Vero o Fiction. Intervista a Ascanio Celestini

celestini 4Per quattro anni Bella Ciao, il festival di Ascanio Celestini, ha animato una parte di Roma spesso dimenticata dalle politiche culturali, quella tra la via Tuscolana e i Castelli Romani, sconfinando in una dimensione metropolitana che non fa nemmeno più parte, dal punto di vista amministrativo, della capitale, ma che è unita alla città da chi la vive e la percorre in un flusso stratificato che oscilla tra centro e periferia. In questo territorio così particolare sono passate, grazie al festival, storie di lavoro, di memoria, di migranti, ma anche musica e teatro di sperimentazione.
Ora che il festival non c’è più (per quest’anno) Ascanio riparte da Frascati non per dare vita ad una manifestazione sostitutiva, ma per ragionare su come oggi l’arte racconta la realtà, sul senso che mette in campo e sui linguaggi che utilizza, e su cosa significa farlo in un periodo storico come questo. «Tempo reale» è infatti una tre giorni di convegno – ma in serata andranno in scena anche spettacoli e concerti – che si svolge dal 22 al 24 maggio, proprio con lo scopo di riflettere sul presente. Delle arti, della politica, della nostra capacità di comprendere quello che ci succede attorno.

Che cos’è il «Tempo reale»?

Ce lo chiediamo anche noi. Il convegno serve proprio a capire come, nel teatro e più in generale nella produzione culturale, ci si rapporta a un tempo concreto, una realtà concreta. E quindi, facendo politica. Lo chiederemo agli artisti, facendoci raccontare come raccontano il tempo in cui viviamo, ma anche assistendo ad alcuni spettacoli e concerti.

Si parla di impegno politico in teatro, ma anche nel documentario. C’è poi un incontro con Micromega sul fine-vita. Qual è il filo rosso?

L’incontro con Micromega lo faremo il secondo giorno, anche perché la sera c’è uno spettacolo di Giuliana Musso che parla di questo, che è interessante proprio perché fa parte di un teatro di impegno civile che tocca temi attuali e meno frequenti. Quel teatro si occupa abitualmente di temi come il lavoro, la guerra; sembra che il teatro e il cinema impegnati debbano occuparsi solo dei grandi temi che investono la collettività. Invece un tema così individuale può essere altrettanto politico.
Il primo giorno è invece dedicato al documentario, che è un genere in espansione. Da una parte perché a volte chi vuole fare cinema su certi temi non ci riesce, e fa documentario. Oggi tecnicamente è più facile prendere in mano una telecamera e raccontare una storia. Ma dall’altra c’è una crescente esigenza di documentare, di raccontare certe storie; soprattutto perché oggi il giornalismo è meno interessato a raccontare ciò che avviene, mentre preferisce commentare la narrazione proposta da chi l’evento lo organizza, dagli uffici stampa. Un esempio folgorante è stata la morte di Wojtyla: tutte le televisioni del mondo erano venute a fino a Roma per inquadrare una bella scenografia, non per raccontare un evento; perché l’evento lo raccontava un signore di nome Navarro-Valls, che ogni tanto usciva a tenere una conferenza stampa. Quindi non più il racconto di un evento, ma il racconto di una narrazione di un evento.

E nei documentari cosa cambia?

Anzitutto abbiamo scelto documentari prodotti direttamente dai movimenti che raccontano. Non c’è ad esempio «Fratelli di Tav» o «Biutiful Cauntri», che pure sono bei lavori. Ma c’è un documentario come «Fermarlo è possibile», a cura del centro sociale Askatasuna. Quel documentario è interessante proprio per come è stato girato. Se uno vuole capire esattamente il fenomeno della Tav, guardando quel documentario non lo capisce, ha pochi elementi, quasi non se ne parla; ci sono però molte storie di persone che hanno preso parte al presidio, si coglie la realtà di quella gente.
In molte situazioni di movimento, di lotta, si avverte la necessità di raccontare la lotta attraverso “noi stessi”. Questo è un passaggio importante. Si sente il bisogno non solo di raccontare perché sei lì, ma anche che sei stanco, che sei lì dalle due di notte, che non sei andato al lavoro per esserci.
Una volta una persona del presidio di Vicenza che ho intervistato mi ha detto: “Da quando sono qui non guardo più la tv, ho conosciuto molte persone, gioco a carte con gli anziani”. Tutte esperienze che forse non le sarebbero mai capitate.
Nelle grandi manifestazioni, nelle assemblee a scuola, nei centri sociali, spesso ci si incontra sempre “tra di noi”. Finisci per avere delle relazioni che sono basate anche su una fede politica importante, ma che avresti avuto anche andando a giocare a pallone o in pizzeria. A livello identitario si rischia di restare bloccati. Nelle lotte territoriali degli ultimi anni, invece, la situazione è più trasversale; incontro davvero il vicino di casa che quasi non conosci, e che magari e anche di destra. A Vicenza c’era gente della Lega, o persone per cui l’impegno politico era la più remota delle possibilità.
Un altro aspetto interessante sono i linguaggi utilizzati, che sono diversi. Nell’ultimo periodo molti documentari sono pensati espressamente per la tv. I documentari di Michael Moore o di Spurlok, invece, appartengono al genere cinematografico. Come anche i lavori di De Seta. I movimenti che linguaggi scelgono? È interessante capirlo e vedere che effetti produce sul racconto.

Nel corso della terza giornata di «Tempo Reale» ci si occuperà teatro politico.

Sì, ma la aprirà un commercialista. Perché penso sia importante parlare del lavoro all’interno del teatro e della cultura, ovvero dei precari dello spettacolo, che spesso lavorano in nero e non hanno alcuna percezione della sicurezza. Questo è un problema. Anche se è vero che la normativa in Italia è paradossale: noi sul palco dovremmo salirci col casco, perché ci sono i carichi sospesi, e se il palco è alto bisognerebbe mettere una barriera protettiva. Ma ti immagini un Amleto recitato con il casco e la barriera? Probabilmente queste norme non vanno rispettate, ma spesso non se ne rispetta nessuna. Non si rispetta il lavoro di tecnici, musicisti, che vengono pagati solo quando vanno in scena, ma che in realtà lavorano tutti i giorni.
Parlare di questi temi è già porre un accento politico sul teatro. Ma poi ci saranno gli spettacoli, quello di Giovanna Marini, e «Appunti per un film sulla lotta di classe». E delle videointerviste a Moni Ovadia, Marco Paolini, Dario Fo, che sono dei riferimenti per tutta una scena teatrale di impegno civile. Ma non è dell’impegno politico che vorrei si parlasse. Mi piacerebbe che attraverso i temi toccati fossero lo strumento per parlare anche dei meccanismi del lavoro. Ad esempio Moni Ovadia parla della memoria come memorizzazione del testo, uno strumento basilare per l’attore, ma racconta che per lui mandare a memoria un testo significa “entrare dentro la cultura” di quel testo. Dentro la Russia di Checov, ad esempio. Mentre con Paolini si affronta la natura dell’attore, che è dentro e fuori l’opera che interpreta: Paolini è se stesso e non lo è quando parla su un palco del Vajont. Poi c’è un’intervista a Frankie Hi-Nrg, dove Francesco (il suo vero nome, ndr.) parla di Frankie in terza persona, perché Frankie Hi-Nrg è in qualche modo una maschera che gli permette di fare determinate cose.
Mi piacerebbe parlare di teatro con persone che hanno una coscienza politica, ma incentrando il discorso sull’arte.

Oggi questi linguaggi sembrano più credibili di quelli tradizionali come il giornalismo, e sono di riferimento per chi ha una coscienza politica. Cos’è cambiato?

Non sono cambiati il teatro, la letteratura o il cinema. È la politica che si occupa soprattutto della rappresentazione di se stessa. O comunque, vive la rappresentazione di se stessa e l’intervento sulla realtà come due cos distinte. Gli esponenti politici fanno ancora politica in termini tradizionali, intervenendo sulle leggi e le risorse, ma non se ne parla per quello che è. Sono cose che posso essere raccontate, se fanno parte della rappresentazione della politica, ma possono anche essere taciute se non ne fanno parte. Non ci si sente in dovere di rendere partecipi i cittadini.
Anche il fatto che i comizi si fanno in tv, e non in piazza, non significa necessariamente che le cose dette siano più stupide o più intelligenti. Il problema è l’informazione, che non informa più sugli avvenimenti, ma sulla narrazione che si dà di essi. La politica si è adeguata.
Siamo passati da una televisione come la rai che seguì la morte di Alfredino a Vernicino – una tv anche un po’ “cannibale, che però raccontava ciò che succedeva – al racconto di Navarro-Valls della morte del papa. Questo ha comportato che il pubblico cominciasse a non cercare più le informazioni nelle tv o nei giornali, come si fa abitualmente, perché la realtà che gli viene proposta è una realtà ri-raccontata.
Se poi si aggiunge a questo il meccanismo della tv, che mi accosta senza soluzione di continuità il terremoto in Abruzzo e la dieta per l’estate, tutte e due nel salotto di Bruno Vespa, io dopo un po’ non ci trovo più alcuna differenza in queste due realtà, e l’unica realtà che resta sono io seduto in poltrona davanti alla tv.
In questo contesto, anche se il giornalismo raccontasse la realtà, io non gli crederei più. A meno che non si tratti di informazione molto connotata, come i giornali militanti.

Il teatro di narrazione e il documentario, come generi artistici, si sono sviluppati proprio risposta alla crisi della “fiction” in questi ambiti. Paradossalmente però, la fiction sembra oggi essere il meccanismo narrativo imperante al di fuori dei circuiti artistici: tv, giornalismo, politica…

Perché la fiction si comprende meglio. Berlusconi racconta barzellette perché è un linguaggio che si capisce, e se la barzelletta è carina io alla fine rido pure. Tra raccontare una barzelletta e fare un discorso di economia, lui preferisce la prima. Forse è più facile anche per lui, o forse è una cosa studiata. Comunque sia, anni fa si accusava i politici di parlare il “politichese”, di non essere comprensibili; oggi i politici si capiscono, e fin troppo bene. Vogliono farsi capire. E quindi affrontano argomenti comprensibili. Come il discorso di Berlusconi con le ragazzine. È un discorso comprensibilissimo, assai più della crisi o di questioni politiche con la Cina e l’Iran.
La Fiction è più interessante. Abbiamo tutti gli strumenti per entrarci dentro.
Dal punto di vista del teatro, o del cinema, le cose sono diverse. Si sono sempre occupate di politica. Il bisogno che l’arte ha di raccontare la realtà, magari anche giocando con la storia (come fa Philip Roth), è qualcosa che c’è sempre stato, ma oggi è diventato più centrale nella riflessione degli artisti proprio perché la finzione è entrata nell’informazione e nella politica.
Berlusconi, ad esempio, dà una versione della sua vita romanzata, un po’ immaginaria: il padre forse partigiano, lui che cantava sulle navi… è come se fosse il personaggio di un libro. Se la realtà mi viene raccontata in questa maniera, allora è una reazione plausibile che chi lavora davvero con l’immaginazione decida di confrontarsi con la realtà, e di raccontarla.
Ciò detto, è però vero che rispetto al passato l’arte si occupa molto di meno della realtà e della politica. E questo, secondo me, è dovuto anche al fatto che molti colleghi non percepiscono questo come un vero lavoro, con dei diritti da difendere.

[da Carta n°18/2009]

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