono fuor di metafora), ma il fondamento individualista dei loro rapporti e la rabbiosità che scaturisce dalla loro frustrazione ci ricorda che, a ben vedere, gli alieni siamo noi – o almeno i nostri metri di giudizio e i valori su cui si fondano che, solidi a parole, sembrano vaporizzarsi al contatto con la realtà che ci circonda.
A questo isolamento fa da specchio un analfabetismo dei sentimenti che è oggetto del leit motiv dello spettacolo: il rapporto quasi morboso che c’è tra l’arcigna zia e in suo capitone racchiuso nella vasca, che tratta come un figlio, è l’unico ispirato alla benevolenza se non proprio all’amore. Tra le persone, invece, c’è spazio solo per il ringhio come antidoto all’angoscia, la prevaricazione e persino lo stupro. A cantare il lamento di questa condizione c’è la voce del capitone, prestata da Demetrio Stratos (ovvero realizzata a partire dalle registrazioni dei suoi vocalizzi). Il bestiale, dunque, trasfigura l’umano, sia concretamente che come ossimoro, cioè nell’inversione che lo spettacolo opera dei rispettivi significati di questi due aggettivi.
Fibre Parallele, tuttavia, scelgono di non restituirci la crudezza per ciò che è realmente, in un tentativo di realismo impossibile a teatro e tutto sommato fuorviante. Se il registro del grottesco è l’unico in grado di avvicinarci a questa materia per darci modo di specchiarcisi dentro, allora anche la rappresentazione della crudezza deve essere grottesca. E l’apice delle scene, allora, diviene quadro bizzarro, appositamente congelato in un fermo-immagine, in un’istantanea, una cartolina dall’inferno che, con la sua dose di glamour, ci consente persino di appenderla al muro. Come accade nella scena che dà il titolo alla piéce – “emorragia cerebrale” – e ne costituisce il climax, dove il capitone, come una sorta di animale sacrificale, viene chiamato a sostituire il fallo del padre nella fellatio a cui costringe la nuora, mentre gli altri si riparano con l’ombrello dagli spruzzi del suo sangue.
Con questo spettacolo Fibre Parallele, compagnia costituita dal due Lanera-Spagnulo (rispettivamente anche regista e autore dello spettacolo), tenta per la prima volta un lavoro di respiro che coinvolge quattro attori – una crescita dal punto di vista produttivo che è stata sostenuta dal Teatro Kismet e Ravenna Teatro grazie al progetto dell’Eti “nuove creatività”. «Furie de sanghe sarà a il 16 aprile a Ravenna, al teatro Rasi, per «Nobodaddy».

[da Carta n°10/2010]

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