Aiace, una storia d’onore calabrese

InterfacciaLa compagnia Scena Verticale torna a parlare di sud con uno spettacolo scritto e diretto da Dario De Luca, ma questa volta attorno ai temi della malavita calabrese. «U Tingiutu» per la ’Ndrangheta è una persona tinta col carbone, segnata, perché destinata a morire. Come il protagonista di questa storia che riscrive il dramma classico di Aiace nella cornice di una vicenda di mafia, conservando i nomi dell’epopea omerica. La ribellione di Aiace alla decisione di Agamennone di preferirgli Ulisse, allora, diventa la cornice in cui si muovono facce del sud, con le loro voci e le loro gestualità intrappolate nella cultura mafiosa, che le sovrasta carica di quell’imprescindibilità che aveva il fato per gli achei. A testimoniare, come afferma De Luca, che la contiguità tra chi vive in un contesto mafioso e chi lo rifiuta può pesare come un macigno, come una predestinazione.
E non a caso tutta la scena di «U Tingiutu» – testo finalista al Premio Riccione di quest’anno – si svolge dietro una fila di veneziane abbassate, che in parte nasconde ciò che avviene. È una storia vista e non vista quella di Aiace che sceglie il suicidio per mantenere l’onore e vendicarsi di Ulisse; è qualcosa che tutti sanno ma nessuno è riuscito a guardare. Una scelta fortemente evocativa, in grado di proiettare l’azione in una dimensione filmica che è in fondo il leitmotif della piéce, montata secondo logiche cinematografiche, a salti temporali, che strizza l’occhio ai film di Tarantino. Ed è qui il rovescio della medaglia, nello stile dei mafiosi di provincia che ricorda i film di Al Pacino, dove però si innesta perfettamente il dialetto calabrese, il kitsch sguaiato che si commuove per le canzoni di Pupo e si offende per i doppi sensi del testo di Malgioglio, l’ironia pesante della provincia. Come a dire che anche loro, gli uomini d’onore che non si fanno comandare da nessuno, hanno in realtà un destino cucito addosso, una maschera di cui non possono fare a meno. In definitiva, una serie di scelte obbligate.
I linguaggi del cinema trapiantati in teatro rischiano di essere un’arma spuntata, dal retrogusto posticcio, un diversivo estetico. Ma la scelta di De Luca è di tutt’altro spessore; al centro di «U Tingiutu» c’è la tragedia, nell’accezione più classica, e i riferimenti al montaggio non fanno altro che esaltarne in chiave moderna l’ineluttabilità. Complice anche la recitazione di Rosario Mastrota, Ernesto Orrico, Fabio Pellicori e Marco Silani, che con De Luca dividono la scena.

[da Carta n°23/2009]

cover 09-23

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