Visioni di Salomè

sineglossa - pleuraUn sapiente gioco di atmosfere è al centro di «Pleura», spettacolo della compagnia Sineglossa, formazione originaria di Ancona e orbitante tra Bologna e Terni, diretta da Federico Bomba. Di recente in scena al festival I-mode Visions di Macerata, «Pleura» è un lavoro essenzialmente visivo, un’istallazione video-sonora creata a partire dal mito di Salomè, che si dilata fino a diventare una narrazione per immagini. Di «Pleura» colpisce il forte impatto estetico, che sembra il risultato di un lavoro affidato a tecnologie raffinate, e invece è sostanzialmente un gioco di ombre estremamente curato. E in effetti la cura della visione è uno dei tratti salienti del percorso di questa compagnia, tra le più interessanti nel panorama del teatro che deborda dai suoi linguaggi abituali.
La storia di Salomé, questa figura mitologica che appare nella bibbia solo per un instante e neanche citata per nome, ma che tanta fascinazione ha suscitato nella letteratura occidentale, è per eccellenza una metafora della condizione femminile. Dotata di un grande potere di seduzione, la principessa galilea è un essere lunare, pronto a fare qualunque cosa per ottenere ciò che vuole. E il fatto di avere un grande ascendente sul re apre a questa donna, in una società di uomini, una libertà impensabile. Eppure Salomé misura la sua libertà soltanto in quanto donna, soltanto in quanto incarna la seduzione e la bellezza, ovvero esattamente il ruolo che il mondo ha scelto per lei. Salomé fa della sua prigione la sua libertà, ma parallelamente questa sua libertà presenta tutte le caratteristiche di una prigione. E per questo quando il gioco non risponde più ai comandi, quando Giovanni la rifiuta, lei non può fare altro che impazzire per lui, e al contempo esigere la sua morte.
Con «Pleura», viaggio per ombre e suoni dalla portata fortemente immaginifica, i Sineglossa ci immergono in una sorta di fiaba noir, che amplifica questo aspetto ferino e lunare del personaggio, che appare con occhi da orco, vuoti e ipnotici, ed esalta particolari del suo corpo ripercorrendone la sensualità. Non si tratta di una narrazione lineare, ma di una dilatazione del potere evocativo di Salomé, del suo magnetismo pericoloso e affascinante.
Finché qualcosa si inceppa, e il meccanismo si rompe. Ma non si tratta della morte di Giovanni, che al massimo rappresenta un pretesto, una detonazione. Quello che cade di colpo il velo di maya di questa visione manichea e sovrumana della femme fatale. E con lui cadono i pannelli di lattice sui cui si proiettavano le ombre, che con un coupe de theatre si schiantano al suolo. Dietro, troviamo una donna dall’aspetto fragile, dall’espressione spaventata, “colta sul fatto” nella sua stanza dei giochi, dove si accatastano oggetti (scatole, gabbie, il gioco dell’impiccato col nome di Giovanni) con cui consumare al contempo una passione esplosiva e un esorcismo privato, che in una crudeltà dai tratti infantili – verrebbe da dire “innocente” guardando quegli occhi gonfi, sull’orlo di scoppiare in lacrime – trova l’unica via di fuga della propria nevrosi.
È un finale che ridisegna tutto lo spettacolo, innervandolo inaspettatamente di grande emotività e di pietas, e che illumina di colpo tutto il dolore che si addensa nella “cattività” in cui Salomé si è relegata – merito della straordinaria presenza scenica di Simona Sala (attrice/performer che attiva, assieme a Luca Poncetta, il gioco d’ombre dello spettacolo) che riesce a creare questo scarto nei pochi secondi in cui appare in scena, cioè al là degli schermi, prima della fine.

[da Carta n°20/2009]

cover 09-20

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