In difesa della parola

corsetti-py-epistolaÈ un testo dichiaratamente anti-moderno, e persino anti-teatrale se si prendono per parametro le ansie comunicative della ricerca odierna, questa «Epistola ai giovani attori» di Olivier Py, autore francese portato di recente in scena da Giorgio Barberio Corsetti al Teatro Colosseo di Roma e al Festival Prospettiva di Torino. Un lungo monologo (o quasi) che arringa in difesa della parola in questi tempi dove la comunicazione diffusa l’ha resa un vuoto simulacro, da diluire in dosi omeopatiche nel grande flusso dei media audio, video, e nella grande fiera – culturale – della performatività. Una posizione estrema, espressa direttamente e senza gli artifici di un racconto che la sostenga, da un attore abbigliato come un’attrice tragica dell’antica Grecia, maschera che guarda a un passato traboccante di significato ma conscia del suo essere oggi, così nuda su un palco, sostanzialmente ridicola, quando non patetica. La sua accorata difesa della parola è interrotta da una serie di guastafeste o di maestri di cerimonie della cultura, ministri e direttori, che quando non cercano di ridicolizzare il suo discorso, provano a stringerlo nell’angolo dell’inattualità. Ma Py è pronto ad essere inattuale e persino anti-democratico (“allora voglio parlare solo con chi è d’accordo con me”), pur di recuperare ciò che per lui c’è dietro la parola: il rapporto col sacro. Quel senso del sacro espulso senza appello dal nostro presente, la cui assenza fa di noi dei “maiali moderni” che godono e si nutrono dei propri escrementi (conseguenza morale della teoria di Kundera sul fatto che essere postmoderni significa “essere alleato dei propri becchini”). Py, autore di matrice cattolica, vede la parola e il sacro come vertici di un triangolo che si chiude con una visione trascendente. Ma se questa sua necessità di riportare la parola nell’alveo di una tradizione che ha contribuito a renderla retorica è l’aspetto più debole del ragionamento, tuttavia l’Epistola mette a nudo con grande vigore quei meccanismi ideologici della realtà mediatizzata che fanno sì che oggi sia l’immagine a rischiare di essere più retorica della parola stessa. E, soprattutto, traccia dolorosamente quell’assenza del sacro che individua nello svilimento della parola, ma che a ben vedere è cruccio dell’arte tutta – almeno di quella che ambisca a “dire” il mondo – in quest’epoca di grandi mistificazioni. “La parola è la vittoria dell’umano sul mutismo del dolore”, dice l’attore/attrice sul finale; un mutismo che oggi, per superare il dolore, sceglie di dire senza dire, senza aver più nulla da dire – impasse da cui anche l’arte, forse l’unico possibile rapporto non religioso col sacro, fatica a uscire.
Efficace la scelta di Corsetti – artista le cui radici affondano proprio nella ricerca visiva oltre la parola – di lavorare in leggerezza sulla densità di questo testo, affidando tutto alle capacità attorali di uno straordinario Filippo Dini, in grado di far arrivare un testo assai difficile da rendere in scena, coadiuvato dalle incursioni cartellonistiche dei vari guastafeste impersonati da Mauro Pescio.

[da Carta n°39/2009]

cover 09-39

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