Sulla scrittura di Lucia Calamaro

Lucia Calamaro è un’artista “fuori formato” anche per la galassia, già di per sé vasta e multiforme, del panorama di ricerca romano e italiano. La sua formazione ha radici all’estero, e questo aspetto ha certamente avuto un ruolo nel percorso di Malebolge, la compagnia da lei fondata: l’estrema libertà e la caparbietà con cui ha costruito una cifra precisa del suo fare teatro né è la testimonianza più visibile.
Uno dei tasselli principali del lavoro di Malebolge è la scrittura di Lucia Calamaro, autrice e regista. Una scrittura, si potrebbe dire, che prosegue “a cerchi concentrici”. Le parole dei suoi personaggi, come i personaggi stessi, sembrano essere lì un po’ per caso, senza un vero perché. Si guadagnano spazio quasi chiedendo scusa, oppure prorompendo in una determinata quanto del tutto arbitraria richiesta di attenzione – atteggiamento classico degli “esclusi” che vogliono farsi ascoltare. E poi esplodono. Personaggi e parole. Lanciato il sasso – immagine verbale e immaginario poetico – si espandono, crescono, prorompono “a ondate”, e poi, quando finalmente sembra che debbano giungere a un culmine, un apice di senso, semplicemente si sgonfiano, si ritirano, si acquietano, quasi ancora una volta chiedendo scusa. Svaniscono pian piano nel buio, nell’indistinto da cui erano sbucati.
Una delle peculiarità della scrittura di Lucia Calamaro è che non è pensabile senza la dimensione teatrale. Non una dimensione metafisica, ma materiale e concreta, fatta di quinte, fondali e tagli di luce. Allo stesso modo i suoi personaggi hanno biografie, storie e contesti probabilmente reali, ma non rimandano meccanicamente alla realtà che raccontano. Non la rappresentano. Essi “sono” proprio in quanto personaggi. Esclusivamente lì, sulla scena. Ma proprio grazie a questa dimensione riescono potentemente a parlarci della realtà.
Oltre alla drammaturgia, l’altro “scandalo” che il teatro di Lucia Calamaro propone al mondo della ricerca teatrale è uno degli ambiti ricorrenti della sua scrittura, che spesso parte dall’autobiografia. La vicenda della perdita di una persona cara in «Tumore – uno spettacolo desolato», lavoro che ha proiettato la compagnia nella scena nazionale; le scatole cinesi della memoria familiare di «Magik – autobiografia della vergogna»; e persino i quadri grotteschi del meno conosciuto «Cattivi maestri»; tutto proviene, sgorga, trabocca dalla necessità del “dire” attraverso il teatro e attraverso il “sé”. Eppure, sovvertendo le regolette (o i tabù) della creazione contemporanea, che relegano il biografico – quando non ha una immediata spendibilità “politica” – nello stanzino dove si ammucchiano gli abiti delle passate stagioni, quelli fuori moda, di cui ci si vergogna un po’, Lucia Calamaro offre un’autentica universalità a partire dal profondamente personale. E ciò avviene con successo proprio perché “profondamente personale” è anche la sua cifra d’artista.
Per questo mi piace definire quello di Malebolge come un lavoro “fuori formato”. Perché all’interno di un orizzonte della ricerca che per anni ha scelto di concentrarsi su tutto ciò che è extra-teatrale (la tecnologia, la non convenzionalità della visione, la stimolazione di sensi altri rispetto alla vista e l’udito), questa compagnia sceglie di utilizzare linguaggi e mezzi decisamente teatrali: luce, attori, drammaturgia. Ma lo fa in un modo difficilmente riconducibile a una qualche tradizione, e allo stesso tempo difficilmente pensabile senza un contesto, alle spalle, di libertà di sperimentazione. È un tipo di ricerca che si ricongiunge con l’umano, che lo trascina in scena in modo naturale, al di là di ogni schema e linguaggio, e nella forma contraddittoria che né è la cifra più autentica, col suo carico di grottesco, di tragica ironia e di commovente quanto brutale semplicità.

[da Lettera22.it – «Il sipario strappato»]

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