Lucia Calamaro. Oltre l’ombra della vergogna

«La mia vergogna c’era prima di me, io ci sono solo caduta dentro». Su questa sentenza folgorante, apice di un’impressionante tassonomia dell’insicurezza umana, si apre «Magick», scritto e diretto da Lucia Calamaro, un’autobiografia della vergogna che pescando nel profondamente intimo riesce ad essere profondamente universale. Perché la vergogna d’esser guardati per essere giudicati – nell’aspetto fisico come nello spirito, che sul corpo lascia i suoi segni – è qualcosa che monta grazie a uno sforzo collettivo, evocata dalle ansie combinate della famiglia italica, ovattato ricettacolo di ogni angoscia irrisolta del proprio “io” che prende giorno dopo giorno le fattezze dell’“altro” (madre, padre, figlia). In quest’interno familiare fatto di tempi che si accavallano, di lunghe riflessioni solitarie e monologanti che raramente si intrecciano in un dialogo, di corpi illuminati dall’alto oscurando i volti, che sembrano voler restare nel pudore dell’ombra, dell’indistinto, prende forma una vicenda “vera” che (paradossalmente, ma non troppo) restituisce la sua realtà più intima nei tratti onirici della scena – resa livida e affascinante dalle luci di Gianni Staropoli – e nei toni dei tre strampalati “pierrot” (Benedetta Cesqui, Monika Mariotti e la stessa Calamaro) che interpretano lo spettacolo indossando e svestendosi dei personaggi come dei sentimenti che li agitano, sempre sospesi tra una tagliente ironia, una comicità lunare e una malinconia grottesca.
La scrittura di Lucia Calamaro è innervata di una poesia che scaturisce tanto dalle immagini verbali quanto dalle loro sincopi, dalle parole non pronunciante, dalla ripetizione e dall’incespicare che le frasi assumono subito dopo essersi lanciante lungo profondità di senso e di invenzione, quasi ad affogare nella quotidianità che ogni giorno ce le rende spuntate direttamente nella bocca, prima ancora che vengano pronunciare. A poco serve cercare nei libri quell’elevazione che a conti fatti muore prima di diventare fonema: essi si trasformano nell’emblema dell’incomunicabilità, il mondo parallelo in cui seppellire il naso e lo sguardo, ma anche la maschera che nasconde il volto dell’altro. Nell’attimo che rompe lo schema di queste stanze dell’anima a tenuta stagna – tracciate con quattro tagli di luce come a sottolinearne l’inconsistenza materiale e al contempo la loro lampante, ineludibile presenza – sono proprio queste maschere, i libri, ad essere letteralmente messi al muro, scaraventati via dalla forza centrifuga della tempesta che si scatena nella scena più “liberatoria” dello spettacolo, in grado finalmente di produrre una crepa in quel muro trasparente ma infrangibile, cementato con la vergogna, che è l’ossatura del conoscersi-nonconoscersi su cui si edificano i rapporti familiari. Quei rapporti che neppure il dolore della perdita sa incrinare, ma che anzi viene preso a pretesto per ricacciarsi nelle proprie inossidabili nicchie di incomunicabilità.
Ma di parole di filosofi, poeti, studiosi è pur sempre fatta la fuga. La biblioteca Richelieu di Parigi, dove la protagonista (o meglio, il personaggio “punto di vista”) si rinchiude assieme a una cerchia di speciallizzandi “eletti” e rigorosamente selezionati, nasconde tra i legni levigati dei suoi banchi e la luce verdognola delle sue eleganti lampade “chester” un piano di realtà ulteriore, dove quel nucleo di persone stipate lì a “pensare insieme” (un atto più intimo del contatto dei corpi, secondo l’autrice) cercano, in quella muta fratellanza intellettuale tutta da verificare, di dare un’orbita al loro vagare impazzito di individui atomizzati.
A plasmare l’universo evocato da Lucia Calamaro, in grado di autocitarsi senza sbavare – uno dei personaggi del precedente spettacolo fa, a un certo punto, capolino – concorre non solo la sua scrittura, ma anche la straordinaria recitazione delle sue attrici: il piglio animalesco e strabordante di Monika Mariotti e quello atipico, sommesso e borbottante, di Benedetta Cesqui.
Lo spettacolo è in scena fino a domenica al teatro Litta di Milano.

[da Carta n°41/2009]

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