La memoria inquieta dei Muta Imago

Muta Imago profiloNella geografia di luoghi della Santarcangelo “sonora” ideata da Chiara Guidi – territorio da attraversare alla scoperta di spazi e momenti imprevisti – ci sono state anche abitazioni private, dove si è potuto ascoltare il concerto per strumenti immaginari dell’inglese Felix Thorn, tra i momenti migliori del festival assieme alle sculture di amido dei giapponesi Kato e Ito. Ma se queste due performance provengono dall’ambito dell’arte visiva, l’azione teatrale più convincente, per quanto breve, è stata quella di Muta Imago, anche questa immaginata in una casa, o meglio in una stanza. La scelta dei Muta Imago è stata di partire comunque da un’immagine, che letteralmente scaturisce dalla stanza, ma è attraverso il suono che tanto l’immagine quanto il luogo stesso si trasformano in un ambiente immersivo, che accoglie globalmente l’esperienza dello spettatore. Chi si introduce ne «La stanza di M.» ha davanti una figura femminile sospesa in un’epoca imprecisa, in un luogo corroso dal tempo, intriso di quel rapporto “fisico” con la memoria che è da un po’ percorso e ossessione dei lavori della compagnia romana. «Abbiamo lasciato il luogo così come lo abbiamo trovato, carico della sua propria realtà – racconta la regista Claudia Sorace – perché obiettivo del lavoro era partire da un luogo reale per poi portare lo spettatore in un altro luogo, un luogo della memoria».
Pian piano la stanza di M. si popola dei suoi fantasmi, che hanno principalmente il volto di una figura maschile. Una figura che evidentemente le è vicina, eppure carica di un’aura inquieta. In un crescendo a spirale, le immagini della mente (della memoria) di M. risucchiano lo spettatore  – altrimenti separato da M., chiusa nella sua stanza/teca – in un altro tempo, in un altro luogo. Ma la spinta centripeda è creata dal suono. «La stanza è solo una delle polarità dello spettacolo, l’interno. Ma poi c’è l’altra, l’esterno, che preme per entrare. L’interrogativo che ha guidato il lavoro è stato come far entrare lo spettatore nella mente di lei».
Al buio le onde sonore investono il corpo dello spettatore, lo spingono letteralmente, così come premono sui vetri divisori della stanza, che iniziano a vibrare fortemente, come in preda al tremore che satura gli occhi di M. ma non riesce a scuotere il suo corpo. Alla luce le immagini della mente si affastellano, diventano insistenti. Assieme a questa alternanza tra la luce e il buio, è il suono a scandire la discesa di M. nei meandri della sua memoria. «Ci siamo chiesti come il luogo reagisse al suono – spiega Claudia – per far suonare la casa. Con l’obiettivo tecnico di creare un suono diffuso, dove non fosse possibile distinguere la fonte. Ma anche con un obiettivo drammaturgico, funzionale allo spettacolo. Perché volevamo che lo spettacolo abitasse il luogo, e non che semplicemente lo riempisse».
Quando alla fine la memoria satura l’immagine, essa si fa sfumata, indistinguibile. Si intravede soltanto M. sbracciarsi in una fuga, inseguita dai suoi fantasmi, dopo aver finalmente infranto il muro della sua imperturbabilità. Ma l’impronta fisica che resta impressa in chi guarda è quella acustica, che fa risuonare il torace come quando il cuore batte all’impazzata.

[da Carta n°26/2009 e AltreVelocità.it]

cover 09-26

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