L’isola bagnata dal medioevo

Gennaio 2009: lo storico passaggio alla democrazia di Sark, piccola isola del canale della manica rimasta a regime feudale dal Seicento al 2008. Una passeggiata per le sue scogliere e i suoi pub, dove gli abitanti raccontano i retroscena per nulla scontati di questa svolta epocale, pochi giorni prima del passaggio ufficiale al “nuovo” sistema.

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sark 02È caduto definitivamente quello che è stato definito l’ultimo bastione del feudalesimo in Europa. Sark, la piccola isola del Canale della Manica, rimasta con una costituzione dei primi del Seicento fino a qualche giorno fa, ha votato il primo parlamento democraticamente eletto della sua storia lo scorso dicembre, che entra in funzione proprio in questi giorni. Ma cosa cambia realmente?
La piccola isola, che conta appena seicento abitanti, fa parte del bailato della vicina Guernsey, ovvero un possedimento della corona britannica che non fa parte del Regno Unito, e gode di una speciale autonomia in vari campi, tra cui quello fiscale. Nella fattispecie Sark ha un suo proprietario, o seigneur, che versa annualmente le dovute competenze alla corona inglese, rimaste incredibilmente invariate: una sterlina e 79 pence. Per il resto nulla è dovuto al fisco britannico, i residenti pagano soltanto una tassa locale. Un bel vantaggio per chi guadagna altrove e molto, che non è sfuggito ai due fratelli multimiliardari David e Frederick Barclay, proprietari tra le altre cose del Daily Telegraphe. I due magnati inglesi hanno acquistato negli anni Novanta Brecqhou, una piccola isola accanto a Sark, di cui fa parte amministrativamente, e vi hanno stabilito la loro residenza, acquisendo il diritto di sedere nello Chief Pleas, l’assemblea dei tenutari. Difatti quello che è oggi un parlamento eletto direttamente dai residenti, era composto fino al 2008 dai titolari dei quaranta possedimenti in cui è divisa Sark.
Lo storico passaggio alla democrazia è dovuto proprio allo scontro tra i due nuovi tenutari e il signore dell’isola, John Michael Beaumont. I fratelli Barclay hanno fatto diversi investimenti sull’isola, rilevando alcune attività commerciali e puntando sullo sviluppo del turismo, che già da tempo è una delle principali fonti di reddito dei sarkesi. Ma Sark è un mondo a parte non solo dal punto di vista amministrativo. L’ingresso alle automobili è proibito, si può circolare soltanto in calesse, a cavallo o in bicicletta; gli unici mezzi a motore consentiti sono quelli per l’agricoltura, trattori e similari, anche perché Sark non ha strade asfaltate né illuminazione stradale, e tanto meno possiede un porto attrezzato per il turismo di massa. Insomma, un paradiso ecologico. Come reagirebbe a una modernizzazione che punta a farne un parco per turisti? All’opposizione di Beaumont, i Barclay hanno risposto trascinando l’intero sistema dell’isola davanti al tribunale europeo per i diritti umani. Capo di imputazione: il sistema feudale, amministrato dai proprietari non democraticamente eletti, è lesivo dei diritti umani di quelli che, a tutti gli effetti, sono cittadini europei.
La corte europea dà ragione ai Barclay, e obbliga Sark a dotarsi di un parlamento entro la fine del 2008. Ma le elezioni del 10 dicembre riservano una bruciante sconfitta per i due magnati inglesi, convinti di avere la popolazione dalla loro: oltre l’80 per cento degli aventi diritto votano per i candidati che sostengono il signore di Sark e il vecchio way of life dell’isola. O, più probabilmente, si esprimono contro un processo di democratizzazione che ha il sapore di un benjaminiano progresso distruttore, più che della libertà.

Se si raggiunge Sark via mare dalla Francia, non esiste un collegamento diretto. Bisogna passare per l’isola di Guernsey, che si trova più a nord, ed è l’isola principale dell’omonimo bailato. Si tratta, assieme al bailato della vicina Jersey, del residuo dell’antico Ducato di Normandia, conquistato nel 1096 dall’Inghilterra e poi perso, con l’eccezione dell’arcipelago delle isole anglo-normanne. Non a caso Elisabetta II viene salutata qui come Duchessa di Normandia. Non facendo parte del Regno Unito, del quale però vengono recepite le leggi previa consultazione locale, i due bailati battono moneta: sempre di sterline si tratta, ma con su scritto “The States of Guensey” o “Jersey”. Ancora circolano banconote da un pound, che nel caso di Guernsey ritraggono il mezzobusto di Daniel de Lisle Broock, Bailiff di Guernsey a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, al posto dell’immagine della regina. E agli abitanti delle isole viene rilasciato un passaporto britannico, ma con la dicitura “British Islands”.
Guersey appare dal suo attracco principale, il Saint Peter Port, come una graziosa e ricca cittadina inglese. Qui, in un’abitazione poco distante dal porto, Victor Hugo soggiornò durante l’esilio e scrisse «I Miserabili». La città vecchia sale lungo un reticolo di strade e negozi dal “quay” verso un territorio prevalentemente pianeggiante, dove oltre alle strutture turistiche si estendono campi e allevamenti. Ma il settore principale dell’isola è quello bancario, che impegna circa un terzo dei lavoratori: d’altronde l’esenzione da diverse delle tasse inglesi fa di Guernsey, assieme alla più grande Jersey, una piattaforma offshore in piena Europa, a tre quarti d’ora di volo da Londra.
Il bailato di Guernsey conta oltre 65.000 abitanti, e dal capoluogo situato nell’omonima isola dipendono altre sei isole, praticamente tutto l’arcipelago con l’eccezione di Jersey e di Chausey, l’unica che ancora appartiene alla Francia.
Con il traghetto, prima di arrivare, si passa di fronte a Sark e Brecqhou. «Quel palazzo bianco a forma di castello è la residenza dei Barclay», mi dice il mio vicino di posto, un signore sulla sessantina originario di Guernsey, che sta tornando a casa con la moglie. Indica col dito un imponente palazzo di cinque piani, che i due magnati inglesi hanno fatto costruire sul grande scoglio disabitato una quindicina di anni fa. Dagli angoli spuntano delle torrette. Perché costruire un castello alla fine del ventesimo secolo? «Non lo so – mi risponde lui – ma di certo di due fratelli sono persone eccentriche. Hanno fatto costruire un eliporto, per raggiungere la residenza in volo, ma non salgono mai sull’elicottero contemporaneamente. Così, se dovesse capitare qualcosa a uno dei due, resterebbe sempre l’altro».
Maniaci della privacy e della sicurezza, i due fratelli hanno fatto firmare agli operai che hanno edificato la loro residenza, tutta gente di Sark e di Guernsey, un foglio con cui si impegnavano a non rivelare a terzi quello che avrebbero visto sull’isola. «Per questo e per altri motivi non sono molto popolari da queste parti. Quando si sono resi conto di aver perso le elezioni hanno ritirato gli investimenti che avevano sull’isola, facendo chiudere gli hotel e le attività commerciali di loro possesso». Una risposta assai poco democratica, che ha coinvolto molta gente; secondo il Guardian circa 140 persone potrebbero restare senza lavoro, che in un’isola che conta appena 600 residenti significa un quarto della popolazione. «Dal loro punto di vista è stata una sorta di punizione», spiega il mio vicino.

sark 03Quando si parla del sisma politico che ha investito la vicina Sark, a cui gli abitanti di Guernsey sembrano essere molto legati («It’s something different», spiegano con un sorriso), i pareri sono pressoché unanimi. Mallory, una donna dall’aria simpatica che incontriamo con il marito nel vecchio pub The Cornerstone, dice che secondo lei i Barclay hanno visto troppi film di James Bond. «C’è un sondaggio che dice che il 75 per cento degli inglesi non è d’accordo con il loro comportamento; – spiega il marito – se poi si guarda alle sole Isole del Canale, la percentuale schizza al novanta per certo».
Il fatto che il voto di dicembre abbia arginato le pretese dei due miliardari sembra esaltare Mallory, che spiega: «Quella di Sark è una lunga storia, una storia di pirati, che ha dovuto affrontare mille difficoltà». In effetti la regina Elisabetta I, nel 1565, concesse al nobile Helier de Carteret la signoria di Sark, riconoscendo il diritto perpetuo a lui e ai suoi discendenti di governare l’isola in cambio di appena un ventesimo degli oneri feudali dovuti da un cavaliere (la famosa sterlina e 79 pence), proprio con lo scopo di arginare le scorrerie dei pirati, oltre che una possibile invasione francese, creando un avamposto. «E poi sono isolani – prosegue Mallory – Per sopportare gli inverni freddi su una piccola isola devi essere molto forte. Il che significa anche alzarsi e dire ‘No’ quando ce n’è bisogno. Come hanno fatto con le elezioni».
Il braccio di ferro tra la piccola isola feudale e i due magnati che volevano importare la loro idea di democrazia ha avuto un’ampia eco sui quotidiani britannici, ma anche sui media di atri paesi europei come la Spagna, a causa della peculiarità della vicenda, ricca di particolari bizzarri che hanno acceso la fantasia. Oltre ad aver conservato intatto un sistema di vassallaggio, su Sark sono ancora in vigore leggi che suonano fantasiose, quando non anacronistiche; ad esempio il Seigneur è l’unico ad avere il diritto di possedere cagne sterili e piccioni sull’isola, e vanta il possesso di diritto di tutti i beni riemersi dopo l’alta marea (anche se sembra che Beaumont abbia rinunciato a questi suoi “privilegi”). Inoltre, la legge impone a ogni tenutario di tenere un moschetto in casa, nel caso la Francia invada l’Inghilterra. D’altronde quale altra motivazione avrebbe spinto Elisabetta I a concedere un diritto perpetuo su Sark se non il fatto di garantirsi un piccolo esercito a poche miglia dalla costa francese?

D’inverno si imbarcano sul piccolo traghetto per Sark praticamente solo i residenti. All’arrivo un uomo si offre per una sterlina di portare bagagli e passeggeri su un vagoncino, che traina con il trattore, per il tratto breve ma molto ripido che porta al paese. Una volta in cima, l’isola si estende su un terreno in gran parte pianeggiante, con l’eccezione dell’istmo che collega il corpo principale dell’isola con Little Sark, il corpo minore, a cui si accede passando per La Coupée, un suggestivo corridoio di roccia alto 90 metri e largo appena tre. Si racconta che prima dell’istallazione delle ringhiere di protezione, i bambini dovevano attraversare l’istmo gattonando, per non rischiare di essere spazzati via dal forte vento che passa per la gola di roccia.
Ad accoglierci in cima, davanti a un incrocio dove svetta una segnaletica in legno, che indica i vari punti di interesse con altrettanti cartelli a forma di freccia, c’è un piccolo bistrot e accanto la banca del paese. In realtà non si tratta di un paese vero e proprio, ma di poche case che si radunano attorno all’unica via principale, quella dove si trovano i negozi dell’isola, il supermercato, la libreria, l’alimentari, gli articoli per turisti (tutti chiusi durante la stagione invernale) e l’ufficio postale, che è anche cartolibreria e ferramenta. Gli orari di lavoro non seguono i ritmi rigidi dei paesi europei; sulle vetrine di diversi negozi campeggiano cartelli con numeri da chiamare se si trova chiuso, e al bistrot, alla domanda su qual è l’ora di chiusura, rispondono laconicamente «dipende dalla gente che viene».
Diverse persone, infatti, hanno più di un’occupazione, visto che molti lavori – dal trasporto dei passeggeri a quello della posta – richiedono poco tempo. Persino le cariche pubbliche sono part-time: il giornalista Ken Hawkes, che a Sark ha dedicato un libro, racconta che negli anni novanta il siniscalco (il potere giudiziario) era un ingegnere elettrico, il cancelliere era un fabbro, il tesoriere suo figlio nonché aiuto fabbro, e il prevosto – una figura che coadiuva il siniscalco – un pescatore. Quattro figure in tutto a cui si aggiungono due conestabili, o agenti, a cui è demandato il rispetto delle leggi. Insomma, oltre a essere un paradiso ecologico e fiscale, Sark ha debellato (o non ha mai conosciuto) un altro degli incubi della vita pubblica contemporanea: la burocrazia. In un posto dove tutti conoscono tutti, parlare con le autorità competenti significa fare quattro chiacchiere al pub.

sark 01Ma la vicinanza presenta anche alcuni svantaggi. «La storia delle elezioni ha portato molti dissapori», racconta Keith, un rubicondo signore dai folti baffi biondi. Keith gestisce uno dei negozi che affittano biciclette, ma fa anche lo spazzacamino. Non è di Sark, ha scelto di vivere qui perché gli piace lo stile di vita dell’isola. «Ci sono persone che non si parlano più perché una sosteneva i Barclay e l’altra no». C’è anche chi sosteneva i due fratelli? «Certo che sì. C’era chi era d’accordo con la loro idea di sviluppare il turismo. Qui diverse persone vivono di quello». In effetti gran parte della gente trasforma la propria casa in bed & breakfast durante l’estate, ma sono in pochi ad aver sostenuto il progetto dei due magnati, visto che quasi il 90 per cento ha votato contro. Sarà anche per questa presa di posizione così netta che i Barclays hanno reagito in modo stizzito? Keith, ad ogni modo, si dice convinto che presto le cose torneranno normali, perché secondo lui i due fratelli riapriranno a breve le attività che hanno chiuso per ripicca.
Anche Poggie, il gestore del Bel-air, uno dei due pub dell’isola, ne è sicuro. Ne ha parlato direttamente con Frederick Barclay, visto che lui in queste elezione è stato uno dei loro “supporters”, candidato non eletto per pochi voti. «È ora di cominciare a pensare diversamente, le elezioni ormai ci sono state, è un fatto», dice.
Girando per l’isola ci si imbatte in paesaggi bellissimi e viste mozzafiato, a strapiombo sul mare. Di quando in quando tra i campi e i pascoli, tutti rigorosamente divisi nelle varie tenute, spuntano delle case. A parte il bel palazzo della signoria e i piccoli e affascinati cimiteri accanto alle due chiese, non c’è molto da guardare all’infuori della natura. E verso l’ora del tramonto, che d’inverno comincia dopo le quattro, i negozi chiudono e la gente torna verso casa prima che faccia buio. Appena la luce scompare del tutto le tenebre inghiottono l’isola completamente. Così, in mezzo al mare, senza nessuna illuminazione stradale, la notte è totale; si scorge solo qualche finestra illuminata in lontananza. E un incredibile cielo stellato.

Ma non tutti restano a casa. Di sabato sera il Maremaid Tavern, l’altro pub dell’isola, resta aperto fino a mezzanotte. Per raggiungerlo serve una torcia elettrica, che è l’unico modo per spostarsi di notte. Dentro ci sono non più di una ventina di persone, intente a chiacchierare e bere birra. Tra questi ci sono Simon e Alan. Il primo è di Sark, e ci dà il benvenuto in una sorta di francese. Si tratta del sarkese, una lingua ormai quasi del tutto scomparsa – anche Simon la parla a stento e con un accento decisamente “british” – che deriva da un antico dialetto normanno con influenze dall’inglese. L’altro, Alan, è inglese. Lì nel pub almeno la metà degli avventori non è di Sark, si sono trasferiti lì perché hanno sposato un abitante dell’isola, o per vivere in modo differente. «In realtà nemmeno i sarkesi sono nati a Sark – mi spiega – Negli ultimi cinque anni è nato un solo bambino sull’isola, ed è stato per un caso. Le donne preferiscono andare a Guernsey per partorire, perché lì c’è un ospedale grande e attrezzato. In realtà, su Sark esiste un servizio di “pregnancy”, ma non c’è l’ospedale e le future mamme preferiscono evitare possibili complicazioni. L’unico problema è che, non essendo residenti, devono pagare la prestazione sanitaria, che è parecchio cara». In effetti quello della sanità è una nota dolente dell’isola: esiste un presidio medico, ma non esiste alcun sistema sanitario, visto anche il regime fiscale, così i sarkesi devono ricorrere ad assicurazioni private inglesi.
Alan racconta che le elezioni a Sark hanno riscaldato parecchio gli animi, ma che ormai è una pagina archiviata e bisogna andare avanti. Lui, personalmente, pensa che un po’ di ragione ci fosse in entrambi gli schieramenti. «Il problema dei Barclay è che volevano innovare troppo e troppo in fretta. Volevano persino realizzare una ferrovia per collegare il porto al villaggio. Fantascienza. Però è anche vero che il porto dovrà essere comunque ammodernato, perché così com’è non è abbastanza funzionale ai fabbisogni della gente. Questo è un sintomo di qualcosa che comunque accadrà. Se la gente non lavora non ha soldi, e qui i soldi arrivano dai turisti. È chiaro che stimolare il turismo è una buona cosa. Ma è anche vero il contrario: ora Sark è un’attrattiva perché è qualcosa di davvero differente. Se diventa come tutte le altre isole, per quanto bella, sarà anche meno appetibile. Il fatto che non c’è illuminazione, che arrivare qui è complicato, persino il sistema feudale, sono tutte cose particolari che spingono la gente a venire, la incuriosiscono. Se tutto questo finisse, cosa succederebbe?».
Alan finisce la sua birra. In effetti anche il Maremaid Tavern è molto diverso dai pub inglesi, ricorda più un vecchio bar degli anni sessanta. I ragazzi giocano a biliardo, che è l’unica attrattiva del posto. Su una colonna campeggia un foglio che ricorda agli avventori una legge del 1925 sulla circolazione notturna: chi va in giro di notte in bicicletta deve obbligatoriamente montare una luce, chi va in giro a cavallo deve rendersi “molto visibile”. Al di là delle leggi, al Maremaid Taver diverse persone – soprattutto i più anziani – sono venute indossando giacche con strisce catarifrangenti.

sark 04La mattina sono in molti a fare colazione al “Petit Puolet”, il piccolo bistrot che si trova all’inizio del villaggio. Kristina, che lo gestisce, è una giovane donna di Liverpool che vive a Sark da 14 anni. È venuta qui per amore, e ci è rimasta. Quando si parla dell’attenzione internazionale che ha suscitato il cambiamento politico dell’isola, dice: «Ora sono tutti interessati a quello che succede qui. C’è chi è venuto persino dall’Australia. In realtà di problemi ‘politici’ a Sark ce ne sono ogni mese. D’altronde è normale in una comunità così piccola. Ad esempio, a breve si riunirà lo Chief Pleas, l’assemblea legislativa. Si riunisce tre volte l’anno per deliberare le leggi, e stavolta si parlerà di tasse. Perché è vero che a Sark non si pagano le tasse inglesi, ma c’è comunque una tassa locale. Quando sono venuta qui era bassissima, ma col tempo è aumentata. Oggi è abbastanza consistente e nei prossimi giorni si discuterà se aumentarla ancora».
Lo Chief Pleas ora è composto da ventotto membri eletti, invece dei quaranta tenutari che lo componevano di diritto fino a dicembre scorso. La metà dei membri viene rieletta ogni due anni, così che l’avvicendamento è sfalzato, e si completa in quattro anni. Ma al di là di queste procedure, con la democrazia cambierà qualcosa? «Probabilmente no», risponde Kristina.
Ma c’è chi è convito che, in fondo, qualcosa è già cambiato. Lo afferma con sicurezza un signore sulla settantina dall’aria salutare e dalla stazza imponente. Indossa una giacca e un cappello da marinaio, ha gli occhi di un azzurro profondo e due folti baffi bianchi. Lo incontriamo casualmente la domenica mattina, mentre è intento a passeggiare con i suoi due nipoti adolescenti. A Sark di domenica è tutto chiuso. I traghetti non partono né arrivano, i pub restano chiusi, e a parte le due chiese solo il supermercato apre qualche ora di mattina, per i rifornimenti d’emergenza; per il resto non c’è molto da fare, se non passeggiare quando il tempo è bello.
Il vecchio sarkese ha un binocolo che porge ai nipoti per fargli osservare particolari del bel paesaggio che si ammira dalle scogliere su cui finiscono i campi. «Un cambiamento c’è stato – ripete – Adesso la gente di Sark ha diritto di voto. Ti sembra poco? E poi c’era la questione dei diritti umani». Ma davvero a Sark non si rispettavano i diritti umani fino al dicembre del 2008? Lui ride e risponde: «Beh, siamo una piccola comunità, ci si conosce tutti, le cose le risolviamo parlandone. Però tecnicamente questa violazione c’era, perché la legge di Sark non contemplava certi diritti come tali. Ovviamente ciò non vuol dire che ciò influisse sulla condizione materiale della gente».
Il mio interlocutore, ad ogni modo, si dice favorevole al cambiamento, convito che tutto sommato non sarà un terremoto nell’esistenza dell’isola. «Il sistema di prima è andato bene per oltre quattrocento anni, che non è poco – afferma – Ma le cose possono sempre evolversi. Questo sistema può andare bene per quest’epoca».

Per Sark si apre dunque una nuova era, ma ha tutta l’aria di essere in profonda continuità con la precedente. Per il momento almeno, le macchine continueranno ad essere bandite dall’isola, non sarà istallata l’illuminazione per le strade, e anche col suo parlamento democraticamente eletto resterà comunque something different. Anche l’anziano seigneur, John Michel Beaumont, resterà al suo posto, che ricopre peraltro dal 1974 – da quando lo ereditò dalla nonna, Dame Sybil, signora di Sark particolarmente amata dalla popolazione, che nel suo lungo regno dovette affrontare, tra le altre cose, il difficile periodo dell’occupazione nazista dell’isola.
Nel frattempo sembra che Brecqhou e Sark continuino a non guardarsi di buon occhio. L’isola dei due magnati inglesi arroccata nella sua privacy («Non è possibile visitarla – spiega Kristina – possono accedervi solo i membri del personale della residenza, tra cui un medico, che vive fisso sull’isola»), assieme alla vista dei negozi chiusi, ricordano agli isolani un passaggio della loro storia che ha segnato gli animi. Forse, come credono in molti, le tensioni rientreranno, i Barclay riapriranno le attività e tutto tornerà come prima. Ma ad ogni modo gli abitanti di Sark, fieri di vivere in un “mondo a parte”, sembrano contenti di come questa piccola isola sia riuscita ancora una volta a bloccare il Golia della modernizzazione.

[da Diario n°10 – agosto 2009]

2 pensieri riguardo “L’isola bagnata dal medioevo”

  1. Today, I went to the beach front with my children.
    I found a sea shell and gave it to my 4 year old daughter and said “You can hear the ocean if you put this to your ear.” She put the shell to her
    ear and screamed. There was a hermit crab inside and it pinched
    her ear. She never wants to go back! LoL I know this is completely off topic but I had to tell someone!

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