La doppia morale di Berkoff

La voce interiore, quella che urla gli insulti che non siamo capaci neppure di sussurrare, quella che vomita la rabbia e la frustrazione nascosta dietro la cortesia e il sorriso stanco, forzato, su cui impostiamo i rapporti interpersonali con superiori, amici, parenti. Questo “piagnisteo” interiore, tanto più sibilante e maligno quanto meno si è in grado di confessarlo, è al centro di «Kvetch» – in yiddish appunto piagnisteo – di Steven Berkoff, che il giovane regista Tiziano Panici ha portato in scena di recente al teatro Argot di Roma. Sfruttando il classico meccanismo degli “a parte”, i cinque personaggi della storia mantengono conversazioni di facciata che sono diametralmente opposte alle angosce del loro io interiore, sempre pronto a vedere l’erba del vicino più verde della propria ma allo stesso tempo a sputare veleno sulle debolezze altrui. Relazioni di coppia che occultano rifiuti e incompatibilità, amicizie maschili che nascondono fantasie inconfessabili, stimati rapporti di lavoro che celano odi viscerali; il rovescio della medaglia prende voce – ampia, tonale, profonda – nelle confessioni mentali, unico spazio di sincerità dove è possibile materializzare ansie, rancori, inconfessate fantasie sessuali.
Con notevole perizia Panici, regista ventiquattrenne, dà corpo ai piagnistei immaginati dal drammaturgo inglese, giocando su un ritmo serrato che accentua la comicità iperbolica delle prigioni quotidiane dei personaggi, dove ognuno è allo stesso tempo prigioniero e proprio principale carceriere. Orchestrando le ottime prove d’attore di Ivan Zerbinati, Laura Bussiani, Simone Luglio, Federico Giani, grazie anche a un disegno luci che evidenzia con chiarezza il serrato dentro-fuori in cui si dipana la psiche dei personaggi, la scelta di Panici opera uno scarto importante affinché il meccanismo del testo non resti un mero espediente intellettuale: la lingua degli “a parte”, del mondo interno, quella “di pancia”, rancorosa e livida, è il dialetto degli stessi attori – siciliano, veneziano, toscano, bolognese – unica lingua in grado di restituire senza finzioni o soluzioni posticce la temperatura della doppia morale a cui ogni giorno, nostro malgrado, ci ostiniamo a giocare. È così che le scene serrate di Berkoff, i suoi interni post-borghesi e spiccatamente londoners, si calano nella realtà della nostra italietta, forbita in pubblico e sguaiata nel privato, salvo poi mescolare le carte, come la peggior classe politica mai avuta da questa nazione ha ci insegnato sapientemente a fare negli ultimi anni.
In fondo il succo che si può trarre da questa piéce di Berkoff è tutto lì, e non di certo nella morale un po’ logora della spinta a superare i piagnistei (che poi, però, ciclicamente si ripresentano) e a inseguire finalmente quello che si vuole veramente. È piuttosto negli equilibri precari tra i personaggi, nello scambio di battute, negli interstizi che si aprono tra la finzione che ci mettiamo addosso come un vestito logoro e la rabbia che non abbiamo il coraggio di sputare fuori, perché è lì, tra questi due estremi iperbolici, che si riesce a scorgere il bagliore disperato di una dolorante umanità.

[da Carta n°04/2009]

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