Viva l’anarchia! Werner Waas incontra Fassbinder

anarchia – waasPresente a tutte le edizioni di Short Theatre, Induma Teatro ha ottenuto quest’anno il suo miglior successo di pubblico con «Viva l’Anarchia!». Non è un caso. A questa versione riveduta e corretta di «Anarchia in Baviera» di Rainer Werner Fassbinder, il regista Werner Waas ha impresso un ritmo coinvolgente, dove l’elemento musicale è predominante, sia nella scelta di eseguire in scena la colonna sonora (ad opera di Tobia Lamare), sia nella coralità dello spettacolo (sei attorni in scena, tra cui spicca una trascinante Lea Barletti), che procede per brevi scene dove i vizi morali e ideologici di borghesi e rivoluzionari si avvitano in una spirale grottesca, che per musicalità e fare allucinatorio ricordano certe scene dei film di Junet e Caro.
Fassbinder immaginò una Baviera scossa da un’improbabile quanto provvisoria rivoluzione anarchica, dove famiglie dell’alta società si preoccupano della fine che faranno i loro beni mentre instaurano un dialogo tra sordi con funzionari rivoluzionari dalla voce angelica, che li rimbrottano per la loro abitudine a mettersi tutti ordinati e in fila. Ma se grande è lo sconcerto nelle fila dei borghesi – mansueti in pubblico, mentre vomitano strali contro gli anarchici in privato – non regna certo la lucidità tra i rivoluzionari, costretti a redarguire i più massimalisti tra di loro, pronti ad azioni da terrore giacobino poco spendibili davanti a un’intimorita comunità internazionale. Tutti invocano la libertà ma nessuno sa davvero dove sia di casa – e proprio qui sta il segno drammaticamente attuale (mutatis mutandis) della piéce.
Riascoltare oggi le parole di Fassbinder, tuttavia, produce anche un altro cortocircuito: riscoprire il lato gioioso ed euforico che c’è dietro il pensiero, pur fallimentare, di chi ha osato credere che fosse possibile cambiare il mondo. Rispetto al grigiore del dibattito politico odierno, e a una sfera della socialità gestita a colpi di “pacchetti sicurezza”, sembrano trascorsi secoli anziché decenni.

[da Carta n°33/2009]

cover 09-33

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