La fatalità clandestina di Capossela

Capossela ci riprova, ma stavolta è in compagnia. La matrice letteraria, il piglio da scrittore che trasuda dalle canzoni di uno dei maggiori cantautori italiani si prende il suo spazio per diventare libro. Anche qui, come in «Non si muore tutte le mattine», è la cosmogonia di Vinicio a fare sfondo e materia verbale, ma stavolta dall’altra parte della pagina c’è Vincenzo Costantino Cinaski («Ciàina», per chi ricorda le scorribande furiose del primo Capossela lungo la notte che se n’è andata…), e le cose prendono un respiro diverso. Perché è attraverso le parole di uno dei personaggi di racconti e canzoni che salta fuori dalla dimensione della storia e racconta il capossela-mondo (da cui viene, per quel che lo conosciamo) e ce parlarce autonomamente, dal suo punto di vista. Non è la prima volta che avviene nella storia della letteratura: luoghi, non solo fisici, che diventano immaginari proprio per la loro grande (iper)realtà e diversi autori che né alimentano l’esistenza parallela, quella sulla carta, fatta di memorie, racconti, ricordi, iperboli. Quel che c’è di particolare in questo «In Clandestinità» – già, proprio lo stesso titolo di una straordinaria e recente canzone di Capossela – è che due penne diverse ma da sempre in dialogo decidono di incrociarsi per raccontare ed evocare pescando dallo stesso calderone. Sono mr. Pall e mr. Mall – guardacaso, pseudonimi già cantati – che «incrociano i guantoni», come vuole l’evocazione sportivo-letteraria del volume, e si rispondono colpo su colpo, lettera su lettera, racconto su racconto, poesia su poesia, in una girandola frammentaria di generi ma straordinariamente coesa, persino complementare, nel raccontare di notti dissipate, ubriacature epiche e tutto quel carosello corrotto ma in fondo autentico che è alla base di una quotidianità sgangherata, con il suo carico di epica sgonfia e fallimentare, dove la disperazione può essere scanzonata ma non per questo abdica al vortice di emozioni che sa scatenare. È il «Barrio» cantato in tante canzoni che prende forma, prende «forme». E questo prendere forme è qualcosa che si fa con qualcuno, che necessariamente si condivide: «Sei a spasso con lui, e già ti senti nella pagina che scriverai. – spiega mr. Mall, alias Vinicio – La maggior parte di quelle pagine non sono mai state scritte, ma hanno dato un tono epico alla vita mentre accadeva». Ecco, allora, quella poesia in presa diretta, quella fatalità alticcia che è una «questione di stile» e che fa sì che il tono che si dà alla vita continui, oltre la vita stessa, a vivere sulla pagina. Perché è l’unica dimensione in cui le cose cambiano davvero di stato: «la merda può essere vissuta con poesia e solo la poesia può rappresentarla – chiosa Mr. Pall, alias Vincenzo – altrimenti non avrebbe voce». Quando ciò accade si può intravedere la luce dal fango, e invocare dalle oscurità dei bassifondi, che sono prima di tutto dentro ciascuno di noi, «che le città diventino cento, che le serate ringhiose si moltiplichino, che la follia sia la nostra luce».

[da Carta n°45/2009]

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