Se Gogol’ fosse nato a Roma

D’altri tempi è un’espressione che si usa per parlare di qualcosa che, pur fuori dalle mode del tempo, non risulta “vecchio” ma anzi conserva l’eleganza e la presenza dei tempi che evoca. D’altri tempi è in effetti lo spettacolo «Er Naso» di e con Pierpaolo Palladino, di recente in scena al teatro Cometa Off di Roma; non solo perché la storia che racconta è ambienta nella Roma papalina, ma anche perché l’energia e la musicalità dell’interpretazione di Palladino, unico attore in scena diretto da Francesco Branchetti, ricorda un modo di calcare le scene che quasi non si vede più – soprattutto nel caso di operazioni come questa.
Ma attenzione, nel caso di questo brillante e per certi versi geniale riadattamento in chiave romanesca del famoso racconto di Gogol’ non è affatto fuori dai tempi, e per due ragioni strutturali. Primo perché Palladino si diverte e diverte nel recitare il suo monologo, e sa mantenere una freschezza autentica per tutti i cinquanta minuti di spettacolo; secondo perché la scelta del narratore romano di ispirarsi a un racconto dell’ottocento e di trasporlo sì, ma nella roma dello stesso secolo, è tutt’altro che un esercizio di stile. Anzi, al pari dei grandi film di Luigi Magni, l’operazione di Palladino ci ricorda che non è il contenuto in sé ad essere “politico” o “contemporaneo”, ma i meccanismi che la storia ci racconta, e l’adesione che l’attore sa innescare. L’ansia dell’abate che perde il naso, e con lui la faccia, che non può più mostrarsi al pubblico dei suoi pari ed è costretto a rimangiarsi la vanità con cui seduce le popolane, il suo servilismo con l’autorità costituita per riottenere il proprio naso, che nel frattempo cerca di costruirsi un’esistenza indipendente e parallela, e la disperazione che porta l’abate a cadere vittima di superstizioni e pregiudizi, perché senza più il suo naso, la sua faccia, il suo posto nel mondo, torna a sentirsi smarrito come un bambino e a cadere vittima delle proprie paure – tutto questo ci racconta dell’oggi più di quanto non sembri.
Al di là questo, l’impressionante abilità di Palladino nell’adattare la storia in un romanesco elegante e musicale, e la forza con cui fa rivivere una Roma scomparsa e mitologica, atto d’amore di questo artista a una cultura e una città da sempre al centro del suo lavoro, sono già di per se uno spettacolo, forse d’altri tempi, ma sicuramente da non perdere.

[da Carta n°6/2010]

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