La voce profetica di Marina Cvetaeva

«Non è stata lei a suicidarsi, è stata l’epoca ad ucciderla. Ha ucciso lei, ha ucciso me, ha ucciso noi. Noi non eravamo pazzi, eravamo soltanto poeti». Inizia così, con questa accorata difesa pronunciata da Anna Achmatova, il monologo ideato e diretto da Esnedy Milán Herrera «La poesia in trappola», sulla vicenda umana e artistica di Marina Cvetaeva (di recente in scena al Teatro Manahattan di Roma). La poetessa russa della prima metà del Novecento, è ancora oggi una delle figure più emblematiche del panorama artistico di quel secolo. La sua vicenda di artista emarginata dal regime e dalla comunità artistica russa, non è soltanto il ritratto di un altro “suicidato dalla società” a cui allude la Achmatova rievocando l’eco del terrore staliniano; è anche uno sguardo fuori dagli schemi, intenso proprio perché capace di guardare oltre i clichè della sua epoca e in grado di consegnarci intatta, con lo scorrere del tempo, questa sua intensità.
Il pregio maggiore de «La poesia in trappola» è quello di lasciar parlare direttamente la Cvetaeva: Herrera crea un monologo tramite un assemblaggio tutt’altro che scontato di versi e frammenti dei diari della poetessa russa, dando vita a un dirompente “stream of consciousness” che intreccia biografia e opera poetica, restituendo la crudezza della prima accanto al vigore della seconda – grazie soprattutto all’interpretazione intensa di Véronique Vergari, che affronta un testo tutt’altro che semplice da restituire con grazia e caparbietà.
La voce che si materializza da questo intreccio è al contempo una testimonianza e uno sguardo sul presente, sul rapporto tra arte (ma sarebbe più giusto dire “est-etica”) e potere, che non perde la sua attualità. Anzi, sullo sfondo della nostra società spettacolarizzata le sue parole acquistano una luce nuova e persino sinistra. «Oggi i politici fanno i redattori. E il potere si occupa di noi poeti, dell’arte e delle puttane. Tutto questo farebbe ridere se non fosse così triste», dice la Cvetaeva a metà dello spettacolo. Immersi in questo presente asfittico dove i capi dei maggiori partiti politici si affrontano come fossero due grandi direttori artistici di un unico, decadente teatro, queste parole – che toccano l’intero arco della miseria della politica attuale, dagli scandali sessuali di Berlusconi e Marrazzo all’odio antropologico per gli “artisti parassiti” del ministro Brunetta – danno da riflettere.

[da Carta n°42/2009]

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