Incubi e apparizioni

Sono incubi piuttosto reali quelli al centro dell’ultimo spettacolo del Teatro delle Apparizioni, di recente in scena al Teatro le Maschere di Roma. Perché, prima di immergersi nella creazione di questa piéce dedicata specificatamente ai preadadolescenti – la visione è sconsigliata dai 10 anni in giù – la compagnia romana ha condotto una serie di interviste tra gli studenti undicenni, chiedendo loro di parlare delle proprie paure. E a partire dal sospiro sincopato di spavento che apre lo spettacolo, sulla scena appaiono, meglio, affiorano dal buio, le immagini di queste paure, la solitudine, l’incontro con l’amore, la paura della perdita dei genitori e quella di diventare grandi e di non essere accettati per quello che si è, montante in una sequenza realizzata con grande maestria, tutta giocata più che su una connessione logica – che pure c’è e segue un percorso di crescita piuttosto riconoscibile – sul ritmo, su una sorta di danza visiva che i tre perfomer  – Paola Calogero, Valerio Malorni, Maria Zamponi – eseguono mescolando senza alcun attrito sensazioni di angoscia a momenti di estrema dolcezza.
Il verso dei grilli che apre lo spettacolo evoca una notte tranquilla, eco forse di un’infanzia che, senza ancora saperlo, è alle soglie della sua fine. Su tre letti paralleli dormono tre due ragazze e un ragazzo che di colpo, lacerando l’atmosfera serena, si svegliano spaventati e rivelano volti attoniti e muti, quelli di tre fantocci bianchi. La regia di Fabrizio Pallara ridisegna costantemente lo spazio attraverso l’uso di pannelli trasparenti e rigidi che vanno a formare ora mura, ora superfici, che danno forma ad ambienti diversi per diverse angosce; la materia trasparente dei pannelli, su cui di volta in volta si proietta o si riflette un abile disegno luci, contribuisce a creare la temperatura delle atmosfere che si rincorrono nello spettacolo. Tra le immagini più belle l’angosciosa ricerca della madre da parte di una bambina spaventata, accompagnata solo dalla luce tremolante di una candela; e quella che allude alla masturbazione, dove un ragazzo seduto da solo, in disparte, suona uno strumento mentre dietro di lui, rese evanescenti dalla luce blu e dall’opacità dei pannelli, si incrociano figure femminili nude, sinuose, come sirene che giocano al ritmo dello sciabordio del mare. Alla fine dello spettacolo, come a evocare una crescita, appaiono nuovamente i tre fantocci, non più bianchi ma colorati.
«Incubi» è figlio di un percorso che il Teatro delle Apparizioni – che ha esordito come compagnia di teatro sensoriale – ha imboccato con coscienza e convinzione verso il teatro ragazzi, in base all’idea che la scena dedicata ai più giovani possa essere un vero terreno di ricerca e sperimentazione (e quindi di creazione di un pubblico nuovo), e non l’ambito dove applicare formule scontate di intrattenimento. Non a caso l’uso dei pannelli e l’andamento a quadri, onirico, ricorda uno spettacolo che la compagnia portò in scena nel 2005, «Gli occhi di Andersen», lavoro cerniera del loro passaggio al teatro infanzia, che nasceva per adulti ma gettava le basi per una poetica dello stupore che ancora oggi è la spina dorsale dell’estetica della compagnia e il vero trait d’union tra la sua storia recente e il periodo degli esordi.
Con «Incubi» il Teatro delle Apparizioni (che comunque prosegue la propria attività anche nel teatro di ricerca tout court) opera un salto interessante, costruendo una drammaturgia a partire dalle interviste agli studenti delle scuole medie, scrivendola per così dire assieme al pubblico cui è destinata. Una formula che ha portato a scelte coraggiose, come mettere in scena in uno spettacolo per preadolescenti i temi dell’abuso di droghe e alcool. E se teniamo conto che «Incubi» è andato in scena principalmente in matinée, per un pubblico di scolaresche, in un teatro interamente dedicato all’infanzia, la radicalità dell’operazione si fa evidente. La risposta del pubblico dei ragazzi, attento e coinvolto, ci parla di una scommessa vinta che speriamo possa gettare qualche germe d’interesse  futuro per il teatro che, quando è arte viva e non precofezionata, è ancora in grado di stupire e coinvolgere.

[da Carta n°7/2010]

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