De Summa e l’Amleto da strada

amleto-a-pranzo-e-a-cenaCosa altro ha da dirci la vicenda di Amleto dopo 400 anni di storia e di rappresentazioni? Molto, evidentemente, se Oscar De Summa, ideatore e regista di «Amleto a pranzo e a cena» – di recente in scena al festival Inequilibrio di Castiglioncello – riesce a regalarci uno spettacolo memorabile, capace di coniugare ironia e poesia, parlandoci di vendetta e di dubbio, come vuole la vicenda del principe danese, ma anche del nostro rapporto con i classici, del loro legame con la verità e della sua capacità di emergere in teatro quando il teatro non nasconde il suo lato finzionale, ma anzi mette candidamente in piazza i suoi strumenti, recuperandoli come mirabili mezzi per produrre sì immaginazione, ma mai mistificazione. Spettacolo autenticamente popolare ed estremamente divertente, nato all’interno di un progetto di Teatro Errante dell’Ert che porta il teatro dove non c’è (e dove non si è abituati a vederlo), il lavoro di De Summa conta su degli attori di grande talento che, come lo stesso regista, interpretano a turno i personaggi del dramma: Armando Iovino, Angelo Romagnoli e un trascinante Roberto Rustioni. Ma è un dramma che si rovescia presto in commedia autentica, profondamente divertente senza scadere nella farsa – perché gli attori/personaggi, un po’ dentro e un po’ fuori la scena delimitata da una pedana di legno, giocano con maestria sui luoghi comuni della cultura, su un Amleto proposto in tutte le salse, «a pranzo e a cena», che sbuca dovunque, «peggio di Lady D». È naturale allora chiedersi come fare a dire per la milionesima volta “essere o non essere” cercando di farsi capire dai giovani, e approdare – in una delle scene più esilaranti dello spettacolo – all’hip-hop, sulla scia della derive giovanilistiche più trivialmente televisive. Ma ad emergere, alla fine della giostra, è una lettura intelligente ma allo stesso tempo (davvero) comunicativa della vicenda di Amleto, dove spiccano gli apici più intensamente umani del testo shakespeariano: la morte di Ophelia, o l’urlo del fantasma del padre, resa con grande maestria da quella risorsa immaginifica che è l’artigianalità. Sì, perché se la scena di «Amleto a pranzo e a cena» è povera di mezzi – talmente povera che i costumi sono stati riciclati da una produzione più ricca, precisamente l’«Anna Karenina» di Nekrosius, spettacolo di punta della precedente stagione – composta solo da teli, da panche dove gli attori siedono come atleti in attesa di essere chiamati in campo, e da basi musicali che sgorgano un po’ distorte dagli altoparlanti di una pianola da piano bar, lo spettacolo al contrario non è affatto povero di immagini: merito, oltre che della convincente prova degli attori, di una scena che si manifesta manipolando con sapienza quei pochi elementi, in una dinamica che ammanta lo spettacolo di un sapore antico, autenticamente elisabettiano, e di attualissima (potremmo dire contemporanea) magia del teatro. Uno spettacolo nato “per la strada” che di strada sicuramente ne farà, perché riconcilia tradizione e ricerca e fa tirare a chi guarda un sospiro di sollievo.

[da Carta n°27/2009]

cover 09-27

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