La magia dell’Orchestra di Piazza Vittorio. Intervista a Mario Tronco

OPV_flauto magicoReduce dal successo ottenuto in Europa, l’Orchestra di Piazza Vittorio torna finalmente a Roma con la sua particolarissima versione de «Il Flauto Magico» di Mozart, riveduto e corretto secondo lo spirito (e il sound) interetnico che ha fatto dell’orchestra diretta da Mario Tronco uno degli esperimenti musicali più riusciti e amati degli ultimi anni. Lo spettacolo, al suo debutto italiano, ha aperto il 23 settembre l’edizione XIV del Romaeuropa Festival che, rinnovando il sodalizio con l’orchestra che proprio in quella cornice esordì sette anni fa, ne è anche il produttore. Sarà in scena al Teatro Olimpico fino a sabato 26, per poi toccare Napoli a fine ottobre e Parigi a gennaio.
Questa incursione nella tradizione classica e operistica segna un momento particolare per l’Orchestra, che si smarca dalle esperienze precedenti per esplorare percorsi nuovi. Una scommessa che sarà immortalata in un disco prodotto da Bob Ezrin, produttore di artisti come Lou Reed e i Pink Floyd. Una collaborazione preziosa cominciata con un album in studio che vedrà la luce il prossimo autunno.
Ma l’idea di affrontare un autore come Mozart da dove arriva? «Tutto è partito dalla proposta di Daniele Abbado di partecipare al suo “Flauto Magico” di strada a Reggio Emilia – racconta Mario Tronco – Altrimenti non mi sarebbe mai venuto in mente. Anzi, quando me lo propose mi sembrò una follia. Poi, concentrandomi sulle arie, mi subito balzato agli occhi quanto fossero ispirate alla musica popolare. Così ci siamo buttati. Tra l’altro quello era un momento in cui mi stavo facendo un po’ di scrupoli: in sei anni l’orchestra aveva suonato tantissimo, ottenendo rilevanza nazionale e internazionale, ma notavo che avevamo imparato delle ‘regolette’ che stavamo applicando in modo un po’ troppo automatico. Avevo l’esigenza di fare qualcosa che negasse quello che avevamo fatto finora, che portasse l’Orchestra da un’altra parte, per poi ritornare sulla strada maestra».

Come avete lavorato?

La prima cosa è stata attribuire i vari personaggi del Flauto Magico ai musicisti dell’orchestra, immaginando i personaggi con gli attributi dei musicisti che li avrebbero interpretati. Funzionava. Tamino l’ho immaginato come Ernesto, cioè come un ragazzetto di 22 anni in piena fase ormonale, mosso più che dal desiderio dell’amore lo vedo mosso dal desiderio dell’avventura; lui era perfetto, ma non è un cantante, così mi sono dovuto inventare il fatto che Tamino quando si innamora perde la parola e fischia – perché Ernesto è un fischiatore incredibile. La Regina della Notte la interpreta Petra Magoni; con lei era tempo che ci dicevamo di fare qualcosa insieme, e quando ha saputo di questa cosa mi ha anticipato chiedendomi “È questa la cosa che facciamo insieme?”. Pamina è un personaggio che mi sembra lì per caso, è schiava degli eventi e ha quasi un senso di estraneità rispetto agli altri; così ho pensato a Sylvie Lewis, perché musicalmente lei è la più distante dal suono dell’Orchestra. E via via ho fatto questo tipo di associazioni per tutti i personaggi.
Leandro Piccioni ha scritto con me il riadattamento musicale. Con lui abbiamo approfittato degli errori naturali che facevano i musicisti quando gli insegnavamo le arie di Mozart. Perché l’idea era di sviluppare il Flauto Magico come se fosse un’opera tramandata oralmente nei vari paesi dei musicisti: quando un’opera passa di bocca in bocca, di paese in paese, le arie che la compongono si trasformano e con loro si trasforma il ricordo musicale dell’opera. Diventa un’altra cosa. Per questo gli errori dei musicisti erano per noi un patrimonio, e qualche volta li abbiamo provocati per vedere cosa accadeva. Può sembrare una mossa ardita, in realtà nella storia della lirica molto spesso le parti venivano cambiate per adattarle a un cantante specifico, si riscrivevano le parti, si cambiavano le tonalità.

Avete recuperato l’atmosfera popolare dell’opera di Mozart alla vostra maniera.

La matrice popolare del Flauto è enorme, perché è popolare nella scrittura. L’aria di Papageno è una canzoncina, la puoi canticchiare. Quello che mi ha sorpreso di più, ad esempio, è che queste arie di Mozart sono andate a finire negli I-pod dei musicisti, accanto a Youssou N’Dour. I musicisti hanno vissuto questa esperienza con grande libertà, senza i sensi di colpa che può avare un occidentale davanti a un mostro sacro della musica classica. È una facilità che ha giovato.
E poi abbiamo puntato a un allestimento molto semplice: la forma è il concerto, e anche se i musicisti indossano costumi, quasi non c’è scenografia. C’è solo la proiezione gli acquerelli di Lino Fiorito, un lavoro molto astratto che lascia al pubblico la possibilità di immaginare. Abbiamo puntato sull’aspetto favolistico dell’opera, tralasciando quello massonico.

Vi siete dovuti confrontare con un ambito teatrale. Come l’hanno presa i musicisti?

Con grande divertimento, risate, imbarazzo ed entusiasmo. E con una grande serietà nell’approccio. Certo, c’era chi era più predisposto e chi meno, ma questo non mi preoccupava: l’importante per me è stato non sopraffare né praticamente, con gli arrangiamenti, né con il cervello, il senso di anarchia profondo che c’è nei musicisti folk e in generale nei musicisti del tipo che compone l’Orchestra. Se il Flauto Magico perdesse quel momento di anarchia leverei all’orchestra una delle sue caratteristiche fondamentali. Questo approccio c’è stato anche nel trasformare i musicisti in attori: abbiamo assecondato un gioco interno, fatto anche di divertimento. Se passa quello passa tutto, il pubblico se ne accorge immediatamente.

Nel 2008 avete presentato a Roma il primo atto dell’opera. Era difficilissimo trovare i biglietti, si respirava l’entusiasmo che il pubblico ha quando si esibisce un artista “di casa tua”. L’Orchestra, con la sua interetnicità, è diventata un pezzo della storia di Roma?

Questa è l’Orchestra, è l’assunto per cui è nata. L’idea di raccontare un’altra Roma, una Roma fatta di romani che vengono da varie parti del mondo, ma che hanno scelto questa città come loro città, dove vivere, dove suonare, dove lavorare, dove fare i figli, dove cercare casa. Quando si parla di migranti si pensa sempre alle masse, invece le masse sono fatte di individui, di gente che alle volte ha una grande professionalità e sceglie un paese del mondo per trovare la sua strada. Un po’ come fanno i nostri ragazzi con l’Erasmus, solo che i migranti non hanno le garanzie e l’accoglienza di cui godono gli europei. Quando Berlusconi dice che l’Italia non sarà mai una nazione interetnica viene da domandarsi dov’è che vive, perché l’Italia lo è già. Ci sono già le terze generazioni.
Con Sandro Medici, presidente del X Municipio di Roma, abbiamo un progetto molto bello: fare scouting sui musicisti migranti di seconda e terza generazione. Sono curiosissimo di sapere che musica fanno. Se oggi dovessi ricreare un’orchestra con loro, probabilmente sul palco mi ritroverei con più laptop che strumenti. E di certo farebbero della musica incredibile, perché hanno delle radici nella cultura dei loro genitori ma anche nella nostra, e in quella internazionale.

Avete debuttato a Lione, Atene e Barcellona. Come è stata accolta la Roma interetnica?

Meravigliosamente. Abbiamo avuto la fortuna di debuttare in tre festival molto importanti e seguiti: in cinque repliche abbiamo fatto 13mila spettatori. A Barcellona avevamo un pubblico che ci conosce, era la quarta volta che tornavamo. Invece a Lione e Atene non ci conosceva nessuno, il pubblico ha avuto dieci minuti di disorientamento, ma poi quando entra nell’opera si emoziona. A Lione gli organizzatori hanno preparato il pubblico con un video che ci presentava. Ma la sorpresa maggiore è stata Atene, perché si trattava di un festival esclusivamente di musica classica, con un pubblico di abbonati e prezzi elevati del biglietto: ebbene, alla fine dello spettacolo c’è stata un’ovazione e molta gente è venuta sul palco a congratularsi dicendo “questa è davvero un’operazione mozartiana, si riconosce Mozart nel senso di libertà”.

[da Carta n°33 – apparso col titolo «Il flauto magico, il suono dei migranti»]

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