Segnali dal confine. Viaggio tra Turchia e Armenia

il castello di Kars
il castello di Kars

Kars è la città dove Orhan Pamuk, il premio Nobel turco per la letteratura, ha ambientato «Neve». Delle atmosfere sospese del libro, dove la città è bloccata da una forte nevicata, se ne trovano scarse tracce durante l’estate, ma la brezza notturna lascia immaginare un clima invernale tutt’altro che mite. Per le strade le case, con le verande in stile russo in decadenza, parlano del declino della città da quando, nel 1993, la frontiera tra la Turchia e la vicina Armenia è stata chiusa. È così che Kars, un tempo crocevia di commerci internazionali, ha cominciato a sprofondare nel torpore descritto da «Neve». Per contrasto alcune vetrine del centro sono ricolme di televisori al plasma, e raccontano di un divario enorme tra ricchi e poveri della città.
Ihsan Karayazı ci accoglie con estrema gentilezza. La sua casa, dipinta di un verde mela acceso, potrebbe sembrare quella di un qualunque studente di Roma o di Londra. Pelin, la ragazza con cui viaggio e che mi fa da interprete, lo ha contattato per un progetto che lei, operatrice culturale di Istanbul, deve sviluppare in questa città. Non è un caso se si parte da questa casa: per quanto ancora molto giovane, Ihsan lo conoscono e lo stimano tutti, è il punto di raccordo tra l’occidente ricco del paese e questa città dell’estremo est. Chi vuole realizzare un progetto pubblico o internazionale in questa regione remota della Turchia passa per lui. Ihsan ci fa accomodare, ci offre del the e comincia a preparare un helva, un dolce tipico della Turchia. Gli piace cucinare, e mentre lo fa ha un sorriso particolare.
«Il libro di Pamuk ha suscitato molte polemiche qui, tanto che ancora oggi se ne parla», racconta Ihsan. Il premio Nobel turco, che ha soggiornato qui per tre mesi per scrivere il suo romanzo, ha immaginato un colpo di stato improvvisato da militari e da un gruppo di artisti di teatro in una Kars bloccata dalla neve (“Kar” in turco), popolata da fondamentalisti islamici, nazionalisti turchi e da semplice gente di provincia irrimediabilmente affondata nel torpore di questa regione dell’estrema periferia della Turchia. Il protagonista, Ka, un poeta fuggito in Germania anni prima, è portatore di uno sguardo disincantato e occidentalizzato che fa i conti con una realtà più complessa di quello che la sua visione di ex rivoluzionario gli ha lasciato finora intravedere, dividendo nettamente il mondo turco tra modernità secolare e arretratezza religiosa.
«I suoi detrattori pensano che si tratti di un libro scritto per gli occidentali, che non racconta le cose come stanno» dice Israfil Parlak, un amico di Ihsan che porta avanti progetti a sostegno dei bambini di Kars. Secondo Israfil la maggioranza della gente di Kars pensa che il libro racconti solo falsità, ma afferma queste cose senza averlo letto. «Questa è la cosa che mi fa più arrabbiare. Ovviamente molte cose del libro sono finte, si tratta di un romanzo, un’opera di finzione. Ma il succo del libro, ciò che esce dalla storia, racconta la realtà di Kars. Il nostro sindaco è stato davvero assassinato (nel romanzo si tratta del direttore della scuola, ndr), e anche la mia biografia – se così si può dire – ha ispirato uno dei personaggi del libro, quello che viene ferito durante la sparatoria a teatro. A me è successo realmente». Oggi, secondo Israfil, la gente di Kars si stanno chiudendo ancora di più e gli islamisti hanno più seguito che non qualche anno fa. «Tre anni fa mi sentivo ancora libero di bere una birra in giro durante il ramadan. Oggi mi faccio qualche problema in più», racconta.
Nonostante le polemiche che accompagnano il libro, è innegabile che Kars abbia ottenuto una certa pubblicità grazie al romanzo di Pamuk. Una pubblicità che non viene disdegnata, se è vero che nell’unica guida della città – disponibile in turco e inglese – accanto alla storia del formaggio di Kars, famoso e apprezzato in tutta la Turchia, e alla tradizione musicale erede dei bardi che attraversavano tutto il Caucaso, dalla Georgia all’Azerbaijan, c’è una dettagliata sezione su «Neve»: in particolare, una cartina che riporta i luoghi del romanzo e li colloca nella loro reale ubicazione.

il monumento non terminato

A Kars sono in molti a sperare in una ripresa del commercio che possa riportare ricchezza e vitalità. Diversi interventi infrastrutturali testimoniano il tentativo di portare la città fuori dall’isolamento: entro il 2010 dovrebbe essere completato il tratto ferroviario che connetterà Kars alla linea Tbilisi-Baku, creando un ponte con Georgia e Azerbaijan; i collegamenti con Istanbul sono già garantiti dal piccolo aeroporto cittadino (appena una pista). Resta però tagliata fuori l’Armenia, anche se tutti sanno che è proprio dal ripristino dei rapporti diplomatici con quel paese che passa il futuro di Kars e della regione.
Da quando la frontiera tra Turchia e Armenia è stata chiusa per via dell’appoggio di Ankara all’Azerbaijan nella questione del Nagorno-Karabakh, gli scambi commerciali tra i due paesi non si sono interrotti, ma si sono spostati verso ovest. Soprattutto a Istanbul, dove le grandi imprese possono puntare sul traffico aereo. Le zone limitrofe invece, che facevano affari via terra, si sono viste tagliare fuori: la lunga deviazione attraverso la Georgia aggrava di oltre un terzo i costi, rendendo il commercio poco conveniente.
È proprio questa rotta via terra, che allunga di quasi sette ore il viaggio tra Turchia e Armenia, l’obiettivo di questo viaggio. Un percorso che, apprendiamo proprio in quei giorni, presto resterà soltanto un ricordo: a cavallo tra agosto e settembre i giornali turchi e armeni danno ampio risalto alla notizia di un accordo tra Ankara e Yerevan per ripristinare le relazioni diplomatiche, che porterà il 10 ottobre a Zurigo – è la Svizzera a mediare – alla firma di un protocollo di intesa. Nei primi mesi del 2010, se tutto procederà come previsto, la frontiera verrà riaperta.
La notizia suscita clamore a Kars, ma non arriva inattesa. Già da qualche tempo c’erano stati segnali di distensione, come la visita del presidente turco Gül in Armenia nel settembre 2008, in occasione della sfida calcistica tra le due nazionali valida per la qualificazione ai mondiali del 2010. Ma la situazione è molto più complessa di quanto non sembri e la recente storia cittadina ne è un caso emblematico. Naif Alibeyoğlu, sindaco di Kars fino allo scorso anno, ha provato a dare un segnale tangibile finanziando la costruzione di un Monumento alla Pace. Il monumento – due grosse statue di pietra che si guardano – troneggia su un colle che sovrasta la città, accanto a quello su cui sorge la fortezza di Kars. È stato scelto quel colle perché la sua sommità è visibile anche dall’Armenia. Il progetto ha suscitato le ire del partito nazionalista locale, ma Alibeyoğlu, pur essendo stato eletto nelle fila del partito filoislamico (l’Akp, lo stesso di Erdoğan), non è nuovo a iniziative del genere: prima del monumento aveva promosso una raccolta di firme per la riapertura della frontiera. Forse proprio questa attività è stata alla base della sua mancata ricandidatura. Oggi Kars ha un nuovo sindaco, Nevzat Bozkus, espressione dello stesso partito ma fautore di una politica molto diversa. Tra gli impegni assunti da Bozkus c’è la rimozione del monumento, e in questo ha trovato l’appoggio del partito nazionalista. Alibeyoğlu, che ha provato a ricandidarsi con i socialdemocratici del Chp, ha perso le elezioni.
Ihsan decide di mostrarci il monumento da vicino. Così, a bordo della sua auto, ci inoltriamo lungo la strada che risale il colle. Le due statue, bianche e stilizzate in uno stile che ricorda in parte quello sovietico, viste dal basso sono davvero imponenti. Ihsan, che ha collaborato con il comune quando c’era Alibeyoğlu come sindaco, conosce bene il progetto. «Avrebbero dovuto ultimarle, e poi realizzare un impianto di illuminazione. Era persino previsto un impianto idraulico che avrebbe fatto scorrere dell’acqua sulle statue. Doveva simboleggiare delle lacrime, ma nella visione contrapposta che si è venuta a creare i nazionalisti hanno interpretato il monumento come un ‘chiedere scusa’ del popolo turco a quello armeno, e sono andati su tutte le furie. Alla fine il costo dell’operazione ha fatto storcere il naso anche a una parte della popolazione che inizialmente era d’accordo con il progetto. Ora si parla di rimuoverlo, anche se è un po’ assurdo: per rimuovere le statue occorreranno altri soldi, e se il motivo di questa scelta è lo spreco di denaro pubblico, allora è un controsenso».
La storia del monumento della pace mai completato rivela molti aspetti delle differenti tensioni che animano questa regione. A quanto sembra a Kars i parametri economici, validi per l’occidente, saltano completamente. E così anche se l’effetto positivo della riapertura della frontiera è evidente a tutti, ancora oggi una frangia della popolazione è nettamente contraria. Nelle ultime pagine di «Neve» Fazıl, il personaggio a cui l’alter ego del narratore chiede cosa direbbe ai lettori occidentali se finisse nel suo romanzo, dice perentoriamente: «vorrei dire ai lettori di non credere assolutamente a ciò che dice di me, di noi. Nessuno può capirci da lontano». Lo stesso scarto va tenuto presente se si cerca di capire i sentimenti contrastanti che pervadono questa remota regione della Turchia.

Kars – una veduta della collina

Armine, la ragazza di Ihsan, è armena. Viene da Gyumri, la seconda città dell’Armenia, e si trova in questi giorni in Turchia per fargli visita. È una ragazza minuta dallo sguardo vispo, e si offre di darci una mano ad organizzare il viaggio. Non ci sono collegamenti diretti per arrivare al confine armeno, bisogna spostarsi in taxi o in dolmuş, i furgoncini che operano come taxi collettivi. Armine ci combina un appuntamento alla frontiera georgiana con un suo collega, che sta compiendo il nostro stesso viaggio in senso contrario. In questo modo potremo scambiarci i taxi e dividere il prezzo.
Prima di metterci in viaggio verso la Georgia, facciamo una deviazione verso Ani, l’antica capitale armena, che si trova oggi in territorio turco. Si tratta di un sito archeologico di primaria importanza per la storia armena, che sul finire della prima guerra mondiale fu conteso tra la neonata Repubblica Armena e il nuovo stato turco nato dalle ceneri dell’Impero ottomano. I militari turchi, una volta riconquistata la provincia di Kars, provocarono notevoli danni ai resti di questa città medievale, con lo scopo di spazzare via la memoria armena. Ancora fino a pochi decenni fa la conservazione di questo sito non è stata una reale preoccupazione per la Turchia; oggi, invece, Ani è interessata da un’intensa opera di restauro.
La città è stata un importante centro di scambi commerciali, uno degli snodi per cui passava la via della seta, e per un certo periodo rivaleggiò con Costantinopoli e Baghdad. Dopo secoli di varie dominazioni, dai mongoli a varie dinastie turche, che segnarono il suo declino, Ani divenne parte dell’impero ottomano nel 1579. Nel diciottesimo secolo “la città delle 101 chiese” fu definitivamente abbandonata.
Oggi, nonostante si trovi piuttosto fuorimano, Ani è una delle principali attrattive turistiche della provincia di Kars. Le mura imponenti e le chiese semicrollate creano uno scenario unico e particolarmente suggestivo, sparse lungo un promontorio scosceso che affaccia sulle gole del fiume Akhurian – il corso d’acqua che delimita parte del confine. Dall’altra parte si scorge l’Armenia, per raggiungere la quale occorre fare una lunga deviazione verso nord.
Ci mettiamo in viaggio attraverso una regione montuosa chiamata Ilgar Dağı, dove si susseguono panorami ampi e villaggi rurali. Per raggiungere la città di Pasof, dove si trova la frontiera, ci vogliono quasi quattro ore di macchina. Il tassista ci lascia all’ingresso del posto di frontiera e resta in attesa della persona che dovrà caricare per il viaggio di ritorno a Kars. Passiamo, unici pedoni, il controllo della polizia turca e poi di quella georgiana dove, insospettiti da questo transito insolito, ci chiedono di far passare i bagagli nello scanner come in aeroporto.
All’uscita troviamo il collega di Armine, che ci indica il dolmuş che dovremo prendere per arrivare in Armenia, mentre noi gli diamo indicazioni sul taxi per Kars. Sergej, il conducente, è un ragazzotto georgiano dal naso adunco che sembra uscito da un film anni Ottanta sull’Unione Societica. Con lui comunichiamo a gesti, dato che parla solo georgiano e russo, ma dà ad intenderci che non dovremmo tardare troppo sulla tabella di marcia. Appena passata Vale, la città di frontiera georgiana, dobbiamo fermarci più volte per far salire altri passeggeri. La sera cala in fretta, e prima di metterci in viaggio lungo un percorso privo di illuminazione, Sergej si ferma a comprare del pane caldo che offre a tutti. Ad accompagnarci lungo la strada una miscellanea di pop russo, ora ossessivo, ora neomelodico.
Arriviamo al posto di frontiera che è già notte. Le pratiche per il visto prendono un po’ di tempo, e il cambio dei fusi non ci aiuta: la Georgia ha un’ora in più rispetto alla Turchia, e l’Armenia una in più rispetto alla Georgia. Alla fine, quando giungiamo a destinazione, sono le due passate secondo l’ora locale. Ad aspettarci c’è un’amica di Armine, una signora in pensione che ci offre ospitalità per quella notte.

Gyumri – piazza centrale

Gyumri è una cittadina tranquilla, che si snoda da una ampia piazza centrale, vasta e vuota, in puro stile sovietico, con al centro un monumento equestre dedicato all’eroe nazionale Vardan Mamikonyan, che nel V secolo dopo cristo capeggiò la resistenza contro l’impero persiano. Alcune degli edifici principali sono in decadenza, ma è visibile un’intensa attività di ricostruzione e restauro. La città ha cambiato nome molte volte nel corso della sua storia; sotto l’impero russo si chiamava Alexandropol, mentre durante il periodo sovietico era Leninakan. Lilit e Sonya, due ragazze che parlano rispettivamente italiano e inglese, ci fanno fare un giro. «Gyumri è considerata la città culturale dell’Armenia, il centro delle arti classiche», spiega Lilit, indicando un grande edificio che ospita la biblioteca della città, circondato da un prato dove troneggiano vari busti dedicati a poeti e musicisti della tradizione armena. Tra le altre cose Gyumri è la città che ha dato i natali a Georges Gurdjieff, il famoso mistico e maestro di danze armeno, che nella prima metà del Novecento formalizzò un metodo per l’acquisizione della consapevolezza che si ispira al sufismo e ad altre tradizioni religiose che vanta, tra gli attuali seguaci, il regista Peter Brook e il cantautore Franco Battiato (ma c’è chi sostiene che anche lo stile di Michael Jackson fosse influenzato dai suoi insegnamenti).
Non appena si esce dal centro di questa cittadina, la seconda del paese per popolazione, l’atmosfera si trasforma notevolmente, mutando in quella di un grande paese, fatto di case basse con accanto orti e pollai. La vita scorre piuttosto calma, cosa che non dispiace a Sonia e Lilit, anche se ci spiegano che praticamente non esiste una vera vita notturna o altre attrazioni del genere per i giovani, tutto è concentrato a Yerevan, nella capitale. Ci fermiamo a prendere un caffè nel locale del parco cittadino, realizzato in un’accozzaglia di stili che mescola fontane interne, ambienti piastrellati, banconi in legno stile spiaggia australiana e animali impagliati. Quando poi ci spostiamo nel ristorante della piazza centrale per pranzare, l’atmosfera cambia radicalmente: sale riservate con i soffitti a specchio, pareti addobbate, tendaggi e ritratti ottocenteschi ci fanno sprofondare di colpo nel tardo impero zarista. Quando ci dirigiamo verso la stazione per riperdere il viaggio, ci restano negli occhi i tanti contrasti di questa città che conserva la memoria culturale di un popolo in diaspora e che è stata ai confini di almeno due imperi, quello russo e quello sovietico.

Il viaggio da Gyumri a Yerevan è abbastanza breve, e si può compiere sia in taxi che sui vecchi autobus di fabbricazione sovietica che collegano le due città. La capitale dell’Armenia è una città a pianta circolare, espressione dell’architettura e dell’urbanistica dell’ex Urss. Dalla centrale piazza della Repubblica (un tempo piazza Lenin), dove si trova il cuore amministrativo della nazione, si diramano una serie di bisettrici che si ricongiungono a una grande circonvallazione che delimita la città. Alcune di queste, in pieno restauro, sono costeggiate da imponenti edifici rivestite della pietra color sabbia che dà a Yerevan il suo colore caratteristico. Vuoti e ampi come sono, sembrano la scenografia abbandonata di un film.
Nonostante la crescita economica dell’Armenia – definita, qualche anno fa, la “tigre del Caucaso” – stia oggi rallentando, Yerevan è una città vivace e stimolante. Qui risiede circa un terzo della popolazione di oltre tre milioni di persone che popolano il paese – si stima invece che un numero di armeni quasi tre volte superiore viva oggi in giro per il mondo, tra Francia, Stati Uniti, Germania e altri paesi ancora: i cosiddetti armeni della diaspora. Questo è inoltre i cuore culturale della nazione, sia per quanto riguarda il passato – a Yerevan ha sede il Matenadaran, l’imponente biblioteca dove sono conservati i manoscritti più antichi redatti in lingua armena – sia per quanto riguarda il presente.

Yerevan – piazza centrale

Boğos è un “armeno di Istanbul”, come vengono definiti gli armeni nati in quella città, che costituisco un’ampia comunità. È tornato nel suo paese d’origine perché ha scelto di vivere qui la sua vita. Dopo la sua partecipazione ad un reality televisivo Boğos, che è un cantante di impostazione lirica, è diventato molto popolare. «Prima, invece, avevo avuto una notorietà ‘sotterranea’ perché lavoravo come cuoco in un ristorante, e ad un certo punto della sera, puntualmente, uscivo dalla cucina per cantare un pezzo di repertorio classico. Era una cosa molto apprezzata», scherza lui.
Boğos oltre alla sua lingua parla correntemente anche il turco e l’inglese, e si offre per farci da guida nella città. Ci raccomanda alcuni posti dove andare, e soprattutto la scena jazz che qui a Yerevan sembra piuttosto attiva. «Il nostro è un popolo che ama esprimersi attraverso la musica – spiega – a qualunque livello. Da questo punto di vista pensiamo di essere abbastanza simili a voi italiani». In effetti può capitare di entrare in un locale e vedere gli avventori che, di punto in bianco, imbracciano gli strumenti e iniziano a suonare.
La visita della città parte, immancabilmente, dal museo del genocidio che si trova sopra una collina che sovrasta la città. L’edificio è stato costruito negli anni sessanta per ricordare il “grande male”, come gli armeni chiamano i fatti del 1915, quando la campagna di deportazione del loro popolo messa in atto dal governo dei giovani turchi si trasformò in un vero e proprio sterminio. La ricostruzione storica di quell’episodio storico è alla base della controversia tra Turchia e Armenia. Ankara ha sempre rigettato la definizione di “genocidio”, anche se oggi si registra qualche apertura. Di recente, ad esempio, un folto numero di intellettuali turchi ha preso posizione affinché il loro paese si assuma le proprie responsabilità storiche.
Il diverso clima che si respira in Turchia su questo problema è anche un effetto del dibattito che si è aperto dopo la morte di Hrant Dink. L’uccisione del giornalista, avvenuta nel gennaio 2007, è stato un grande shock per la società turca. Dink aveva fondato una rivista, Argos, redatta in turco e armeno, e aveva preso più volte posizione sul genocidio. «Ma a parte difendere la causa armena, Hrant è stato un grande giornalista che ha preso le parti di molte minoranze, come nel caso dei curdi», racconta Boğos. Il suo è un racconto molto sentito, perché nella comunità armena di Istanbul l’omicidio di Dink è una ferita tutt’ora aperta. «Ci siamo sentiti molto in colpa, quando è successo. Perché ci siamo resi conto di averlo lasciato solo a combattere la sua battaglia, che era anche la nostra». Dink aveva denunciato più volte il clima di odio che circondava il suo lavoro, ma non aveva voluto rinunciarvi. A causa di quello che scriveva era finito sotto processo in base all’articolo 301 del codice penale turco, che punisce l’offesa all’identità turca. Un articolo aspramente criticato dall’Unione Europea, anche in vista della richiesta di adesione di Ankara.

Yerevan – monumento del genocidio

Oggi, che la strada imboccata con la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Turchia e Armenia fa sperare in una rapida risoluzione delle controversie storiche, l’ostacolo maggiore a una normalizzazione dei rapporti si chiama Azerbaijan. Baku ha espresso forti critiche sull’accordo tra i due paesi, dato che Ankara è il suo principale alleato sulla questione del Nagorno-Karabakh, la regione separatista a maggioranza armena che, dalla guerra del 1993 si amministra come uno stato autonomo “de facto”.  Forse sarà proprio il mutato panorama politico nel Caucaso a spingere verso una risoluzione dei dissidi tra Baku e Yerevan, anche se per ora la strada appare tutta in salita.
Boğos tuttavia sembra ottimista. «Ho molta fiducia nelle generazioni più giovani, e negli effetti che può produrre una cultura aperta. Qui a Yerevan, ad esempio, vige uno spirito di apertura dovuto anche al fatto che tanti armeni hanno speso parte della loro vita in paesi molto lontani e diversi da questo. C’è una strana mistura. Per questo, anche quando si parla di turchi o di azeri, oggi nessuno pensa che si tratti di ‘nemici culturali’ da contrastare».
La realtà dei rapporti tra Turchia e Armenia è stata finora quella di una contrapposizione dove si è cercato di imporre la propria versione dei fatti. Ad esempio non molto tempo fa, nel 1999, il governo turco ha istituito a Iğdır, nella provincia di Kars, il Soykırım Müzesi, un museo dedicato al “genocidio” compiuto dagli armeni sui turchi, citato anche da Pamuk nel suo romanzo. I fatti in questione risalgono alla guerra del 1918 per il controllo della regione, passata più volte di mano, e costellata di eventi efferati.
Nonostante il clima migliorato, tuttavia, saranno molti i pregiudizi da superare e i compromessi da trovare. Boğos, quando ci parla della cucina armena, si riferisce alle pietanze turche chiamandole “cucina armena occidentale”. Si tratta tutt’altro che di una sottigliezza linguistica, ci spiega: per molti armeni la loro patria va ben al di là degli attuali confini dello stato. L’estremo lembo della Turchia nord-orientale, dove si trova Ani e dove sorge il monte Ararat, vero e proprio simbolo dell’identità armena, viene considerato una sorta di patria perduta (si tratta dei territori riconquistati nel 1923 dalla neonata Repubblica Turca dopo il disfacimento dell’Impero). Il monumento che troneggia accanto al museo lo testimonia: il complesso di 12 monoliti che circondano un braciere sempre acceso rimanda alle 12 provincie dell’Armenia, parte delle quali sono oggi territorio turco; la stele che lo affianca, composta da una stele piramidale più piccola incastonata dentro una più grande, rappresentano rispettivamente l’Armenia dell’Ovest e l’Armenia dell’Est (che corrispose allo stato attuale).
Dalla collina, e in altri punti di Yerevan, si può scorgere nitidamente l’Ararat quando non c’è foschia. Con la sua cima perennemente innevata, il mitico monte dove Noé, secondo la tradizione biblica, approdò con la sua arca dopo i quaranta giorni di diluvio, è forse davvero il simbolo di questa strana terra, che guarda malinconicamente, come fossero miraggi, i luoghi sacri della sua storia e della sua cultura al di qua di una frontiera invalicabile. Ma qualcosa, dopo gli accordi di Zurigo, sta finalmente per cambiare.

[da Lo Straniero n°117 – febbraio 2010]

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