Laggiù qualcuno non ci ama

L’Accademia degli Artefatti porta in scena in questi giorni (di recente al Palladium di Roma, dal 18 al 21 febbraio al Teatro del Tempo di Parma) una trance consistente dei 17 pezzi di Mark Ravehill «Spara / Trova il tesoro /Ripeti», tutti ispirati nel titolo a opere classiche della letteratura o del cinema occidentali, e tutte legate dal tema della lotta al terrore che tiene in scacco il mondo dal 2001. Tra gli otto testi portati in scena «Delitto e castigo» spicca per l’affondo che il drammaturgo inglese realizza in questa piéce a due, una discesa chirurgica nella spirale di sentimenti, parole d’ordine e luoghi comuni che hanno accompagnato l’invasione americana dell’Iraq. Fabrizio Croci e Caterina Silva sono chiusi in una struttura con una parete a vetri, una sala da interrogatorio, i loro volti sono costantemente ripresi e riproiettati, le loro voci registrate e amplificate. L’uomo sottopone la donna, un’intellettuale le cui posizioni prima dell’invasione erano a favore dell’occidente e del suo stile di vita, a un fermo ingiustificato con l’obiettivo di porla davanti ad un assioma feroce, eppure per lui estremamente limpido: siamo venuti qui per liberarvi, perché siamo buoni, ora voi dovete amarci. La richiesta di un rapporto sessuale come epifania di un rapporto d’amore che non esiste diventa la spirale dentro cui monta l’incredulità dell’occidente che si vede rifiutato pur “sapendosi” nel giusto. Ma attenzione: quello di Ravenhill non è il tentativo di estremizzare una storia di abuso in situazione di guerra, rendendola iperbolica per metterne in luce le assurdità; in «Delitto e castigo» i personaggi smettono di essere tali per assumere i punti di vista delle rispettive parti, in uno slittamento di significati spiazzante che è il vero meccanismo del testo e che giustifica il rapporto tra i due. Se un’iperbole c’è è un’iperbile sgonfia, che non fa montare drammaturgicamente il senso dell’assurdo, ma sceglie di restituire le parole d’ordine del presunto “scontro di civiltà” e lascia che vengano illuminate da un luce differente. Come nel documentario canadese “The corporation”, dove applicando un test psicoattutudinale ai comportamenti delle multinazionali ne risultavano profili da serial killer, in Ravenhill è questa alterazione dei piani di significato a dare un diverso peso specifico alle parole, e a scardinare l’impressione superficiale di realismo a cui le ambientazioni dei testi, legati al contemporaneo della lotta al terrore, sembrano ammiccare.
Più scoperto, ma altrettanto incisivo, è l’accorato appello che Francesca Mazza fa davanti a un pubblico di presunti terroristi (perché composto da “loro”) in qualità di presunta portavoce di un gruppo di donne della schiera dei “buoni” ne «Le Troiane». «Perché avete ucciso tutti quei buoni?» grida un’accorata oratrice nell’apprendere di un attentato suicida in un ospedale, ricordandoci come le parole d’ordine della guerra al terrore abbiano pian piano, articolo dopo articolo, dichiarazione dopo dichiarazione, fatto slittare il significato di alcune parole che hanno a che vedere con i valori etici nella costruzione di due identità contrapposte sul un piano prettamente politico. L’asse del male, la lotta al terrore (“terrore”, non terrorismo), gli stati canaglia, sono tutte espressioni che oggi diamo per scontate, ma che hanno operato uno scarto semantico considerevole. Basta pensare difficilmente trent’anni fa aggettivi simili sarebbero stati utilizzati in un contesto politico nel caso di atti di guerriglia o terrorismo. Se c’è un “male” c’è un “bene” e viceversa; se noi siamo i buoni loro devono essere i cattivi. L’oratrice, quasi incredula, si rende conto di questo assioma lapalissiano verso la fine del suo monologo, dopo averci fatto vedere – forzando in un modo che risulta persino comico la dialettica noi-voi, buoni-cattivi – quante implicazioni può portasi dietro l’utilizzo di un termine, che può suonare persino infantile – ma quale età è più massimalista dell’infanzia? – quando contamina di valori assoluti due polarità disegnate dalla politica.
Francesca Mazza – le cui interpretazioni segnano uno dei punti più fulgidi di questo ciclo di otto spettacoli andato in scena al Palladium – è anche protagonista di «La madre», dove interpreta una sottoproletaria che nasconde il proprio dolore nell’aggressività e nelle parole sboccate con cui mette in crisi i due giovani soldati venuti a portarle la notizia della morte del figlio, con lo scopo di impedire loro di pronunciare il discorso ufficiale, le parole ingessate e posticce che accompagnano la notifica del “sacrificio” del soldato e ne costituiscono il piccolo, feroce rituale.

[da Carta n°05/2010 – lettera22.it]

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