Pasolini e James Dean

Al centro della ricostruzione del «Delitto Pasolini» che la compagnia romana Ck Teatro ha portato di recente in scena al Teatro dell’Orologio di Roma c’è la controversa e fantasiosa versione della morte del poeta ipotizzata dal pittore Giuseppe Zigaina, amico di Pasolini. Nella piccola sala Artaud tre figure si passano le fila di un racconto che mano a mano, sommandosi, ricostruisce l’intreccio del delitto che sconvolse l’Italia nel 1975: un ragazzo riccioluto che veste con i pantaloni a zampa d’elefante, una camicia fantasia e parla con una calata romanesca d’altri tempi (un ottimo Leonardo Ferrari Carissimi), che sfruttando la sua somiglianza con Ninetto Davoli o con uno dei tanti ragazzi di vita evocati nei libri di Pasolini, fa oscillare il suo racconto, snocciolato nel più classico stile della narrazione teatrale, tra un presente di allora e il presente di oggi; un attore bardato con i paramenti dell’attore classico, che interpreta un Pelosi così poco convincente da costringere il narratore a esortarlo a una recitazione più consona (Fabio Morgan); infine una figura evanescente racchiusa dietro una parete opaca, che è lo stesso Pasolini, seduto alla scrivania e intento a leggere le proprie poesie battute a macchina (Alberto Testone). Il tutto avviene all’interno di una scena fatta di scarti, reti metalliche e prati finti, che evoca la desolazione dell’idroscalo di Ostia, dove Pasolini fu ucciso, ma con un taglio decisamente posticcio. E qui sta il nodo dello spettacolo (e anche l’asse su cui si muove l’indagine della compagnia): il nostro rapporto con la realtà, la sua costruzione sempre più impostata sui pilastri del glamour e del mito (con la complicità dell’arte), e lo svelamento del kitsch strutturale su cui poggia questo meccanismo che, una volta grattate le paillette, emerge in tutta la sua possanza – (la sigla Ck sta, non a caso, per Colossal Kitsch).
Nella versione di Zigaina Pasolini avrebbe progettato da tempo la propria morte sacrificale con lo scopo di rendere immortale la sua opera e la sua figura, trasformandosi in un’icona – al pari di James Dean, come suggerisce il narratore. Nessun complotto fascista, né cospirazioni di servizi segreti per fermare le indiscrezioni sull’Eni che il poeta era in procinto di svelare in un capitolo di “Petrolio” – quello che proprio in questi giorni il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri ha dichiarato di avere tra le mani, e che avrebbe dovuto mostrare alla fiera del libro antico di Milano, salvo poi fare dietro front. Attraverso un linguaggio nuovo, quello dell’arte che interviene nella realtà per modificarla fattivamente, Pasolini avrebbe dunque progettato il proprio martirio con lo scopo di diventare un mito. Il filo della narrazione racconta l’ipotesi, ma l’intreccio che si crea con le parole di Pelosi – che nel 2005 ritratterà la sua versione secondo cui era da solo, quella fatidica notte – e i versi dello stesso Pasolini, sembra avvalorare la ricostruzione di Zigaina. Ma è davvero questo il punto? Probabilmente no.
Dell’ipotesi restituita da Ck Teatro ciò che conta non se è vera oppure no, ma la sua funzione di “profezia autoverificantesi” che ci racconta molto del contesto culturale dei nostri giorni, dove Pasolini è davvero diventato un’icona profetica. Anzi, un’icona pop, come nei manifesti di una nota emittente radiofonica romana, Radio città futura, dove il suo volto, al pari di una cantante di fama mondiale come Bjork, viene ricomposto da una planimetria urbana. E lo slittamento semantico per cui la sovrapposizione tra arte e vita crea scientemente un’indistinguibilità tra i due piani è uno dei miraggi e dei rovelli più grandi dell’arte contemporanea di oggi. Il fatto che ciò venga innestato sulla morte di uno dei più grandi intellettuali del secolo scorso, proprio perché politicamente scorretto, ha l’effetti di farci balzare sulla sedia davanti ad una sovrapposizione e confusione di piani alla quale siamo fin troppo assuefatti.
Il merito di questo spettacolo di Ck Teatro sta nel tentativo riuscito (superate le iperboli allusive di lavori precedenti come «Being Hamlet», che facevano riferimento a universi artistici assai più specifici) di condurre lo spettatore all’interno del proprio ragionamento, di questo disvelamento del kitsch e del posticcio – l’abbigliamento di Morgan-Pelosi ne è esplicitamente il simbolo – che è al centro di questo lavoro. Lavoro che è solo un assaggio di uno spettacolo più grande, una sorta di anteprima, di riflessione condivisa con il pubblico sullo stato della creazione; la coppia Morgan-Ferrari Carissimi, autori e ideatori della piéce, danno appuntamento a novembre – il 2, guarda caso, anniversario della morte di Pasolini – per un nuovo spettacolo che chiuderà il cerchio di questa riflessione, intitolato coerentemente (e malignamente) «Superstar».

[da Carta n°09/2010]

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